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23 Giugno 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Colombia, vince l’ultradestra: ma il voto è contestato – 23/6/2026

In Colombia il candidato di estrema destra ha vinto il ballottaggio; in Italia il Senato vota il DDL Sparatutto; nel Regno Unito Starmer si dimette; l’Irlanda rende permanente il reddito di base per gli artisti.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Alla fine sono arrivati, nella notte colombiana, la mattina presto qua da noi, i risultati del ballottaggio per le presidenziali. E sembra abbia vinto il candidato di estrema destra Abelardo de la Espriella. Dico sembra perché sul voto aleggiano accuse di brogli e pressioni, e lo scarto è così piccolo da lasciare aperto qualche spiraglio di incertezza.

Comune, lasciate che vi racconti come è andata, lo faccio leggendovi degli estratti di un articolo di Estefano Tamburrino sul Fatto: “L’ultraconservatore Abelardo De La Espriella, detto “El Tigre”, risulta vincitore con il 49,65%. Appena 250mila voti di differenza (meno dell’1%) rispetto al progressista Iván Cepeda che ha ottenuto il 48,71%. 

È il risultato preliminare pubblicato dalla Registraduría nacional, l’autorità elettorale colombiana, dopo il conteggio preliminare. Hanno votato 26,2 milioni su 41 milioni aventi diritto: +15,7% rispetto al 2022 (il che fa capire quanto fosse sentita la votazione). 

Come commenta il giornalista più avanti: “Crolla un’altra diga anti-Usa, quella di Gustavo Petro. Il Sudamerica, eccezion fatta per il Brasile, è ora nelle mani di Donald Trump. Che ha subito telefonato a El Tigre”.

Ma alle urne non è andato tutto liscio. La coalizione di Cepeda ha impugnato 33mila verbali e il Ministero dell’Interno ha raccolto circa 3mila denunce. Tra gli episodi raccolti da ilfattoquotidiano.it, si registrano presunti voti comprati, schede già barrate in favore di De La Espriella e operai a cui è stato impedito di esercitare il diritto al suffragio, poiché trattenuti dalle ditte oppure costretti a votare l’ultrà. D’altro canto alcuni abitanti di El Pato denunciano di aver votato Cepeda sotto minaccia dei gruppi armati come l’Ejército de liberación nacional e dissidenze ex Farc.

“Osservatori come Diana Alfonso denunciano apertamente l’ingerenza Usa, attraverso la firma Tower Strategy, diretta dall’ex capo della Cia a Caracas, Angel de la Torre (ingaggiata dall’Asociación nacional de empresarios Colombia) e flussi anomali di denaro giunti alla Nova Soportes Integral, che avrebbe ricevuto 325mila dollari, e ad altre decine di società vincolate a El Tigre negli Usa. La stessa autorità elettorale ha chiesto alle parti di attendere la verifica dei verbali, necessaria ai fini della proclamazione”.

Ora, questo pezzo del Fatto è abbastanza criptico, quindi provo a tradurvelo. In pratica ci sono osservatori che accusano apertamente gli Stati Uniti di aver messo le mani in questa elezione. E a sostegno di questa ipotesi citano due cose.

La prima è una società di consulenza americana che si chiama Tower Strategy, guidata da un certo Angel de la Torre, che appunto è l’ex capo della CIA a Caracas, cioè il responsabile delle operazioni di intelligence americana in Venezuela, non un tizio a caso. E questa società sarebbe stata ingaggiata dall’associazione dei grandi imprenditori colombiani per fare, diciamo, “consulenza politica” in favore di De La Espriella.

La seconda cosa sono i soldi. Flussi di denaro anomali arrivati a una serie di società legate a El Tigre negli Stati Uniti — una in particolare, la Nova Soportes Integral, avrebbe ricevuto 325mila dollari. Da dove vengono quei soldi? Non è chiaro, ed è esattamente questo il problema”.

Ma De La Espriella ha preferito tirare dritto. “Giuro di difendere la Costituzione con estrema coerenza!”, esclama El Tigre a Barranquilla, dentro a un cubo di cristallo blindato, davanti a una folla di camicie gialle (della nazionale di calcio colombiana) nella quale spunta qualche bandiera israeliana. “Questa vittoria non appartiene a un uomo, a un partito, a una regione, ma all’intera Colombia; a un popolo che ha deciso di recuperare il suo destino”, ha sottolineato De La Espriella, che dedica la vittoria al senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, morto l’estate scorsa a Bogotà dopo un attentato con arma da fuoco. “Questa è la notte che segna l’inizio di una nuova era per la nazione e di un cambio d’ordine: la Patria miracolo”, dice. È finito il dialogo di Paz. I gruppi armati, alla pari dei narcos: “Saranno perseguitati nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica. Non ci sono zone vietate allo Stato”.

Tira una brutta aria, non ve lo nascondo. Cepeda dal canto suo ha convocato 9mila notai e giudici nei seggi, affinché siano controllati “tutti i verbali, uno a uno”. Soltanto allora, ha detto, “riconosceremo i risultati ufficiali”. Il leader progressista assicura che non permetterà il venir meno delle conquiste sociali: “Ci sono voluti degli anni. Ora siamo una forza resistente”. 

Gustavo Petro, presidente uscente, è stato ancora più frontale e ha puntato il dito non solo contro gli Usa ma contro Israele: “Darò ai giudici i dati sui server manipolati“, ha detto, sottolineando: “l’unico che può fare una cosa del genere è lo stato di Israele”.

Il governo israeliano dal canto suo ha ignorato le accuse di Petro e si dice pronto a riallacciare con Bogotà i rapporti interrotti da Petro. Così come esulta tutta l’ultradestra sudamericana, da Daniel Noboa, dall’ecuadotiano Daniel Noboa, a Nayib Bukele, leader autoritario di El Salvador (quello fissato con i bitcoin e la sicurezza), a Javier Milei. Fra l’altro Bukele, Milei e Trump sono i punti di riferimento ideologici e anche di stile proprio di El Tigre. E in attesa dell’esito delle elezioni in Perù, che ormai con il 99,6% delle schede scrutinate sembrano sempre più nelle mani anche qui della destra di Keiko Fujimori, anche se per una manciata di voti. 

Se la vittoria di Del la Espriella sarà confermata, questo sancisce un ulteriore e quasi totale slittamento, anzi salto a destra, estrema destra, del continente sudameticano, quasi completamente allineato alle politiche trumpiane. Ormai, fatta esclusione per il Brasile, il Messico e l’Uruguay, e se escludiamo Cuba, Venezuela e Nicaragua, che hanno condizioni particolari, l’America Latina è nelle mani della destra, spesso radicale.

E io purtroppo non posso non tornare sempre sullo stesso punto. Sull’assurdità di tutto questo sistema con cui prendiamo decisioni. Lo so che lo dico adesso che ha vinto quello che mi sta antipatico, ma il discorso in sé è sempre valido. Siamo sempre più spesso di fronte a elezioni che contrappongono due visioni del mondo del tutto e in tutto opposte. 

Prendiamo la Colombia: Da un lato hai De La Espriella, che vuole aprire il paese al fracking, quidni all’estrazione di petrolio più dannosa che esista, vuole dare licenze libere alle multinazionali estrattive, vuole chiudere ogni tavolo di pace con i gruppi armati e costruire mega-carceri sul modello di Bukele, vuole affondare le imbarcazioni dei narcos con la gente a bordo. E che fra l’altro ha anche la nazionalità americana ed è iscritto al Partito Repubblicano. 

Dall’altro c’è Cepeda, che vuole abbandonare del tutto i combustibili fossili, che vuole proteggere aree sempre più grandi di foresta, che è un pacifista piuttosto radicale e vuole tenere aperto il dialogo con i gruppi armati, che vuole trattare la questione della droga come un problema di salute pubblica piuttosto che una guerra da vincere contro i narcos. 

Le politiche che De la Estrella metterà in atto se la sua vittoria sarà confermata avranno effetti per centinaia di anni, sul clima, sulle foreste, sulle società umane. E questo viene deciso da una manciata di voti, dati di pancia, e con forti pressioni estere.

Se la democrazia rappresentativa elettorale scricchiolava già, credo che l’arrivo dell’IA e delle piattaforme renda non urgente, di più, mandarla in pensione. Condizionare un voto sta diventando una roba sempre più semplice, soprattutto per chi ha potere e governa le piattaforme tecnologiche. E chi governa le piattaforme tecnologiche lo sappiamo in quali direzioni condiziona i voti. Questa cosa sta diventando lampante. Io voglio vedere domani, domani, una proposta politica di riforma radicale della democrazia. Davvero, non possiamo più aspettare.

A proposito di potenziali danni enormi fatti all’interno della cornice democratica, stasera è prevista la votazione in Senato per il cosiddetto DDL Sparatutto. E in parallelo sono previste forti proteste, organizzate da diverse sigle animaliste e ambientaliste. 

Il DDL sparatutto è il nome con cui i giornali e alcune associazioni chiamano la riforma della caccia voluta dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che a grandi linee prevede: la riduzione delle aree protette, l’aumento del numero di specie cacciabili, l’allungamento del periodo di caccia, la possibilità di catturare uccelli migratori da utilizzare come richiami vivi.

Insomma, un attacco abbastanza diretto alle strategie di protezione della biodiversità, tant’è che la Commissione Europea ha già avvertito informalmente che l’Italia rischia una procedura d’infrazione per violazione delle direttive “Habitat” e “Uccelli”, e il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna ha inviato una richiesta formale di chiarimenti al Ministero dell’Ambiente. 

Fra l’altro è un tema su cui anche la maggioranza scricchiola, perché esiste una fazione diciamo animalista, anche nella maggioranza di destra. Tant’è che il voto era previsto per il 18 giugno ma la seduta è stata sospesa per due volte per mancanza del numero legale, con conseguente rinvio del voto al 23 giugno.

A maggior ragione assume importanza l’invito alla mobilitazione per oggi fatto da ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF, che chiamano a raccolta i cittadini e i gruppi politici per dare un chiaro segnale contro quello che, a detta loro, si prospetta come il peggiore attacco frontale agli animali selvatici, alla natura e ai valori della nostra Costituzione.

Quindi per chi vuole oggi dalle 17:00, in concomitanza con la discussione in Senato, le associazioni allestiranno uno speaker’s corner in piazza della Rotonda (di fronte al Pantheon, a Roma) dove ognuno sarà invitato ad esprimere la propria contrarietà e le proprie considerazioni in merito a questo atto del Governo e della maggioranza parlamentare. 

Lo avevamo anticipato ieri, e in effetti sono arrivate. Sto parlando delle dimissioni del primo ministro britannico Keir Starmer, che ieri mattina ha annunciato che si dimetterà da leader del partito laburista, quindi per come funziona il sistema inglese anche da premier, ma resterà al comando finché il partito non sceglierà il suo successore. 

Nel regno Unito il premier infatti è il leader del partito che vince le elezioni. Quando un premier si vuole dimettere, basta che rinunci alla leadership del suo partito e automaticamente il ruolo passa a colui che viene eletto come leader successivo. 

Il Post ricostruisce quello che accadrà adesso. Starmer resterà in carica come primo ministro durante la transizione. Ha chiesto al comitato centrale del partito di aprire le candidature il 9 luglio e di chiuderle entro il 16 luglio, con l’obiettivo di concludere tutto entro il 1° settembre, prima del congresso laburista di Liverpool previsto dal 27 al 30 settembre. 

Il favorito schiacciante è Andy Burnham — ex sindaco di Manchester, tornato in parlamento solo pochi giorni fa. Per ora è l’unico candidato dichiarato, e Wes Streeting, che era considerato l’altro possibile sfidante, ha già fatto un passo indietro annunciando il suo sostegno a Burnham — probabilmente in cambio di un incarico rilevante nel futuro governo. 

Lo scenario più probabile è quello che i media britannici chiamano coronation: se al 16 luglio Burnham è l’unico candidato, non serve il voto degli iscritti e diventa automaticamente leader e primo ministro. Se invece si facessero avanti altri, si andrebbe a una votazione tra i circa 300mila tesserati laburisti, con Burnham comunque strafavorito. Vedremo

In chiusura una notizia interessante. La leggo sull’Indipendente: “Il progetto pilota era partito nel 2022 e si è chiuso lo scorso febbraio: tre anni e mezzo in cui 2mila artisti irlandesi hanno ricevuto 325 euro a settimana, senza dover rendere conto di nulla che non fosse continuare a fare ciò che già facevano. Pochi giorni prima della scadenza, il governo ha annunciato che quell’esperimento, nato per rianimare un settore culturale uscito a pezzi dalla pandemia, sarebbe diventato permanente, e così è stato”.

Ora, la cosa interessante non è solo che l’hanno fatto — è perché. Il governo aveva commissionato due studi indipendenti, con tanto di gruppo di controllo, cioè un gruppo di artisti che non riceveva il sussidio, per confrontare i risultati. E i numeri sono stati abbastanza netti. Senza il reddito di base, uno su sette artisti aveva smesso di fare arte nel giro di due anni. Con il sussidio, quasi nessuno. I beneficiari dedicavano in media 11 ore settimanali in più alla propria pratica creativa. E sul piano economico — che è quello che di solito convince i governi — per ogni euro investito, le arti ne hanno restituiti 1,39, tra valore culturale e miglioramento del benessere mentale delle persone. Insomma, la spesa pubblica intelligente.

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