Sette dei nove limiti planetari necessari alla vita sono stati superati – 25/9/2026
Il Planetary Health Check 2026 segnala sette confini planetari su nove superati; dal 27 settembre si applicano le nuove norme Ue contro il greenwashing; il Senato approva la legge delega sul nucleare; Berlino ritira la candidatura olimpica.
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Fonti
#LimitiPlanetari
The Guardian – ‘Planetary boundaries’ necessary for flourishing of life have been massively breached, scientists warn
Stockholm Resilience Centre – Planetary Boundaries
#Greenwashing
Il Sole 24 Ore – Direttiva greenwashing, passaggio storico per i prodotti certificati
#Nucleare
Il Post – Il parlamento ha approvato una legge delega sul nucleare per installare reattori di piccole dimensioni
Italia che Cambia – Nucleare e transizione energetica: parliamone – Io non mi rassegno + #25
Italia che Cambia – Nucleare e transizione energetica. Abbiamo davvero bisogno dell’atomo? – Io non mi rassegno + #27
#Berlino
Il Post – Berlino ha ritirato la propria candidatura a ospitare le Olimpiadi estive perché la probabile futura sindaca è contraria al progetto
Trascrizione episodio
Lunedì è uscito l’aggiornamento annuale dei Planetary Boundaries. Per chi non sapesse cosa sono, si tratta di nove soglie, individuate dagli scienziati nel 2009, che dobbiamo monitorare se vogliamo che il Pianeta Terra resti abitabile per noi. Quindi clima, biodiversità, suolo, acqua dolce, oceani e così via. Finché i sistemi individuati restiamo entro questi confini, la Terra rimane stabile e sicura per noi. Quando li superiamo, cresce il rischio di cambiamenti bruschi e difficili da invertire.
Dopo aver individuato queste 9 soglie nel 2009, ogni anno gli scienziati dello Stockholm resilience Center, capitanati da Joan Rockstrom, fanno un check-up per vedere come va. In genere non benissimo. Ma ora lo vediamo.
Scrive Oliver Milman sul Guardian, “Dei nove “confini planetari” che contribuiscono a determinare se la vita possa prosperare sulla Terra, sette risultano superati, e con i livelli di trasgressione più elevati mai registrati, secondo l’ultimo controllo sullo stato di salute del pianeta, un processo avviato nel 2009.
I sette indicatori chiave entrati nella zona di pericolo comprendono il cambiamento climatico, l’alterazione dell’integrità della biosfera, il cambiamento nell’uso del suolo, l’alterazione delle risorse di acqua dolce, la modifica dei flussi biogeochimici, l’introduzione di nuove entità (chimiche, s’intende) e, per la prima volta lo scorso anno, l’acidificazione degli oceani.
Soltanto due delle aree valutate, la riduzione dell’ozono stratosferico e il carico di aerosol atmosferici, hanno mostrato miglioramenti nell’ultimo decennio, anche se i ricercatori avvertono che gli aerosol atmosferici, che possono contribuire all’inquinamento dell’aria, continuano a rappresentare un problema in diverse regioni del mondo.
L’ozono stratosferico è lo strato che ci protegge dai raggi ultravioletti del sole e che negli anni ’80 si scoprì che si stava assottigliando (il famoso “buco dell’ozono”) per colpa di alcuni gas usati nei frigoriferi e nelle bombolette spray. Nel 1987 il Protocollo di Montréal li ha messi al bando, praticamente tutti i Paesi l’hanno applicato e oggi lo strato si sta lentamente ricostituendo. È spesso citato come l’esempio di maggior successo di cooperazione ambientale internazionale.
Gli aerosol atmosferici invece sono particelle microscopiche sospese nell’aria: è quello che in genere chiamiamo inquinamento polveri sottili, fuliggine, solfati. In parte sono naturali (polvere del deserto, vulcani), ma molti vengono da combustione di carbone e petrolio, industria, traffico, incendi. Questo è un altro successo importante: sono diminuiti soprattutto grazie alle leggi contro l’inquinamento dell’aria: prima in Europa e Nord America, poi negli ultimi quindici anni in modo molto marcato in Cina, che ha tagliato drasticamente le emissioni di zolfo delle centrali.
Scusate la digressione. Torniamo sull’articolo del Guardian, che riporta qualche dichiarazione degli scienziati che hanno collaborato allo studio: “La diagnosi è inequivocabile: la pressione sta aumentando su ogni confine planetario che si trova già al di fuori dello spazio operativo sicuro”, ha dichiarato Boris Sakschewski, autore principale del rapporto. “Questo significa che il rischio di cambiamenti su larga scala, persistenti e potenzialmente irreversibili è in aumento, mentre il nostro margine di errore nell’affrontare questi problemi si sta riducendo.”
Sebbene resti poco tempo per invertire questa situazione estremamente grave, l’umanità possiede ancora le conoscenze e le capacità necessarie per farlo, secondo Johan Rockström, scienziato del clima e coautore del rapporto. “Accelerare le azioni per tornare entro lo spazio operativo sicuro in tutti i confini planetari è essenziale per proteggere vite e mezzi di sussistenza e per mantenere la promessa di una prosperità futura condivisa”, ha affermato.
Poi vi riassumo, ma l’articolo spiega come il clima stabile degli ultimi 10-12mila anni ci ha permesso di prosperare, che ora lo stiamo stravolgendo, tra combustibili fossili, inquinamento e distruzione degli habitat. E la natura, che finora ha assorbito buona parte dei nostri danni, comincia a cedere: l’Amazzonia, per esempio, rischia di trasformarsi in savana. Gli effetti si vedono già, dalle alluvioni in Pakistan al caldo record e agli incendi in Europa e negli Stati Uniti, fino agli oceani mai così caldi.
Torno a leggere: “Non si tratta di emergenze separate: il pianeta ci sta dicendo, contemporaneamente in ogni regione, che è fuori equilibrio”, ha dichiarato Hindou Oumarou Ibrahim, presidente di Planetary Guardians, una coalizione di scienziati, imprenditori e attivisti.
“Ascolto la stessa storia ovunque vada, sia da parte di un pastore che vede fallire le piogge stagione dopo stagione, sia da una comunità costiera che osserva il livello del mare salire. Il controllo sullo stato di salute del pianeta del 2026 fornisce dati a sostegno di ciò che le comunità in prima linea sanno già per esperienza diretta. Non possiamo più permetterci il lusso di trattare queste crisi come fenomeni separati.”
È un passaggio importante questo, e credo sia importante fare anche il passetto successivo. Cioé: se queste crisi sono tutte connesse, come deve essere la nostra risposta? Ha senso trovare singole risposte a tutte queste crisi? O sarebbe meglio fare delle azioni che le considerino tutte assieme? E cosa viene fuori se cerchiamo azioni che le affrontino tutte assieme? Viene fuori che è la struttura di questo modello, basato sull’estrazione e consumo crescente di risorse naturali, che non sta più in piedi. Viene fuori che non basta fare tutte rinnovabili, tutte auto elettriche, fare le aree protette per la biodiversità. Sono tutte azioni che vanno bene se sono pensate in uno scenario di transizione complessiva, che per forza di cose ci porta a cambiare modello.
Ne abbiamo parlato diverse volte, ma finalmente siamo alle soglie della fase attuativa. Parlo della direttiva anti-greenwashing. Quante volte avrete letto sulle confezioni al supermercato “Eco”, “green”, “sostenibile”, “amico dell’ambiente” o frasi di questo genere. Sono frasi che funzionano dal punto di vista commerciale, che orientano gli acquisti perché grazie al cielo la sensibilità delle persone è cresciuta molto negli anni su questi temi, ma non sempre a quelle formule corrispondono un impegno reale dell’azienda. Anzi, uno studio europeo ha mostrato che il 40% di queste dichiarazioni sono false o non sufficientemente provate.
Quando è così, si parla di greenwashing, ovvero quell’insieme di pratiche di marketing che fanno sembrare un prodotto o un’azienda più ecologici di quanto non siano davvero. Ecco, da domenica 27 settembre, in Italia e in tutta l’Unione europea, queste parole non si potranno più usare a cuor leggero perché la direttiva 2024/825, che l’Italia ha recepito a inizio anno con un decreto legislativo che modifica il Codice del Consumo, entra nella fase applicativa. Il decreto era già in vigore da marzo, ma alle aziende erano stati concessi sei mesi per adeguarsi. E quei sei mesi sono finiti.
Cosa cambia concretamente? Innanzitutto sono vietate le dichiarazioni ambientali generiche. Se scrivi che il tuo prodotto è “verde” o “rispettoso dell’ambiente”, devi essere in grado di dimostrarlo, e non con un’autocertificazione. Inoltre, altra cosa interessante, per definire un prodotto “a basso impatto” a “impatto zero” o “climaticamente neutro” non basta comprato i crediti di carbonio per compensare le proprie emissioni, come fanno moltissime aziende, ma bisogna dimostrare di aver modificato i propri processi produttivi. Nel senso che non puoi inquinare, pagare qualcuno per piantare alberi dall’altra parte del mondo, devi cambiar ein prima persona. Poi, le etichette di sostenibilità dovranno basarsi su sistemi di certificazione riconosciuti o essere stabilite da autorità pubbliche. Infine c’è una stretta sulle informazioni false su riciclabilità, durata e riparabilità dei prodotti: per dire, non potrai vantare una bottiglia “in materiale riciclato” se riciclato è solo il tappo.
Quindi ecco: da lunedì tendenzialmente potremmo fidarci un po’ di più delle scritte sui prodotti. Anche se va detto che c’è però un pezzo che manca. Accanto a questa direttiva doveva arrivarne un’altra, la cosiddetta Green Claims, che avrebbe obbligato le aziende a far verificare da un ente terzo ogni affermazione ambientale prima di metterla sul mercato. Ma a giugno 2025 la Commissione ha annunciato di volerla ritirare, dopo le proteste per i costi e la burocrazia, e da allora è ferma. Quindi rischia di essere un po’ zoppa, perché a verificare ci sarà soltanto l’Antitrust. Che è meglio di niente.
Invece mercoledì il Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge sul nucleare, che era già passato alla Camera a giugno. Si tratta di una legge delega, cioè il parlamento dà al governo il potere di scrivere le regole sulla materia attraverso dei decreti, e il governo avrà un anno di tempo per farlo. Considerate che in Italia il nucleare civile è fermo dal referendum del 1987. Ed è stato nuovamente bocciato con un referendum nel 2011. Ma ciclicamente rientra dalla finestra.
La legge esclude le grandi centrali tradizionali e punta solo sugli SMR, i piccoli reattori modulari, con potenze in genere sotto i 300 megawatt, più o meno il fabbisogno di una città medio-grande, contro le migliaia di megawatt delle centrali classiche. Che, se vogliamo, è una roba forse ancora più insensata.
Io sono personalmente – qui parlo come persona prima che come giornalista – contrario al nucleare per una serie di ragioni, ma riconosco che esistono delle motivazioni anche in chi porta avanti l’ipotesi nucleare. Ci abbiamo dedicato una puntata di INMR+. Ma gli SMR sono una tecnologia ancora in fase di sviluppo: esistono dei prototipi, ma non sono ancora in commercio. Non sembra una tecnologia particolarmente promettente. E quindi sospetto che sia un’ennesima legge per prendere tempo e rimandare la transizione alle rinnovabili dicendo che sì, tanto faremo il nucleare.
Molto critiche le associazioni ambientaliste. WWF, Greenpeace, Legambiente e Kyoto Club contestano già il titolo della legge, che parla di nucleare “sostenibile”, secondo loro qualcosa che oggi non esiste. Sostengono che i piccoli reattori, invece di essere più puliti, moltiplichino costi, scorie e problemi di sicurezza, e che il nucleare non risolva nessuno dei problemi attuali: i tempi sono lunghissimi, almeno 15 anni, e l’uranio arriva soprattutto da Paesi problematici, a partire dalla Russia.
Ricordano poi che l’Italia non ha ancora deciso dove mettere le scorie delle vecchie centrali chiuse nel 1987, e che in una situazione geopolitica come quella attuale riempire il territorio di obiettivi sensibili non è una scelta saggia. Infine accusano il ministro dell’Ambiente di promettere velocità sul nucleare mentre frena sulle rinnovabili, che secondo loro, insieme ad accumuli, efficienza ed elettrificazione, sono l’unica vera strada per l’indipendenza energetica.
Iniziano a farsi vedere i primi effetti della vittoria della Linke a Berlino. Giovedì il sindaco uscente, il cristiano-democratico Kai Wegner, ha annunciato che la città ritira la sua candidatura a ospitare le Olimpiadi estive. E il motivo è soprattutto politico: lunedì Elif Eralp, leader regionale della Linke, aveva detto pubblicamente di non essere favorevole al progetto, e a quel punto il comitato organizzatore locale ha deciso di rinunciare.
Considerate che Eralp non è ancora sindaca. Nel senso che a Berlino il sindaco non viene eletto direttamente dai cittadini, ma dal parlamento del Land, cioè la regione, che nel caso di Berlino coincide con i confini della città. La Linke però è il partito che ha preso più seggi alle elezioni dello scorso fine settimana, e dato che Eralp ne è la leader, è molto probabile che alla fine tocchi a lei. E quindi la sua opinione pesa già parecchio.
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