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3 Settembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Dal woke ai borghi “di destra”: cosa ci raccontano le polemiche di fine estate? – 3/9/2026

Il dibattito su woke e borghi si infiamma tra la chiusura di Rai Scuola e un post di Christian Raimo; il Veneto approva una legge regionale sul suicidio assistito con i voti della maggioranza di centrodestra; l’Onu certifica il superamento della soglia di 1,5 gradi di riscaldamento globale.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Questa fine estate è stata caratterizzata da due dibattiti/polemiche social come al solito piuttosto tendenziosi e polarizzanti, ma con un nucleo interessante. Il primo su woke/antiwoke, il secondo sui borghi. In realtà i due dibattiti sono consequenziali e molto connessi. 

Tutto è iniziato da una battuta della dem Usa Alexandria Ocasio-Cortez. Il 9 agosto, a “This Week” su ABC, Jonathan Karl le chiedeva conto di alcune posizioni molto “woke” che la candidata governatrice del Wisconsin Francesca Hong aveva avuto in passato (tipo abolire le prigioni, togliere i fondi alla polizia, “cancellare la festa del Ringraziamento”). Per woke si intende quella cultura che si è sviluppata negli Usa a partire dal 2010, con il movimento Black Lives Matter, e che è partito dalla lotta al razzismo sistemico, per poi allargarsi a un’attenzione tutte le discriminazioni — di razza, genere, orientamento sessuale, identità — e alle pratiche che ne derivano: linguaggio inclusivo, attenzione alla rappresentanza, cancel culture verso chi viene percepito come offensivo. 

C’è stato un momento verso la fine dello scorso decennio in cui la cultura woke ha prodotto negli Usa alcune esagerazioni, come un’attenzione estrema al politicamente corretto e una sorta di conformismo progressista che ha colonizzato alcuni ambienti. Questa mania del politicamente corretto, al tempo stesso, è stata cavalcata, presa in giro, e ingigantita dalla destra, dal Maga, che l’ha trasformata in uno degli ingredienti del suo successo.

Fatto sta che AOC ha alla domanda del giornalista dicendo, “Conosco un consigliere comunale che dice sempre ‘Woke 1 was crazy'””, ovvero il primo woke, quella fase del woke è stata folle, ridendo poi insieme al giornalista. 

Negli Usa gli analisti hanno letto questa frase più che altro come un segno di maturità di OAA, che è una delle deputate più di sinistra e una delle maggiori speranze per il futuro del partito democratico. In Italia il dibattito è arrivato in maniera abbastanza scomposta. Il 15 agosto Repubblica ha preso questa battuta, modificandola un po’ e cercando di leggerci un segnale di un dietrofront della sinistra americana, una sconfessione pubblica del movimento woke. 

Il 21 agosto Giuseppe Conte scrive una lettera su Repubblica dicendo che alla sinistra non serve il woke. Da lì è una valanga: Renzi parla di “ubriacatura woke”, la Lega conia i “wokisti anonimi”. 

Un dibattito abbastanza surreale visto che in Italia gli estremismi della cultura woke non ci sono mai stati veramente, e non li riusciamo nemmeno a capire. Negli Usa comunque il razzismo sistemico ha radici più profonde, quindi anche la cultura dei diritti individuali è più radicata. Mentre da noi quello che è arrivato è una sorta di riflesso, uno scimmiottamento del woke e antiwoke senza alcun contesto.

Fatto sta che a questo dibattito se n’è agganciato un secondo, sui borghi. Che c’entrano i borghi col woke, direte voi? Non molto in effetti, ma le due cose si sono legate per una serie di ragioni. 

Quasi in contemporanea la Rai ha annunciato che dal primo ottobre Rai Scuola, il canale 57 del digitale terrestre, chiuderà i battenti. Al suo posto debutterà “Italiana”, un nuovo canale dedicato — testuali parole dell’azienda — a raccontare l’identità italiana attraverso i territori, i borghi, le tradizioni, l’enogastronomia, il Made in Italy. L’operazione del governo, tramite la tv di stato è chiara, sostituire un canale divulgativo legato all’educazione e alla cultura (tradizionalmente più presidio dellai sinistra, luoghi in cui si è sviluppata di più la cultura woke se vogliamo) con un canale sull’identità italiana. 

E così improvvisamente i borghi sono diventati di destra. Sulla questione si è gettato a capofitto Christian Raimo, scrittore molto prolifico, intellettuale brillante ma anche cintura nera di polemica. Che ha chiuso il cerchio. 

Ve lo leggo:

Ho letto dell’osceno dibattito sul woke mentre ero in giro tra boschi e paesini italiani a camminare. Mi fermavo in questi luoghi semidisabitati, bellissimi, quasi senza presenze umane tranne i bar pieni di maschi vecchi, italiani bianchi, che bevevano male già alle 8 di mattina, l’unica donna era sempre e solo la barista, 20 o 30 anni, alla quale i maschi vecchi facevano battute di merda, gli s’appiccicavano letteralmente addosso, etc…

Quando non c’è l’overturismo questo resta di quello che chiamiamo l’Italia, i borghi, gli antichi mestieri: resta l’alcolismo, il maschilismo, il razzismo.

L’antiwoke è semplicemente un paternalismo razzista spacciato per buon senso, e questo accomuna Conte, Renzi, Casalino, Vannacci, eccetera.

Sono passato da valli con mille chiese, una ogni cento metri, e la maggior parte di queste chiese erano chiuse o abbandonate. In ogni angolo c’era una fontana, e spesso queste fontane – che erano state il segno di come una civiltà contadina si era urbanizzata, letteralmente il legame tra campi e nuove case – erano a secco, per la mancanza d’acqua, anche in queste zone di montagna. Leggevo Turoldo o Pasolini che parlavano del loro Friuli distrutto dal capitalismo, dalla retorica sviluppista della Democrazia cristiana e pensavo a cosa avrebbero scritto di un paese in cui dell’umanesimo intrinseco della civiltà contadina sarebbe rimasta solo la brutalità dell’odio per il diverso.

Chiuse le chiese, chiuse le fontane, chiusi gli ospedali, chiusi i tribunali, chiuse le scuole, ogni tanto un cantiere aperto, roba di Pnrr per lo più o di qualche altra commessa pubblica, con ovviamente lì gli stranieri a lavorare a 35 gradi a mezzogiorno.

Questa è l’Italia dove si parla di woke e di antiwoke. Un paese in cui il razzismo è la norma. Un razzismo che non si nomina mai, perché si chiama identità italiana, valori cristiani, territorio, tradizioni, e tutto il resto di quanto più meschino, autoriferito, una ridda di Tricolori inutili e di localismo xenofobo, virilista.

Chiude tutto quello che c’è di universalistico per lasciare lo spazio a questa cultura di merda.

Il primo ottobre chiude anche Rai scuola, canale 57, e indovina cosa apre, su quel canale lì, Rai italiana, un canale dedicato a sto cazzo di territorio.

Invece della scuola, forse troppo woke, il territorio.

Questo post ha scatenato a sua volta reazioni da parte di quel vastissimo mondo, che abbiamo raccontato più volte, quello dei camminatori, di chi i borghi li ripopola ecc, che non si riconosce nella descrizione di Raimo. 

Franco Arminio, scrittore, poeta, paesologo come ama definirsi, che di paesi ha scritto per una vita intera, gli ha risposto che i paesi sono organismi complicatissimi, che richiedono osservazione prolungata e da vicino — fuori dalla portata di chi ci passa in mezzo con lo sguardo di un opinionista di città.

Ora, di paesi ne abbiamo raccontati tanti e quindi penso sia interessante osservare questo dibattito. Innanzitutto, al solito, è bastata una iniziativa del governo per produrre uno slittamento della percezione. Se il governo identifica nei borghi uno degli elementi distintivi dell’identità italiana, quindi della destra, allora i Paesi diventano “di destra”, quindi il male assoluto per chi è di sinistra. 

Le cose che racconta Raimo sono probabilmente vere, non credo se le sia inventate. Basterebbe aggiungere un “anche”. I Paesi sono anche luoghi di razzismo e chiusura, probabilmente come frutto dell’abbandono che hanno subito negli anni, dei servizi che non esistono più, del poco interesse della politica e delle istituzioni (compresa della destra, che li ha trasformati in un orgoglio da cartolina, ma non sembra intenzionata a riattivare i servizi o a fare politiche sociali e di welfare reale per chi li abita. 

Ma i paesi sono anche luoghi di innovazione, laboratori di sostenibilità, fucina di scambi e creatività. Abbiamo raccontato centinaia di storie di integrazione, di ragazzi e ragazze che hanno dato il via a progetti innovativi. Lungo i borghi e i paesi si è svolta la local march for Gaza lo scorso ottobre, per dire. 

Credo che il post di Raimo sia comunque utile per ricordarci che esiste anche quella parte lì. E non idealizzare questi luoghi. Anche, appunto. Ma se lo prendiamo alla lettera, rinchiude i Paesi in una nuova gabbia ideologica. E fra l’altro fa la cosa opposta di quello che si suppone sia l’obiettivo ultimo di Raimo stesso: regala i Paesi alla destra. Glieli assegna chiavi in mano. 

I Paesi sono tanto altro.

Che si possa andare oltre l’ideologia politica lo mostra invece una legge approvata ieri in Veneto. Che ha approvato una legge regionale sul suicidio assistito. È la quarta regione a farlo, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ma è la prima governata dal centrodestra — quello stesso schieramento che di solito è più ostile a questo tipo di regolamentazione. 

A renderla possibile sono stati i voti della Lega, con in prima fila Luca Zaia, insieme a una parte di Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia ha votato compatta contro, e con lei l’unico consigliere del partito di Vannacci. 

Il suicidio assistito in Italia è legale dal 2019, per una sentenza della Corte costituzionale, ma quella sentenza dice solo chi ha diritto ad accedervi — non dice come, non dice in quanto tempo. Quindi restano ostacoli burocratici che, per persone gravemente malate, si traducono in mesi di attesa e sofferenza in più. Il presidente della regione Stefani ha ottenuto che nella legge venisse rafforzato il ruolo delle cure palliative — un’alternativa che non esclude il suicidio assistito, ma che chi è contrario alla pratica prova spesso a presentare come un passaggio quasi obbligato. Il governo, dal canto suo, ha già impugnato le leggi di Toscana ed Emilia-Romagna, sostenendo che la materia non spetti alle Regioni. Vedremo come si comporterà con una legge che arriva da una regione amministrata dalla stessa maggioranza.

Che fosse ormai impossibile restare entro il grado e mezzo di riscaldamento globale lo si sapeva da un pezzo. La notizia ha comunque qualcosa di storico. Leggo su Repubblica: “L’Onu ammette la sconfitta, 11 anni dopo la firma dello storico Accordo di Parigi sul clima: per la prima volta, in un report appena pubblicato e dal titolo Limiting the Overshoot, afferma esplicitamente che il mondo supererà inevitabilmente gli 1.5 gradi di riscaldamento in più rispetto al livello pre-industriale, soglia che la comunità internazionale si era data nella Conferenza sul clima tenutasi nella capitale francese nel 2015. 

La relazione è firmata da circa 50 tra i più stimati climatologi e avverte che è urgente mettere in campo azioni concrete: azzerare le emissioni di gas serra e utilizzare strategie di rimozione del carbonio già presente in atmosfera. Iniziando subito si potrebbe limitare il superamento della soglia: se si riuscisse a ridurre entro il 2035 del 55% le emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale, e ad azzerarle entro il 2050, le temperature globali raggiungerebbero comunque un picco di circa 1,8 °C in più rispetto ai secoli scorsi.

Un’azione decisa (e immediata) potrebbe riportare il riscaldamento sotto la soglia di 1.5 °C entro la fine di questo secolo, secondo gli scienziati. Ma, avvertono, “ciò non ripristinerà il mondo che conoscevamo un tempo. Molti ghiacciai del pianeta – fonti d’acqua fondamentali per le comunità montane – si scioglieranno per sempre. Le specie che si estingueranno non possono essere riportate in vita. Alcuni ecosistemi danneggiati da eventi meteorologici estremi non si riprenderanno mai”. Superare l’obiettivo di 1,5°C, anche solo temporaneamente, aumenta inoltre il rischio di innescare punti di non ritorno nel sistema climatico, come il collasso della foresta amazzonica e la brusca disgregazione delle calotte polari. Si tratta infatti di fenomeni irreversibili, che una volta innescati e possono sconvolgere i modelli meteorologici cruciali su scala globale.

Ma si andasse oltre, non fermandosi nemmeno a 1.8 °C, le conseguenze sarebbero ben peggiori. Un riscaldamento fino a 3 °C potrebbe portare alla perdita di oltre un quarto della massa dei ghiacciai entro il 2100, con un conseguente innalzamento del livello del mare fino a 13 cm. E la produzione alimentare globale potrebbe diminuire fino al 14% entro il 2050. Per questo “l’obiettivo di 1.5 °C rimane quello da perseguire”, ha affermato Inger Andersen, direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), che ha pubblicato il rapporto. “Ma ora dobbiamo affrontare la questione in modo diverso”. Al solito: tocca muoversi.

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