Colombia, allarme dei Guardiani della Foresta: “A rischio i diritti dei popoli indigeni”
Il presidente eletto Abelardo de la Espriella ha annunciato l’intenzione di eliminare le 22 Entità Territoriali Indigene create dal governo Petro. L’appello dei Guardiani della Foresta.
Il presidente eletto della Colombia, Abelardo de la Espriella, che si insedierà il 7 agosto prossimo, ha già annunciato l’intenzione di derogare le 22 Entità Territoriali Indigene (ETI) istituite negli ultimi anni dal governo uscente di Gustavo Petro.
Le ETI, formalizzate dall’Agenzia Nazionale delle Terre, coprono circa 17 milioni di ettari, il 15% del territorio nazionale, e riconoscono alle comunità indigene autonomia amministrativa e gestione diretta delle risorse pubbliche nei propri territori.
De la Espriella, che ha annunciato di voler giurare il 7 agosto non davanti al Congresso a Bogotá, come previsto dalla prassi costituzionale, ma in una guarnigione militare nel sud del Paese, dovrebbe annunciare la norma il giorno successivo, l’8 agosto. Secondo la stampa colombiana per farlo si recherà in Alta Guajira, scegliendo simbolicamente il luogo dove si trova uno dei casi più discussi di questo modello territoriale.
Il network Guardiani della Foresta, che segue le vicende legate alla difesa delle foreste e delle popolazioni indigene in Africa, Amazzonia e Italia, ha diffuso un comunicato in cui esprime “la più profonda preoccupazione” per la situazione.
Secondo la rete, la posizione del presidente eletto, che rivendica l’esigenza di “una sola legge” per il Paese, “metterebbe in discussione i diritti di autonomia e di autogoverno riconosciuti ai popoli originari dalla Costituzione colombiana”. Il comunicato denuncia inoltre una retorica che definirebbe le ETI una “mafia ancestrale”, un’espressione che rischierebbe di alimentare tensioni in territori di alto valore ambientale come il Chocó e l’Amazzonia colombiana.
Avvocato ed ex difensore di Álvaro Uribe e di altre figure della destra colombiana, De la Espriella detto “el Tigre” ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con appena 250 mila voti di scarto su Iván Cepeda. Cittadino statunitense dal 2023, è tesserato col Partito Repubblicano americano e ha donato negli anni decine di migliaia di dollari a comitati legati a Donald Trump, che lo ha pubblicamente sostenuto in campagna elettorale.
Il suo programma, chiamato “Patria Milagro”, è di stampo ultraliberista e prevede la linea dura in materia di sicurezza: nuove megacarceri, ripresa dei bombardamenti contro i gruppi armati illegali, fine della “Paz Total” di Petro e allentamento delle norme sul possesso di armi. In campo energetico sostiene il rilancio del fracking e nuovi contratti petroliferi. Un impianto che osservatori internazionali accostano ai modelli di Bukele in El Salvador e Milei in Argentina.
Il comunicato dei Guardiani della Foresta riporta anche segnalazioni, provenienti dalle comunità indigene, di omicidi, sequestri di rappresentanti delle autorità tradizionali e posti di blocco armati lungo strade e fiumi. Si tratta di denunce che al momento non risultano verificate da fonti indipendenti o organismi internazionali, e che lo stesso network chiede vengano accertate “con la massima urgenza” dalle autorità competenti. La regione, in generale, resta interessata da episodi di violenza legati a gruppi armati come l’ELN e alle dissidenze delle FARC, documentati anche nelle scorse settimane nel dipartimento del Chocó.
Per la rete Guardiani della Foresta, i popoli indigeni restano “i principali custodi delle grandi foreste tropicali del pianeta”, e la loro tutela è direttamente legata alla difesa della biodiversità e del clima globale. Un rapporto della FAO e del FILAC (Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e dei Caraibi), basato sull’analisi di oltre 300 studi, ha rilevato che tra il 2000 e il 2012 i tassi di deforestazione nei territori indigeni di Bolivia, Brasile e Colombia con diritti collettivi formalmente riconosciuti sono stati da un terzo alla metà più bassi rispetto ad aree forestali con caratteristiche simili prive di questo riconoscimento. Il possesso collettivo della terra ha inoltre permesso di evitare, ogni anno, tra le 42,8 e le 59,7 milioni di tonnellate di CO2 in questi tre Paesi.
Il network rivolge quindi un appello alle Nazioni Unite, alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani e alla comunità internazionale affinché monitorino la situazione nei territori indigeni colombiani nelle prossime settimane, in vista del passaggio di consegne dell’8 agosto.








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