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7 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Iran: il fallimento del piano di Trump, le trattative, il blackout informativo – 7/5/2026

Dal flop Usa nello stretto di Hormuz al blackout di Internet in Iran, passando per la crisi politica in Romania, l’egemonia crescente di Modi in India e il divieto di Amsterdam alle pubblicità di carne e fossili.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

La giornata di ieri è stata caratterizzata da un’improvvisa ipotesi di accelerazione nelle trattative fra Stati Uniti e Iran, dopo il flop clamoroso del tentativo di Trump di forzare il blocco iraniano dello stretto di Hormuz. 

L’operazione si chiamava “Project Freedom”, e prevedeva che la marina Usa scortasse le navi nel passaggio che divide l’Iran dalla Penisola arabica. Solo che di 1600 imbarcazioni ne sono riusciti a far passare sei. Di cui 3 sono state comunque attaccate.  

E così dopo un solo giorno il Presidente usa ha sospeso l’operazione. Nel frattempo però c’è stata questa improvvisa accelerata sulle trattative, di cui però sappiamo davvero poco. Nel frattempo nelle retrovie torna ad emergere il ruolo della Cina. 

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è volato a Pechino dove ha incontrato il suo omologo cinese, Wang Yi. Mentre la prossima settimana è attesa – vedremo se sarà confermata – la visita di Trump che il 14-15 maggio dovrebbe avere un vertice con Xi Jinping.

Oggi però vorrei anche approfittarne per raccontarvi un aspetto davvero poco trattato del conflitto in Iran, che è la situazione interna al Paese. Ed è poco trattato perché da ormai più di due mesi in Iran si vive senza Internet, cosa che rende molto più difficile l’uscita delle informazioni. 

Martedì su ICC abbiamo pubblicato un articolo a firma di Erfan Efatinasab, giornalista iraniano che vive in Italia e che è riuscito a intervistare per noi alcune persone in Iran, nonostante il blackout informativo. 

Leggo: “Sono passati più di sessanta giorni dall’inizio del blocco nazionale di internet in Iran, una misura presentata da Teheran come temporanea e imposta per contenere le proteste antigovernative e successivamente per controllare le informazioni legate al conflitto. Da allora, la vita quotidiana nel Paese è profondamente alterata: le comunicazioni sono difficili, l’accesso alle informazioni è limitato e milioni di persone si trovano sempre più isolate dal resto del mondo.

«Non finirà», racconta Hamid, un abitante di Teheran che ha chiesto di restare anonimo per ragioni di sicurezza. «Il governo si è sentito troppo sotto pressione per via delle proteste, delle denunce e delle testimonianze diffuse dalla popolazione. Ora vuole controllarle». 

Secondo NetBlocks, l’interruzione della rete si protrae ormai da oltre due mesi, coinvolge milioni di persone e sta aumentando la pressione economica su imprese e lavoratori.

Le autorità continuano a presentare le restrizioni come una misura temporanea. Ma le testimonianze raccolte all’interno del Paese raccontano una realtà più complessa e soprattutto profondamente diseguale. Secondo diverse fonti, un numero limitato di pacchetti del cosiddetto “Internet pro” sarebbe stato messo a disposizione di alcuni gruppi, con l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità dei servizi essenziali, in particolare per le aziende attive in settori considerati critici. Il portavoce del governo ha riconosciuto l’esistenza di queste misure, definendole necessarie nell’attuale contesto”.

L’articolo poi racconta di come il blocco di Internet stia creando una crisi sempre più profonda. Da un lato stanno emergendo accuse di accesso privilegiato alla rete: alcuni pacchetti di “Internet professionale”, pensati per aziende o istituzioni, verrebbero venduti anche a singoli cittadini a prezzi altissimi, rendendo la connessione accessibile solo a chi può permettersela.

E intanto le conseguenze economiche sono pesanti: molte piccole attività che lavoravano online, soprattutto tramite Instagram, hanno perso quasi tutto il reddito. Le autorità spingono verso piattaforme nazionali, ma molte persone non si fidano perché temono sorveglianza e uso politico dei dati.

Sul piano politico, il governo dà messaggi contraddittori: alcuni parlano di restrizioni “imposte dalla guerra”, altri promettono un ripristino graduale, ma è probabile che via via che passa il tempo il regime abbia sempre più timori a ripristinare internet perché verrebbero immediatamente diffuse le centinaia, migliaia di video e foto che mostrano la repressione del regime che se possibile sembra essersi fatta ancora più dura. 

Lettura caldamente consigliata. Fra l’altro Erfan, che un giornalista giovane e molto bravo, ha realizzato anche un documentario sulla condizione degli iraniani che vivono in Italia, el loro preoccupazioni per le famiglie, le difficoltà a integrarsi. Molto interessante. Lo trovate sul nostro canale YT e embeddato nell’articolo.

Martedì è caduto il governo in Romania. Governo liberale, caduto grazie a una strana congiuntura fra estrema destra e socialisti. 

Leggo sul Corriere: “Il «firewall», meglio conosciuto come cordone sanitario contro l’estrema destra, accusa una nuova falla a Bucarest e questa volta per mano della sinistra socialista. Il Partito socialdemocratico della Romania (Psd) ha unito i suoi voti a quelli dell’estrema destra di Aur provocando la caduta del governo guidato dal liberale Ilie Bolojan.

Fino al mese scorso, il Psd era parte della coalizione che sosteneva Bolojan. Ma la maggioranza si è spaccata sulle misure di austerità, tagli alla spesa e aumenti delle tasse, che il premier aveva sottoposto al Parlamento per cercare di ridurre il deficit di bilancio, che nel 2025 è stato del 7.65% del Pil e attualmente supera il 9%, il più alto dell’Unione europea.

La decisione dei socialdemocratici di sostenere la mozione di sfiducia degli ultranazionalisti è destinata ad avere «pesanti ripercussioni» nell’intera Europa, spiega Alberto Alemanno, docente di diritto europeo alla HEC di Parigi, secondo il quale i socialisti di Romania stanno facendo «un gioco pericoloso»: «Quanto è accaduto a Bucarest è una prima assoluta: l’ultimo grande tabù della politica europea è caduto, la Grande Muraglia cinese è aperta e quello che succede adesso è il vero tema della politica nell’Unione».

Che vuol dire questa cosa che dice Alemanno? Quando dice che “la Grande Muraglia cinese si è aperta”, Alemanno intende che si è aperta una crepa nel muro che finora separava i partiti europeisti dall’estrema destra.

Esiste questa teoria del firewall, o della muraglia sanitaria, che è una sorta di tacito patto di tutti i partiti europei di non collaborare o stringere nessun tipo di alleanza con l’estrema destra, per impedirgli di governare. in Romania però un partito socialista, membro del Partito dei socialisti europei, cioè uno dei soggetti che più di tutti, almeno a parole, difende il cordone sanitario contro l’estrema destra. Insomma, un tabù è caduto.

Ora, che succede adesso in Romania?

l Presidente Nicușor Dan ha iniziato le consultazioni con i partiti politici e ha annunciato di escludere le elezioni anticipate. Si parla di un possibile governo tecnico, se non emergerà un’altra maggioranza parlamentare in grado di formare un governo.

In Romania comunque il tema dell’estrema destra rimane una roba gorssa. Se ricordate, le ultime elezioni presidenziali erano state prima annullate per sospette interferenze russe e manipolazioni digitali a favore di un candidato filorusso di estrema destra; poi, nel voto ripetuto, l’estrema destra è arrivata a un passo dalla presidenza ma alla fine ha vinto il candidato europeista Nicușor Dan. 

Tutta la zona dell’Europa dell’est rimane comunque un fronte caldissimo, e molto instabile, caratterizzato dallo scontro geopolitico fra Russia e Ue.

Il Post pubblica un articolo dal titolo “L’India è sempre più a forma di Narendra Modi”, in cio racconta come l’ennesima vittoria elettorale di domenica abbia sancito un ulteriore passo in avanti del premier indiano nel suo dominio quasi incontrastato sul Paese. 

Leggo: “Con la storica vittoria di domenica nello stato del Bengala Occidentale, il partito del primo ministro indiano Narendra Modi controlla 21 dei 36 stati indiani, in cui vive più del 70 per cento della popolazione (composta da 1,4 miliardi di persone). L’egemonia del Bharatiya Janata Party (BJP), partito nazionalista, induista e di destra, ha pochi precedenti. 

L’India è un paese enorme, nato nel 1947 come multiculturale, multireligioso e attento a preservare le enormi differenze degli stati che lo compongono. In poco più di un decennio l’ascesa del BJP di Modi lo sta trasformando in un paese induista, con meno spazi per le minoranze e fortemente controllato da un unico leader”.

Ma cosa è successo di così eclatante domenica? È successo che il BJP di Modi ha vinto dove sembrava quasi impensabile. Il Bengala Occidentale infatti è uno stato che è stato a lungo un baluardo di sinistra, anche comunista, dove fino a dieci anni fa il partito di Modi non aveva nemmeno un seggio nel parlamento locale e che sembrava quasi impossibile da conquistare per il partito nazionalista indù. Questa vittoria, unita agli stati dove già governava, segna un livello di egemonia politica enorme, paragonabile solo a quello del Congress di Indira Gandhi negli anni Settanta.

L’articolo del Post racconta che il BJP è riuscito a crescere grazie a un mix di nazionalismo religioso, populismo, promesse di crescita economica, welfare diretto e propaganda anti-musulmana.

E ci è riuscito anche superando momenti di crisi. Ad esempio nel 2024 Modi sembrava essersi indebolito quando alle elezioni nazionali il BJP non aveva ottenuto da solo la maggioranza e aveva dovuto allearsi con partiti minori. Le opposizioni avevano funzionato meglio del previsto, puntando su temi come la lotta alla disoccupazione e alle disuguaglianze. Tuttavia da allora il BJP ha reagito molto bene, vincendo una serie di elezioni locali e consolidando il suo dominio.

Al netto di diverse ombre: diverse di queste vittorie sono state accompagnate da accuse di brogli, uso politico della magistratura, arresti di oppositori e revisioni delle liste elettorali che avrebbero escluso soprattutto cittadini musulmani. Anche in Bengala quasi 3 milioni di persone non hanno potuto votare. Anche se la vittoria del BJP è stata così ampia — 207 seggi su 294 — che è difficile spiegarla solo con queste manovre.

Di certo un fattore che sembra stia influendo è che le opposizioni sono sempre più deboli. Il Congress di Rahul Gandhi governa ormai solo quattro stati e non appare una vera alternativa nazionale. Anche i partiti regionali, che per anni avevano rappresentato gli argini più efficaci al potere di Modi, stanno perdendo terreno. Persino nel sud dell’India, dove il BJP fatica ancora a vincere, le forze tradizionali sono in crisi.

Ne avevamo parlato quando il regolamento era stato approvato, ma ora è entrato in vigore ed è effettivo a tutti gli effetti. Sto parlando di Amsterdam che è ufficialmente la prima capitale europea a vietare le pubblicità di carne e fonti fossili. Leggo sul fatto Quotidiano:

“Nessun hamburger o bocconcino di pollo guarderà più dall’alto di un’inserzione i cittadini di Amsterdam: la capitale dei Paesi Bassi è la prima città europea ad aver vietato – a partire dall’1 maggio – l’esposizione di pubblicità che promuovono carne e combustibili fossili. L’amministrazione comunale ha scelto infatti di essere coerente con le proprie politiche ambientaliste e pertanto non permetterà più agli spazi pubblici di essere invasi da advertising di prodotti che contribuiscono al cambiamento climatico.

“La crisi climatica è urgentissima” – ha detto alla Bbc Anneke Veenhoff del partito GreenLeft – Voglio dire, se vuoi essere all’avanguardia nelle politiche climatiche e affitti le tue case a chi fa esattamente il contrario, allora cosa stai facendo?” Da questa riflessione è stato automatico individuare come altamente problematiche le inserzioni che riguardano l’uso di combustibili fossili – promozioni di voli aerei e crociere – e l’invito al consumo di carne.

Non è un segreto che entrambi questi stili di vita impattino profondamente sull’ambiente e sulle sue risorse: combustibili fossili e allevamenti intensivi sono tra i principali produttori di gas serra”.

È una roba interessante e inserisce in degli obiettivi che l’amministrazione cittadina si è posta a lungo termine: entro il 2050 l’amministrazione cittadina auspica che il 60% della popolazione possa fare scelte alimentari derivate da fonti vegetali. D’altronde la città è piuttosto famosa per il consumo di piante, mi sembra sia tutto coerente.

Scherzi a parte, è una scelta che non ha molti precedenti. Nel 2021 la Francia provò ad andare in questa direzione con la “Legge sul clima e la resilienza”, che conteneva misure simili. La sua entrata in vigore però, prevista per il 2022, era subordinata a un decreto attuativo che non è ancora stato emanato. In Italia invece le uniche due città ad aver mostrato un minimo slancio sono state Firenze – con una mozione dello scorso febbraio – e Genova con un’altra mozione risalente ad alcune settimane fa.

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