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7 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Sta per ripartire una nuova Global Sumud Flotilla per Gaza – 7/4/2026

La ripartenza della Global Sumud Flotilla, i guasti di portaerei e missioni spaziali Usa, lo scandalo dei sussidi agricoli in Grecia, il caso TurkStream in Ungheria, l’arresto di Roberto Mazzarella e una proposta tedesca per proteggere i ricci.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Sta per ripartire la Global Sumud Flotilla, la grande missione umanitaria via mare che ha provato senza successo a rompere l’embargo marittimo totale imposto da Israele sulla striscia di Gaza. Senza successo, perché le imbarcazioni erano state intercettate illegalmente dall’esercito israeliano, gli attivisti fermati e perlopiù rimpatriati, spesso dopo aver subito umiliazioni. Ciononostante l’iniziativa era riuscita a coinvolgere in prima persona 400 attivisti, e indirettamente milioni di persone e a far sì che la stampa mondiale puntasse ancor più i riflettori su quanto accadeva a Gaza. Quindi non è che fosse stata inutile.

Questa volta, leggo su L’Indipendente, articolo a firma di Stefano Baudini, “più di mille attivisti provenienti da oltre cento Paesi salperanno da Barcellona il 12 aprile, per poi convergere nel Mediterraneo. Prima di dirigersi verso le coste palestinesi, sono previste tappe in Sicilia, Grecia e Turchia. L’iniziativa intende portare non solo aiuti umanitari, ma anche medici, psicologi, educatori, ingegneri ed esperti di eco-costruzione pronti a restare nella Striscia per contribuire concretamente al processo di ricostruzione”.

Nonostante il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e l’istituzione del Board of Peace voluto dal presidente USA Donald Trump, la situazione a Gaza resta drammatica. Secondo gli organizzatori, da allora sono state registrate almeno 702 vittime, che si sommano ai 72.278 palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023. Gli aiuti entrano a singhiozzo, mentre i bombardamenti, seppur ridotti, non sono mai cessati, colpendo perfino le tendopoli degli sfollati. 

La flottiglia di quest’anno segna una svolta: tutte le sigle che in passato avevano operato separatamente – dalla Freedom Flotilla Coalition a Thousand Madleens to Gaza, dal Sumud Convoy al Sumud Maghreb – navigheranno ora sotto l’egida unica della Global Sumud Flotilla. Accanto alle barche a vela, sarà presente anche la nave di Open Arms, mentre Greenpeace ha annunciato che la sua rompighiaccio Arctic Sunrise si unirà alla missione per fornire supporto tecnico e operativo. In tutto, salperanno oltre cento imbarcazioni. E contemporaneamente, un convoglio via terra di circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania intorno al 20 aprile”.

Insomma, sarà una cosa colossale. Leggo ancora: “Nei porti italiani la mobilitazione per la Global Sumud Flotilla è già in pieno svolgimento. Le prime imbarcazioni sono salpate il 22 marzo da Livorno e Ancona, seguite il 29 marzo da Civitavecchia e Napoli, dove centinaia di persone hanno accolto la nave «Bianca» con un corteo di solidarietà lungo il lungomare. Nei giorni successivi è toccato a Bari, da cui altre barche hanno preso il largo. Secondo gli organizzatori, allo stato attuale 78 imbarcazioni sono già in rotta verso la Sicilia, dove tra il 20 e il 25 aprile è previsto il ricongiungimento di tutte le navi italiane con quelle provenienti da Spagna, Francia, Grecia e Turchia”. 

Anche questa volta, l’impresa non sarà priva di ostacoli. La rotta tunisina, fondamentale in occasione del viaggio avvenuto lo scorso anno, è diventata impraticabile: a marzo sette attivisti di Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio. A ciò si aggiunge il rischio di intercettazioni da parte della marina israeliana, già sperimentato nell’edizione precedente: nel settembre 2025, le forze israeliane abbordarono la flottiglia a circa 70 miglia dalla costa, arrestando i partecipanti e deportandoli in Israele dopo aver danneggiato le comunicazioni e disturbato i segnali di soccorso. 

«Anche questa volta porteremo aiuti e puntiamo ad aprire un corridoio umanitario permanente – ha dichiarato portavoce italiana del Global movement to Gaza Elena Delia – e come l’anno scorso abbiamo un obiettivo politico: se c’è la pace, allora non dovrebbe esserci un blocco navale e noi dovremmo poter arrivare serenamente. Se invece Gaza è ancora occupata illegalmente e c’è ancora un blocco, allora noi viaggiamo nuovamente per cercare di romperlo». Vedremo. Su ICC seguiremo la cosa, come abbiamo fatto la volta scorsa.

Le due gigantesche operazioni, diversissime fra loro, diametralmente opposte, che coinvolgono gli Usa in questo momento, ovvero la guerra in Iran e la missione spaziale verso la Luna, hanno un unico punto di contatto e questo punto di contatto è un malfunzionamento molto particolare. Dei, come dire, dei cessi.

In Iran, Trump aveva inviato la superportaerei USS Gerald R. Ford, simbolo della potenza militare e tecnologica statunitense. Solo che ha avuto una sequela di problemi al sistema dei bagni  e degli scarichi durante la missione. In pratica il sistema fognario a vuoto della nave continuava a intasarsi; a bordo ci sono quasi 650 toilette per oltre 4.000 marinai, e le cronache raccontavano di code interminabili per andare al bagno. La portaerei si è quindi fermata a Creta per riparare i guasti e a quanto ne sappiamo lì è rimasta.

Nel frattempo, Trump sembra sempre più impantanato in Iran, e da un lato dice che potrebbe spazzar via l’intero Paese, dall’altro cerca disperatamente un accordo per sbloccare lo stretto di Hormutz, e la carenza di petrolio che sta mandando in tilt l’economia mondiale.

Anche la missione attorno alla Luna ha presentato problemi simili. Poche ore dopo la partenza di Artemis II, sulla capsula Orion si rompe il sistema di pompaggio che gestisce la raccolta dell’urina, perché mancando la gravità, questa non è che scende giù da sola. A quel punto, con Houston che la guida da terra, l’astronauta Christina Koch riesce a rimettere in piedi il sistema dopo alcune ore di tentativi.

Il problema però è che l’urina, su Orion, viene espulsa all’esterno, ma a quel punto si congela bloccando nuovamente il funzionamento del sistema. Per cercare di risolvere il guasto, la NASA cambia l’assetto della capsula in modo da esporre quella zona al Sole e provare a sciogliere il ghiaccio. Nel frattempo gli astronauti segnalano anche odore di bruciato nella zona del bagno. 

A quel punto la NASA dà istruzioni d’emergenza agli astronauti: “usate i pannoloni”. Poi la situazione – pare – viene risolta, e ieri la missione ha portato degli esseri umani nel punto più lontano mai raggiunto rispetto al nostro pianeta, esattamente dietro alla Luna. 

Curioso comunque questo accanimento legato ai cessi. Non so se il destino, il karma, l’universo voglia mandare qualche messaggio agli Usa legato alla loro superiorità tecnologica. 

Due novità importanti da due paesi europei. In Grecia sta esplodendo un grosso scandalo legato ai sussidi agricoli europei, e la cosa sta mettendo in seria difficoltà il governo di Kyriakos Mitsotakis. Secondo le indagini – racconta Helena Smith sul Guardia – per anni sarebbero stati presentati falsi dossier per ottenere fondi Ue. Dossier che fra l’altro ccontenevano richieste assurde, tipo bananeti sul Monte Olimpo, uliveti dentro basi militari o siti archeologici dichiarati come pascoli.

La vicenda è diventata politica perché l’Ufficio del Procuratore europeo sta indagando anche su esponenti del partito di governo, Nuova Democrazia, e diversi ministri si sono già dimessi. Mitsotakis ha provato a buttarla in calcio d’angolo dicendo che questo scandalo rappresenta un’occasione per combattere quello che ha definito “deep state”, “stato profondo”, cioè quel sistema clientelare e opaco che da anni, secondo lui, condiziona la Grecia.

Cosa vera, ma ciò che gli viene rinfacciato è che lui stesso ne farebbe parte, ne avrebbe tratto vantaggio, e sebbene il meccanismo delle frodi fosse iniziato prima del suo arrivo al potere, una parte delle presunte irregolarità riguarda anni in cui Mitsotakis era già premier. E adesso invece di prendersi la responsabilità prova a rigirare la frittata. 

Ricordo bene quando siamo stati ad Atene a settembre con ICC grazie a un progetto di formazione per adulti Erasmus+. Paese in cui il pil cresce ma la povertà è tangibile e ha effetti sociali devastanti. E un ragazzo che tirava a campare vendendo i suoi disegni ci ha raccontato come a detta sua il lavoro c’era solo per chi era in qualche modo affiliato ala politica e in particolare al partito di governo. Non era ovviamente una prova, o una fonte affidabile, ma mi pare che rappresentasse bene il sentire di molte persone. Ora forse il castello di carte sta cadendo.

Invece c’è una questione che riguarda le elezioni in Ungheria e la Serbia. In Serbia, infatti, vicino al gasdotto TurkStream che porta gas russo verso l’Ungheria, sono stati trovati due zaini con esplosivo e detonatori. A quel punto il presidente serbo Aleksandar Vučić ha avvisato subito Viktor Orbán, che ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di difesa e poi ha anche messo il tratto ungherese del gasdotto sotto protezione militare, essendo una infrastruttura strategica per l’Ungheria, che continua a dipendere in modo significativo dal gas russo che arriva attraverso Serbia e Balcani. 

È una storia però abbastanza sospetta, perché in Ungheria il 12 aprile, il prossimo weekend, si vota per le presidenziali. Orbán e alcuni suoi ministri hanno lasciato intendere che dietro il possibile sabotaggio potesse esserci l’Ucraina, senza però accusarla formalmente. Kyiv ha respinto tutto e ha detto l’opposto ovvero che potrebbe trattarsi di una operazione cosiddetta false flag, quidni sotto falsa bandiera, da parte della Russia per influenzare le elezioni ungheresi, in modo favorevole a Orban.

Ma c’è anche una terza ipotesi. Secondo il leader dell’opposizione, Péter Magyar, dato in vantaggio nei sondaggi, tutta la storia potrebbe essere una montatura utile a Orbán per seminare paura e spostare il dibattito elettorale sulla sicurezza nazionale. O addirittura per dichiarare lo stato di emergenza,  rinviare il voto o persino annullare le elezioni.

Nel frattempo il capo del controspionaggio militare serbo ha smentito che ci siano prove del coinvolgimento ucraino e ha detto che gli esplosivi avevano marcature statunitensi, precisando però che questo non dimostra chi abbia organizzato l’operazione. Quindi, allo stato attuale, c’è il ritrovamento degli esplosivi, ma non c’è ancora una responsabilità accertata pubblicamente

Nella notte tra venerdì e sabato i carabinieri di Napoli hanno arrestato Roberto Mazzarella, capo dell’omonimo clan camorristico attivo in diversi quartieri di Napoli e nella provincia. I giornali ne hanno parlato molto, anche perché Mazzarella era uno dei quattro criminali che figuravano nella lista di latitanti di massima pericolosità del ministero dell’Interno.

I Mazzarella sono uno dei clan storici e più potenti della camorra napoletana. Sono gli eredi, la continuazione di un altro clan storico, quello degli Zaza, nati dal contrabbando di sigarette e poi cresciuti fino a controllare, nel tempo, vari affari illeciti e diverse zone della città, soprattutto nell’area orientale e in quartieri del centro.

Il boss Roberto Mazzarella, 48 anni, è stato arrestato mentre si trovava in un resort di lusso a Vietri sul Mare, sulla Costiera amalfitana, dove aveva affittato una villa sotto falso nome per trascorrere la Pasqua con la moglie e i due figli.

Era latitante dal gennaio 2025, dopo che era riuscito a fuggire all’arresto disposto dal tribunale di Napoli con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso. L’omicidio in questione rientrava in una storica faida fra il clan Mazzarella e il clan Rinaldi fra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila.

Venerdì, i sindaci tedeschi hanno chiesto un divieto nazionale all’uso notturno dei robot tagliaerba, per proteggere ricci e altri piccoli animali notturni dal rischio di essere uccisi o mutilati al buio.

La notizia è interessante, ne parla Deborah Cole sul Guardian. Diversi studi recenti infatti hanno mostrato la minaccia che le lame dei tagliaerba rappresentano per la fauna notturna. I ricci, in particolare, tendono ad appallottolarsi quando si sentono minacciati invece di scappare, il che li rende più difficili da rilevare per i sensori dei robot tagliaerba.

Ad attivarsi in particolare è stata Claudia Kalisch, vicepresidente della Federazione delle città tedesche, nonché sindaca di Lüneburg, nel nord della Germania, per il partito dei Verdi. Ma prima dell’iniziativa dei sindaci, diverse petizioni con una richiesta simile avevano raccolto decine di migliaia di firme all’inizio di quest’anno.

Kalish da detto che le città sono diventate habitat sostitutivi per molti ricci, man mano che lo sviluppo edilizio e l’agricoltura intensiva invadono i loro ambienti naturali e ha aggiunto che le aziende che producono attrezzature automatizzate per il giardinaggio hanno la responsabilità di fare di più per proteggere la fauna selvatica.

I ricci sono una specie considerata quasi a rischio, e la sua popolazione europea è calata del 30% nell’ultimo decennio. Oltre ai tagliaerba, anche i soffiatori e aspiratori di foglie motorizzati possono essere dannosi per i ricci in letargo, mentre fino a un riccio su tre viene investito dai veicoli. Su quel fronte alcuni ricercatori dell’Università di Oxford, in collaborazione con colleghi danesi, hanno pubblicato il mese scorso uno studio che mostra come i ricci siano in grado di percepire ultrasuoni ad alta frequenza, alimentando la speranza che possano essere tenuti lontani dalle strade pericolose tramite dissuasori sonori.

Insomma, passi in avanti.

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