L’azione climatica è un obbligo per gli Stati: risoluzione storica Onu – 22/5/2026
L’Assemblea Generale dell’ONU adotta una risoluzione storica che recepisce il parere della Corte Internazionale di Giustizia: l’azione climatica è un obbligo legale per gli stati. E intanto si fa sempre più concreta la possibilità di un super El Niño nel 2026.
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Fonti
#RisoluzioneONU
UN News – General Assembly backs historic World Court climate crisis ruling
Italia che Cambia – Risoluzione ONU: l’azione climatica diventa un obbligo legale
#SuperElNiño
CNN – Super El Niño climate warning
The Conversation – A ‘super El Niño?’ Why it’s too early to forecast one with certainty, but not too soon to prepare
Trascrizione episodio
Ieri è stata una giornata a suo modo storica. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione secondo cui gli stati sono obbligati legalmente a contrastare il cambiamento climatico.
Ok, facciamo un passo indietro, perché questa notizia ha una storia interessante dietro.
Tutto inizia sei anni fa, siamo nel 2019, e siamo a Vanuatu, un arcipelago di isole nel Pacifico, su cui vivono circa 300mila abitanti, che vanta un primato poco invidiabile.
Secondo il World Risk Index, è il paese più vulnerabile al mondo ai rischi legati ai cambiamenti climatici. Si trova infatti nel mezzo di una possibile tempesta perfetta: è al centro di una cintura di cicloni, sta perdendo pezzi di costa (dove vive la maggior parte delle persone) per via dell’innalzamento del livello dei mari, la salinizzazione delle acque dolci rende l’acqua potabile sempre più scarsa, in più è un paese piuttosto povero che ora si trova a dover spostare città e villaggi più nell’entroterra. Insomma, un casino.
A far girare ancora di più le scatole agli abitanti di Vanuatu c’è poi il fatto che il Paese contribuisce praticamente zero alle emissioni globali di CO₂ che sono all’origine della crisi climatica, eppure è il luogo che subisce le conseguenze peggiori.
Questa roba, come capirete, non è proprio giusta. Così nel 2019 un gruppo di 27 studenti di giurisprudenza di Vanuatu prendono l’iniziativa. Scrivono a tutti i governi del Pacifico, chiedendo sostegno per una proposta: portare la questione climatica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
E contro ogni aspettativa, ci riescono. Il Ministro degli Esteri di Vanuatu li appoggia, e lo stesso anno il governo porta la proposta al Pacific Islands Forum, che è l’unione degli Stati dei Paesi del Pacifico, un po come se fosse l’Unione Europea del Pacifico, anche se con meno poteri. Da lì inizia un lavoro diplomatico lungo anni: per diciotto mesi Vanuatu fece lobbying gli altri membri delle Nazioni Unite per raccogliere sostegno. Nel 2023, quando la questione fu portata all’Assemblea Generale, con ben 132 Paesi co-sponsor, tutti i 193 stati membri accettarono di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia.
La Corte si espresse il 23 luglio 2025. Alcune cose che disse erano attese, altre no.
La prima cosa, e forse la più importante: fu la prima volta in assoluto che la CIJ esaminò il quadro giuridico internazionale applicabile al cambiamento climatico. E lo fece in modo piuttosto netto. I quindici giudici adottarono un’interpretazione espansiva degli obblighi degli Stati, respingendo in larga parte le argomentazioni avanzate dai principali emettitori di gas serra — compresi i grandi paesi industrializzati.
La Corte stabilì che l’obiettivo di 1,5°C dell’Accordo di Parigi è giuridicamente vincolante, e che tutti gli Stati — in particolare i maggiori emettitori — devono adottare misure di riduzione delle emissioni ambiziose, in linea con la migliore scienza disponibile. Tradotto: non basta firmare l’Accordo di Parigi e poi fare quello che si vuole — quell’obiettivo ha forza di legge.
E disse anche che l’adattamento climatico non può più essere trattato come un’opzione, ma è un obbligo legale. Quindi gli stati non possono limitarsi a tagliare le emissioni, ma devono anche proteggersi attivamente dagli impatti già in corso.
In quell’occasione, pensate, la Corte fu unanime su tutti i punti. Quindici giudici favorevoli, provenienti da sistemi giuridici e paesi diversissimi, senza un voto contrario. Una compattezza che raramente si vede su temi così divisivi a livello politico.
Ecco, ieri si è chiuso definitivamente il cerchio. Un anno dopo il parere della Corte, l’Assemblea Generale ha fatto un ulteriore passo, recependo quel parere e adottando formalmente la risoluzione. La maggioranza è stata bulgara. 141 voti a favore, 8 contrari e 28 astensioni. Hanno votato contro soltanto Iran, Israele, Liberia, Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti, Yemen, Bielorussia. Ovvero quasi tutti i grandi produttori di combustibili fossili.
L’Italia invece ha presumibilmente votato a favore, dato che ha co-sponsorizzato la risoluzione, mettendo il proprio nome sulla proposta prima ancora che arrivasse al voto.
Ora, la domanda che ha senso farsi è: cosa cambia, da oggi, in pratica?
Provo a spiegarvi cosa significa, perché ci muoviamo in un terreno pieno di zone grigie. Il parere della CIJ, quello dello scorso anno, pur non essendo formalmente vincolante, è considerato un’opinione autorevole che chiarisce gli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico.
Stabilisce infatti basi legali per il contenzioso climatico in tutto il mondo. Significa che se cittadini o associazioni porteranno in tribunale uno stato per danni dovuti all’inazione climatica, quel tribunale sarà tenuto a considerare e citare l’interpretazione della CIJ. Questo può aumentare – probabilmente sta già aumentando – i tassi di successo dei casi climatici nazionali e sottoporre gli stati a una maggiore pressione legale. E questo può avere effetti sulle aziende, perché il pronunciamento dice che gli stati hanno l’obbligo di regolamentare i soggetti privati che operano sotto la loro giurisdizione.
Vi faccio un esempio: capita abbastanza spesso che alcune aziende del settore fossile abbiano fatto causa contro Stati che imponevano, ad esempio, il divieto di trivellazione o l’abbandono progressivo del carbone, sostenendo che queste leggi costituissero violazioni della protezione degli investimenti. Queste cause a loro volta rappresentano un freno a volte per i governi ad agire. Ora i governi sanno che hanno le spalle più coperte perché potranno difendersi meglio dalle cause intentate dalle compagnie fossili quando cercano di uscire dai combustibili fossili.
Insomma, si attivano diversi meccanismo interessanti. Anzi si sono già attivati, perché già nei sei mesi successivi alla sentenza della CIJ, ci sono state già due sentenze di tribunali nazionali e regionali sulla necessità di calcolare le emissioni previste derivanti dall’apertura di nuovi giacimenti petroliferi.
La risoluzione Onu di ieri è come se creasse un po’ una casa politica alla sentenza giuridica. Nel delicato equilibrio di poteri internazionale, la risoluzione rafforza la sentenza perché dice che la stragrande maggioranza degli stati è d’accordo sul fatto che l’azione climatica non sia discrezionale ma obbligatoria. E instaura anche una serie di prassi, per cui le Nazioni Unite potranno chiedere con più forza agli Stati di rispondere su cosa stanno facendo per contrastare la crisi climatica.
Detto ciò, senza girarci intorno, sappiamo che siamo in un momento storico in cui persino quei pezzi di diritto internazionale che sembravano assodati e granitici stanno vacillando, per cui non è che possiamo aspettarci miracoli da una risoluzione Onu.
Tuttavia, qualcosina sposta. E il fatto che sposti qualcosina ce lo dimostra, in maniera indiretta, una notizia riportata da Al Jazeera.
Che ha raccontato qualche giorno fa che a febbraio gli Stati Uniti avevano inviato un cablo diplomatico, un messaggio ufficiale, a tutti i membri dell’ONU chiedendo esplicitamente a Vanuatu di ritirare la risoluzione, e “cessare di cercare di usare il parere della Corte come base per creare un percorso per portare avanti pretese infondate di obblighi legali internazionali”. Il tentativo di bloccare la risoluzione prima ancora che arrivasse al voto, insomma. Se Trump voleva fermare questa cosa, probabilmente ha un senso.
Diversi giornali sia in Italia che nella stampa internazionale stanno parlando del possibile arrivo di un Super El nino. A volte con toni corretti, a volte sminuendo il problema, altre con toni molto allarmistici. Cerchiamo di capire cosa c’è di vero e cosa possiamo fare.
Innanzitutto: cos’è el nino? È un fenomeno ciclico (ha cicli di circa 2-7 anni) di correnti che nascono nel Pacifico equatoriale, ma che hanno effetti a cascata sul clima di buona parte del Pianeta.
Normalmente, gli alisei soffiano da est a ovest lungo l’equatore, spingendo l’acqua calda verso l’Asia e l’Australia e lasciando acqua più fresca vicino alle coste del Sud America. Durante El Niño però, questi venti si indeboliscono o si invertono, e quella grande massa di acqua calda rimane o si sposta verso est, verso il Pacifico centrale e orientale.
Questo cambia la distribuzione del calore nell’oceano e nell’atmosfera, e ha effetti a cascata su tutto il pianeta: causa siccità in alcune zone (Australia, Indonesia, India), piogge eccessive e alluvioni in altre (coste del Sud America, California), temperature globali più alte, stagioni degli uragani atlantici più calme ma Pacifico più attivo.
Il nome “El Niño” viene dai pescatori peruviani, che avevano notato questo riscaldamento delle acque verso Natale e lo chiamarono “El Niño”, cioè “il Bambino”, in omaggio al Bambino Gesù.
Il fenomeno opposto si chiama La Niña: gli alisei si rafforzano invece di indebolirsi, con effetti in larga parte invertiti.
Il problema è che ultimamente gli effetti del nino si sommano a quelli della crisi climatica, con conseguenze spesso molto pesanti. E alcuni indicatori sembrano mostrare che quest’anno potrebbe attivarsi un possibile “super El Niño”, ovvero un nino particolarmente potente e caldo. E questa cosa sta destando diverse preoccupazioni perché potrebbe portare portare piogge estreme, caldo, siccità e inondazioni devastanti in tutto il mondo.
Uno degli articoli più interessanti sull’argomento lo ha scritto su The Conversation Pedro DiNezio, uno scienziato che studia El Niño e che prova a mettere ordine tra quello che sappiamo e quello che ancora non sappiamo. Si chiama, l’articolo, “Un super El Niño? Perché è troppo presto per prevederlo con certezza, ma non troppo presto per prepararsi“
I segnali in questo momento, spiega lo scienziato, ci sono: il Pacifico tropicale si sta riscaldando molto velocemente lungo l’equatore e i modelli informatici indicano che potrebbe raggiungere condizioni estreme entro la fine dell’anno. Il problema, però, è che prevedere El Niño non è come prevedere il meteo della settimana prossima (che comunque ultimamente, anche quello toppa più spesso del solito).
Immaginatevi che sotto la superficie del Pacifico orientale c’è in questo momento un serbatoio di acqua calda eccezionalmente grande. Questo in linea di principio è un segnale affidabile che El Niño si sta sviluppando. In pratica, però, quello che succederà dopo dipende enormemente da cosa fa l’atmosfera.
Perché El Niño si sviluppi davvero, l’oceano e l’atmosfera devono entrare in un ciclo di retroalimentazione: le acque superficiali più calde indeboliscono gli alisei, questo – per dei meccanismi abbastanza complicati – fa sì che altra acqua calda si sposti verso est, e questo che rinforza il riscaldamento. Un classico esempio di ciclo di retroazione positivo, ovvero di fenomeno che si autoalimenta. Ma questo ciclo non si attiva automaticamente. Ha bisogno di raffiche di vento ripetute per sostenere il processo. Finché quel ciclo non si innesca, il sistema è in una fase imprevedibile.
Abbiamo già visto questo in passato scenario. Nel 2014 e nel 2017, i modelli indicavano condizioni di forte El Niño entro metà anno. In entrambi i casi, i pattern di vento attesi non si materializzarono mai e El Niño rimase debole o tornò a una fase neutra.
Le prossime settimane, spiega l’articolo, saranno decisive: se gli alisei del Pacifico si indebolissero di nuovo, El Niño potrebbe intensificarsi rapidamente. Se non lo facessero, il fenomeno potrebbe restare debole o tornare a condizioni neutrali.
Quindi la verità è che non lo sappiamo ancora con esattezza. Al tempo stesso, come anticipava il titolo dell’articolo, l’autore sostiene che vale la pena prepararsi comunque, anche senza certezza. Perché un evento forte o “super” può provocare siccità in Amazzonia, incendi in Indonesia, alluvioni in Perù. In India, se i monsoni si indeboliranno,— questo potrebbe compromettere l’agricoltura e le riserve d’acqua per centinaia di milioni di persone.
Quindi è importante che i vari governi si preparino a seconda dei possibili scenari attesi. in india ad esempio sarebbe utile intervenire già adesso sulle riserve e le infrastrutture idriche. In Italia gli effetti sono più difficili da prevedere rispetto alle zone equatoriali e tropicali, ma potremmo aspettarci un autunno/inverno particolarmente siccitoso, con conseguenze sui raccolti per l’estate successiva.
Sono ipotesi ovviamente.
Lasciatemi una piccola chiosa prima di chiudere. Mi rendo conto che è molto difficile in questa fase della Storia, tenere assieme uno sguardo lucido sul futuro, sulla crisi climatica e ambientale, e la capacità di coltivare quella che Johanna Macy chiamava la speranza attiva, ovvero la capacità di sognare e costruire un futuro diverso. Sono due capacità che non sempre coesistono ma sono entrambe essenziali. Lo sguardo lucido serve a prepararci a quello che succederà, ad essere pronti, a prevedere anche le possibili conseguenze peggiori. La speranza attiva serve per cambiare le cose, nel frattempo, e costruire un sistema diverso.
Ci vuole molta centratura e capacità di prenderci cura di noi, per coltivarle entrambe. Non è detto che tutti le abbiamo entrambe, ma se riusciamo ad essere comunità, magari in un gruppo è più facile trovarle Quindi il mio auspicio è, spero di non suonare troppo come predicatore, è prendiamoci cura di noi, singolarmente, ma anche collettivamente, come comunità.
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