Germania: l’Afd vince a est, la sinistra conquista Berlino, disastro Merz! – 21/9/2026
Le elezioni in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, il voto per la Duma in Russia e il caso Ed Sheeran-Macklemore.
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Fonti
#Germania
Il Post – Le elezioni in Meclemburgo sono state un disastro per la CDU
Repubblica – Berlino, Valgolio (Linke): “La gente vuole la statalizzazione dei condomini in mano alle multinazionali”
#Russia
Il Post – Le elezioni parlamentari in Russia, alla maniera di Putin
Il Fatto Quotidiano – Putin rivince le elezioni per il rinnovo della Duma: al partito Russia Unita oltre il 49% dei voti
#EdSheeran
Il Post – Cosa ha detto Ed Sheeran al primo concerto dopo l’esclusione di Macklemore dal suo tour
Trascrizione episodio
Dopo le elezioni in Sassonia Anhalt, ieri in Germania c’erano altre elezioni molto attese. Si andava al voto nello stato federale di Meclemburgo-Pomerania Anteriore, uno stato nel nord-est del paese che da sul Mar Baltico e confina con la Polonia, e si votava anche nella capitale Berlino.
Partiamo da Meclemburgo e al solito partiamo dai fatti, dai dati, che nel momento in cui registro sono ancora parziali, ma sembrerebbe che anche qui – come in Sassonia, anche se con numeri leggermenti più bassi, in testa ci sia AfD, l’estrema destra, intorno al 38 per cento. Subito dietro, con il 35%, i socialdemocratici dell’SPD, quindi il centrosinistra per intenderci.
Anche se stavolta a fare ancora più parlare del risultato dell’estrema destra tedesca è quello estremamente basso della CDU, il partito del cancelliere Friedrich Merz, che al momento sembrerebbe persino sotto la soglia di sbarramento del 5%, al 4,9 per cento, quindi fuori dal parlamento regionale. Sarebbe la prima volta nella storia della Germania democratica. E il peggior risultato di sempre per il partito in un’elezione statale. Ora, magari alla fine riuscirà ad entrare, ma il risultato è comunque a dir poco disastroso, e lo ha detto ieri sera lo stesso Merz, che ha parlato di elezioni disastrose, ma che pure ha detto che non ha intenzione di dimettersi.
Anche qui, come in Sassonia Anhalt, l’affluenza è stata molto alta, al 75%. Ed è probabile che in questo caso l’affluenza sia dovuta proprio alla volontà di parte dell’elettorato di fermare l’AFD. Il Meclemburgo come la Sassonia è uno stato ex sovietico ma se la Sassonia ha un tessuto post industriale, il Meclemburgo è uno stato con molto turismo, e meno disagio sociale. Qui i socialdemocratici governano ininterrottamente da quasi 30 anni. Sembravano in crisi, un anno fa nei sondaggi stavano al 19 per cento, ma hanno rimontato fino al 35 quasi raggiungendo l’AFD e forse sono stati votati proprio da chi non voleva che l’AFD potesse governare.
E quasi sicuramente non governerà qui l’AFD, perché anche qui c’è stato il famoso cordone sanitario per argoinare l’estrema destra, che ha funzionato meglio che in Sassonia. Perché l’AFD ha preso meno del 40% e perché l’unico partito che si potrebbe alleare, ovvero il partito cosiddetto rossobruno di Sahra Wagenknecht non dovrebbe entrare, o anche se entrasse col 5% non basterebbe. Insomma, l’AFD vince ma non governa, mentre sembra probabile un governo Socialdemocratici insieme alla sinistra di Linke e ai verdi.
A Berlino, invece, le cose sono andate diversamente: è avanti nettamente la Linke, la sinistra, intorno al 25 per cento. La CDU lì è seconda, ma perde circa otto punti rispetto al 2023.
Berlino ha una situazione particolare perché è allo stesso tempo una città e un Land, quindi ha un parlamento regionale e un governo, guidato da un sindaco che erò non viene votato direttamente dagli elettori, ma è scelto dal Parlamento. Quindi la Linke è in testa, ma per governare dovrà trovare degli alleati.
La cosa interessante però, e che seguiremo, è che un po’ come successo per mamdani a New York, ma in maniera ancora più forte, sono state elezioni dominate dal tema dell’abitare. E la Linke aveva come pnto principale del programma quello di espropriare, socializzare, la proprietà di oltre 200mila appartamenti che a Berlino sono in mano a quelle che vengono chiamate multinazionali dell’immobiliare, ce spesso gestiscono gli immobili con meccanismi speculativi per riaffittarli a prezzi decenti. “Berlino abbordabile” è stao lo slogan principale della Linke a queste elezioni, e a quanto pare ha funzionato. Fra l’altro, per dire, già nel 2021 i berlinesi votarono a favore di una proposta simila in un referendum, con quasi il sessanta per cento di sì, ma da allora non è mai stato fatto niente. La Linke promette di portare a casa questo risultato nel primo anno di governo, ma non è scontato che ci riesca.
Insomma, ci sono tante questioni. C’è l’avanzata dell’AFD, che comunque continua a macinare successi regione dopo regione. C’è la sinistra che vince a Berlino scommettendo sull’abitare sociale. C’è la crisi di Merz, considerato il cancelliere più impopolare della storia della Germania democratica, che peraltro viene dopo Scholz che anche lui era il cancelliere più impopolare della storia della Germania democratica, che ci die qualcosa sulla Germania attuale, comunque fatto sta che attualmente si discute, da mesi, anche dentro il suo partito, di sostituirlo.
Per vederci un po’ più chiaro ho chiesto a Valentina Saini, giornalista corrispondente dall’Italia per La Voz de Galicia e per 22 Med, per i quali sta seguendo proprio le elezioni tedesche, che è già stata diverse volte ospite del podcast, di farci un’analisi/commento a caldo della situazione. Vi lascio al suo contributo, a te Valentina.
Contributo disponibile nel podcast
Ci sono state elezioni importanti anche in Russia, dove da venerdì a ieri si è votato per rinnovare la Duma, la camera bassa del parlamento, 450 seggi in palio. Il risultato in questo caso non era abbastanza scontato, nel senso che per una serie di fattori e per come si sono svolte le elezioni non c’erano molti dubbi sul fatto che avrebbe vinto il partito di Putin. C’erano però comunque delle cose interessanti da osservare.
Comunque: come si votava in Russia? Sulle schede c’erano, di fatto, soltanto candidati approvati dal governo russo e partiti di una opposizione di facciata, che – racconta il Fatto Quotidiano – nella scorsa legislatura hanno votato a favore di tutte e 170 le leggi approvate per sostenere la guerra.
Mentre, ad esempio, è stato escluso anche l’unico partito che si dichiarava contrario alla guerra, Yabloko, il più antico partito liberale del paese. Che nei mesi precedenti al voto stava attirando l’attenzione di molti scontenti e avrebbe potuto prendere più del solito 1-1,5 per cento, ma che è stato escluso dopo soli cinque giorni di campagna elettorale, per una questione legata a una presunta violazione del copyright, che però secondo i candidati del partito – ma sembra abbastanza evidente che sia così – è stato un mero pretesto. Inoltre una ventina dei suoi candidati con più possibilità di farcela, che erano rimasti in corsa come indipendenti, sono stati tolti di mezzo perché in un vecchio post avevano nominato Navalny, o avevano condiviso link di Facebook o Instagram, vietati in Russia.
E quindi alla fine è andata come ci si aspettava. Anche qui parliamo di risultati non definitivi, ma in questo caso conta ancora meno, comunque secondo gli exit poll della televisione di Stato, Russia Unita, il partito di Putin, ha vinto con il 49,4 per cento, quasi identico al 49,8 di cinque anni fa. Al secondo posto i comunisti, con il 14,2.
L’altro dato che si aspettava è quello sull’affluenza, che era importante osservare, perché una affluenza particolarmente bassa poteva essere letta come un segnale di insoddisfazione popolare. In realtà questo segnale non c’è stato. Secondo la Commissione elettorale centrale, ha votato il 56 per cento degli elettori, contro il 51,7 di cinque anni fa. Quindi è salita, nonostante le voci di un malcontento crescente verso la guerra e i pochi sondaggi disponibili che davano il partito di governo ai livelli più bassi di sempre.
Come si spiega? Il Post parla di “mobilitazione amministrativa”: i dipendenti pubblici, impiegati e funzionari, che vanno a votare per Russia Unita per fedeltà e convenienza. E poi tra i nuovi candidati del partito ci sono duecento veterani della guerra in Ucraina, tra cui un ex soldato di ventinove anni, ferito a Mariupol, nominato da Putin “Eroe di Russia”.
Insomma, Putin, che ha approfittato della guerra per stringere ulteriormente il nodo alla libertà politica del paese, avrebbe fatto di tutto per aumentare l’affluenza perché la sua legittimità dipende più da quella che dal risultato percentuale.
Attenzione, però, perché sarebbe sbagliato dire che è tutto finto, tutto falsato, come leggo in tanti giornali. Ci piaccia o no, Putin, secondo i sondaggi dell’istituto indipendente Levada, ha ancora un consenso attorno al 75%. Che è tanto. Ovvio che con un’opposizione vera tolta di mezzo, non abbiamo modo di sapere quanto di questo sostegno sia convinto e quanto sia rassegnazione o paura di dire quello che si pensa.
Al netto di questo, c’è stato anche qualche segnale di protesta. A San Pietroburgo il leader di Yabloko, Nikolai Rybakov, ha annullato la scheda scrivendoci sopra “per la pace” e l’ha mostrata ai giornalisti. E in alcuni seggi delle periferie di Mosca si sono formate file di giovani a mezzogiorno in punto seguendo l’invito di alcuni oppositori all’estero, tra cui Yulia Navalnaya, la vedova di Navalny, l’oppositore di Putin morto in carcere nel 2024, in una colonia penale artica.
Nel frattempo la guerra è arrivata dentro la giornata elettorale. Durante il voto una pioggia di droni e missili ucraini si è abbattuta su Mosca, colpendo ancora la raffineria di Kapotnya. Secondo le autorità russe ci sono due morti, una donna e un anziano, e venti feriti, tra cui tre bambini.
Che succede adesso? Diversi giornali – sempre occidentali, va detto – riportano che c’è un certo timore, in Russia, per quello che succederà dopo il voto: si parla di una nuova mobilitazione militare, di restrizioni a internet, di misure economiche drastiche. A luglio i russi hanno ritirato dai conti bancari più soldi che nei sei anni precedenti. Sintomo del fatto che temono un collasso dell’economia.
C’è una storia che sta facendo molto discutere negli Stati Uniti e non solo, e che riguarda un cantante famosissimo, un rapper e un conflitto. Provo a ricostruirla dall’inizio, perché ha avuto parecchi passaggi in pochi giorni.
Il cantante è Ed Sheeran, uno che ha scritto la prima canzone al mondo a superare i tre miliardi di ascolti su Spotify e che con una tournée di qualche anno fa ha incassato 700 milioni di dollari, con oltre otto milioni di spettatori. Il rapper è Macklemore, che apriva quasi tutti i concerti del suo nuovo tour negli stadi americani, il Loop Tour. Il conflitto è quello a Gaza, che poi più che conflitto il termine corretto è genocidio.
Cosa è successo? Che il 4 e 5 settembre, in due concerti in New Jersey, Macklemore dal palco dice “Palestina libera”. Lunedì 14 settembre fa sapere di essere fuori dal tour. Il motivo, secondo il suo racconto, è che i proprietari di alcuni stadi avevano minacciato Sheeran di annullare i concerti se non lo avesse tolto di mezzo. Tra questi Robert Kraft, il proprietario dei New England Patriots, che avrebbe chiamato Sheeran direttamente e convinto anche altri proprietari a fare lo stesso.
Martedì sera arriva il messaggio di Sheeran su Instagram, che suona un po’ come una supercazzola. Dice che la decisione è stata del promoter, non sua. Dice di aver cercato un compromesso senza trovarlo (e quindi, di fatto, ammette di aver ceduto alle pressioni). Dice di essere “inorridito” dal conflitto, ma di non voler prendere posizione in pubblico, perché i suoi concerti sono fatti per unire. E che non voleva lasciare a casa la squadra tecnica e i musicisti che dal tour dipendono.
Per molti è mancanza di spina dorsale, e infatti inizia un fuggi fuggi: nel giro di poche ore se ne vanno praticamente tutti quelli che aprivano o suonavano con lui nella parte americana del tour. Sheeran resta quasi da solo, con anche molti fan che boicottano. E arriviamo a sabato, a Philadelphia, prima data dopo tutto questo casino. Sheeran ne parla subito: si scusa, dice di aver commesso degli errori, di non aver mai voluto fare il musicista-attivista, ma che questa è una questione umanitaria e che non può più nascondere quello che prova.
Solo che poi fa di nuovo cerchiobottismo. Definisce il 7 ottobre “orribile”, aggravato da secoli di sofferenze del popolo ebraico, per poi dire che quello che succede a Gaza è “catastrofico, ingiustificabile e sproporzionato”. Che oggi fa un po’ ridere come modo di inquadrare la questione: dopo tre anni di sterminio, e con le ultime rivelazioni che sembrano mostrare che Netanyahu fosse stato avvertito dell’attacco, credo sia lampante che il 7 ottobre, che orribile lo è davvero eh, intendiamoci, sia stato la scusa per portare avanti una delle operazioni di sterminio su base etnica più atroci della storia moderna. Mettere le due cose sullo stesso piano non regge.
Ho scelto di raccontarvi questa notizia perché mi ha lasciato due sensazioni contrastanti. La prima è che l’opinione pubblica mondiale ha ormai scelto da che parte stare, insieme alla maggior parte degli artisti: se non ti esponi come Sheeran, o peggio se tolleri un’ingiustizia, la cosa ti si ritorce contro. E in fin dei conti chi ce lo fa fare di preoccuparci di un luogo dove la maggior parte di noi non metterà mai piede? Eppure c’è una solidarietà globale importante e non scontata.
L’altra faccia della medaglia è più amara: tutto questo non basta, mi viene quasi da dire non serve. Mobilitazioni, iniziative di aiuto, flotille, marce, niente sembra avere il minimo effetto, almeno nell’immediato, nel fermare il massacro. Non so cosa produrrà nel medio termine, ma intanto l’uso indiscriminato della forza non viene nemmeno scalfito. E questo fa crollare un po’ le fondamenta del castello (di carte) dell’attivismo globale.
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