Riecco gli incendi giganti. Cosa possiamo fare? – 20/7/2026
Incendi in Italia e nel mondo e strategie di prevenzione; nel Regno Unito Andy Burnham è il nuovo premier laburista, mentre il governo propone di vietare ai minori di 16 anni le bevande energetiche.
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Fonti
#Incendi
The Guardian – ‘It’s only going to get worse’: wildfires forcing firefighters to make impossible choices
The Guardian – As the UK and Europe battle deadly wildfires, what lessons can Australia offer?
Reasons to be Cheerful – ‘A Cultural Shift Toward Living With Fire’
Il Post – Incendio ad Andalusia, in Spagna: danni e foto
ANSA – Almeno 100 case distrutte in un incendio in Norvegia: ‘Il rogo è fuori controllo’
Italia che Cambia – Convivere con il lupo
#RegnoUnito
Il Post – Che primo ministro sarà Andy Burnham nel Regno Unito
Il Post – In Inghilterra il governo ha proposto di vietare la vendita di bevande energetiche ai minori di 16 anni
Trascrizione episodio
È di nuovo quel periodo dell’anno in cui parliamo di incendi. La settimana appena trascorsa ha fatto tornare sulle prime pagine dei giornali il tema in diverse aree del mondo.
Compresa l’Italia. In Piemonte, tra Valsesia e Val d’Ossola, gli incendi delle scorse settimane hanno distrutto 700mila alberi e un’area tra gli 8 e i 9 chilometri quadrati (8-900 ettari). Ci vorranno dai 2 ai 5 anni per veder tornare le prime piante e i primi animali in quell’area, e dai 50 ai 70 anni perché i nuovi alberi raggiungano la maturità completa.
Altri sono ancora in corso. Un grosso incendio in Umbria, diversi incendi in Sicilia, Calabria e Sardegna. Come sappiamo la frequenza e la gravità di questi incendi sono aumentate dalla crisi climatica, per la quale gli incendi agiscono come un potente ciclo di retroazione positivo, ovvero come un meccanismo che alimenta il fenomeno, invece di stabilizzarlo.
La crisi climatica crea le condizioni perfette perché gli incendi si sviluppino (o anche se sono dolosi perché siano più difficili da contenere) e a loro volta gli incendi, immettendo grandi quantità di anidride carbonica in atmosfera aggravano la crisi climatica, che quindi causa incendi ancora più grandi e così via.
La situazione italiana, in realtà, al momento non è nemmeno quella più preoccupante. Un articolo del Guardian firmato da Ajit Niranjan e Caroline Davies racconta una realtà molto pesante in Europa e nel Mondo. Francia, Portogallo e Spagna stanno vivendo uno dei periodi più duri di sempre proprio in queste settimane. In Spagna del Sud, in Andalusia, nella provincia di Almeria sono morte tredici persone in un incendio che ha devastato circa 70kmq, quindi quasi dieci volte l’estensione dell’incendio in Piemonte. Un incendio ancora più grande sta coinvolgendo adesso l’Almeria, nel nord est del Paese, e un altro la regione di Madrid.
In Francia i vigili del fuoco hanno dovuto gestire, nelle ultime tre settimane, 250-300 incendi contemporaneamente. E anche il Regno Unito, che di incendi non ne aveva mai vissuti così, ha aperto la settimana con 19 roghi attivi in contemporanea.
Questo aspetto, relativamente recente della contemporaneità è uno degli elementi più problematici. Il Guardian la spiega bene. Il problema non solo “quanti ettari bruciano”, anzi, da quel punto di vista a livello globale la superficie totale bruciata nel mondo sta calando. Non in Europa, dove aumenta, ma nelle savane africane, che sono ormai frammentate dai terreni agricoli, che bloccano l’avanzata delle fiamme.
Il problema – qui da noi – è che quando i roghi scoppiano, sono sempre più caldi, sempre più imprevedibili, e soprattutto scoppiano tutti insieme. E quando scoppiano tutti insieme, i pompieri sono costretti a fare quello che un funzionario spagnolo, in un passaggio dell’articolo ha paragonato al lavoro di triage durante un’emergenza sanitaria. Bisogna scegliere. Bisogna decidere quale incendio combattere e quale, semplicemente, lasciar bruciare. È un concetto nuovissimo per l’Europa, in particolare per quella del nord, che fino a poco tempo fa pensava che gli incendi fossero un problema tutto mediterraneo.
Mentre proprio in questi giorni un incendio molto grande ha colpito anche la Norvegia, arrivando a distruggere oltre un centinaio di case.
Considerate poi che il fumo di questi incendi non resta confinato dove nasce. Stanno girando molto le immagini della Statua della Lobertà a New York completamente immersa nel fumo per via degli incendi in Canada, nell’Ontario settentrionale hanno reso Toronto, mercoledì scorso, la città con l’aria più inquinata al mondo. Uno studio ha stimato che il fumo degli incendi canadesi ha causato 82mila morti premature nel solo 2023, tra Stati Uniti ed Europa.
In tutto ciò, ci si mette anche la politica, che per anni ha tagliato continuamente e inspiegabilmente a tagliare il numero di vigili del fuoco in quasi tutti i paesi europei. L’articolo del Guardian riporta i dati del Regno Unito, ma la situazione è abbastanza simile in tutta Europa. In Regno Unito ci sono 12mila pompieri in meno rispetto al 2010.
Ora, cosa possiamo imparare da questa storia? Come potremmo metterci al riparo da incendi sempre più grossi e devastanti?
La premessa è sempre la solita. Dobbiamo come prima cosa decarbonizzare le nostre società, ovvero smettere di immettere anidride carbonica e atri gas climalteranti in atmosfera, nel lungo periodo ogni altra azione è inutile, perché rimanda solo l’inevitabile. Quindi la premessa è quella lì, sempre.
Fatta questa premessa necessaria e per niente scontata, ci sono comunque altre cose che possiamo fare, per rendere i nostri ecosistemi naturali e umani più resilienti. C’è un secondo pezzo, sempre sul Guardian, che racconta la storia di Jan Harris, 67enne che vive nel New South Wales, in Australia, e che guardando le immagini degli incendi europei di questi giorni si è messa a piangere.
Perché nel 2018 ha perso la sua casa in un incendio. Racconta che in meno di due minuti un filo di fumo si è trasformato in un muro di fuoco, e che sono riusciti a portare via solo l’insulina del figlio prima di scappare in macchina. Due anni dopo, la stessa famiglia ha vissuto anche i famosi “black summer fires” del 2019-2020.
L’Australia con gli incendi ci convive da sempre, anche le popolazioni aborigene usavano il fuoco per gestire il territorio da millenni, e soprattutto negli anni, dopo una serie di incendi terribili, ha sviluppato una cultura della prevenzione interessante. Fatta di piani di evacuazione che non sono solo fatti dalle amministrazioni, ma ogni famiglia a un suo piano discusso in anticipo, sulla base di linee guida generali, con anche la consapevolezza che non tutte le case, e non in tutti i casi, si possono difendere e a volte bisogna semplicemente andarsene il prima possibile.
Nell’articolo c’è anche la testimonianza di un ex comandante dei vigili del fuoco australiani, Greg Mullins, che racconta di aver avvertito i colleghi europei già nel 2004, a una conferenza a Dublino, che avrebbero dovuto prepararsi a incendi in stile australiano per via del cambiamento climatico. All’epoca si sentiva “una voce isolata” e fuori dal coro. Vent’anni dopo, gli incendi che lui descriveva sono arrivati, puntuali.
Fra il livello globale, di contrastare la crisi climatica, e quello microscopico, familiare, di preparare un piano antincendio se si vive in una zona a rischio, esistono molti livelli intermedi.
Uno particolarmente importante, e anche in parte dibattuto, è quello della gestione delle foreste. Se in Africa gli incendi stanno rallentando per via dell’avanzare dei terreni agricoli (che intendiamoci, portano con sé altri problemi eh), in molti problemi occidentali esiste il problema opposto, ovvero l’abbandono dei terreni agricoli. Per decenni, intere aree rurali del Mediterraneo si sono progressivamente spopolate: la gente si è trasferita in città, i terreni agricoli e i pascoli sono stati abbandonati, e la vegetazione spontanea è tornata a riempire quegli spazi.
Solo che quando un campo agricolo viene abbandonato, non torna subito a essere un bosco maturo, sano, ricco di biodiversità. All’inizio, per anni, anzi per decenni, cresce quella che gli ecologi chiamano vegetazione “pioniera”: arbusti, rovi, erbe secche, macchia bassa e fitta — tutte specie che colonizzano velocemente un terreno nudo proprio perché sono poco esigenti, crescono in fretta e sono anche estremamente infiammabili.
Fra l’altro anche qui il cambiamento climatico ci rimette del suo in un modo un po’ contro-intuitivo: perché gli inverni e le primavere tendenzialmente più piovosi fanno crescere ancora di più questa vegetazione. E poi arriva l’estate, sempre più calda e sempre più lunga, che la secca completamente. Risultato: più combustibile, più secco, pronto a bruciare. È un altro ciclo che si autoalimenta, un po’ come quello di cui parlavamo tra incendi e CO2.
Un bosco maturo, denso e stratificato brucia meno facilmente: l’ombra delle chiome mantiene l’umidità al suolo più a lungo, la presenza di grandi erbivori crea naturalmente delle aree brucate, a bassa densità di vegetazione, che funzionano come vere e proprie linee tagliafuoco spontanee.
Il problema è che ci vogliono decenni, a volte secoli, perché un terreno abbandonato arrivi a quello stadio. E nel frattempo — cioè proprio nella fase in cui siamo oggi in gran parte del Mediterraneo — il paesaggio si ritrova pieno di quella vegetazione pioniera, secca, discontinua ma abbondante, che è esattamente il combustibile ideale per un incendio.
Quindi, cosa si può fare? Se la guardiamo da un punto di vista del tutto non antropocentrico, possiamo dirci che anche senza far nulla alla lunga, anche attraverso gli incendi stessi, gli ecosistemi troverebbero comunque un loro nuovo equilibrio. Il fuoco fa parte da sempre dei cicli naturali di molti ambienti mediterranei, ed è persino necessario alla rigenerazione di certe specie.
Se però inseriamo il nostro punto di vista come specie, se ci interessa la nostra sopravvivenza adesso. Un problema nostro, e di qualche altro migliaio di specie che abitano questi ecosistemi, non un problema per gli ecosistemi a lungo termine.
Ci sono però alcune strategie interessanti che si stanno sperimentando. E che variano da quelle che richiedono un maggiore intervento umano a quelle che invece provano a favorire il naturale ripristino degli ecosistemi.
Alcuni paesi, tipo il Portogallo, hanno introdotto la cosiddetta gestione forestale a mosaico, in cui si alternano deliberatamente colture, pascoli e foreste gestite, in modo da spezzare la continuità del combustibile. Si tratta però di pratiche a volte invasive, e che richiedono un intervento costante degli esseri umani, anno dopo anno, e risorse economiche continue.
Altri programmi europei provano a reintrodurre ad esempio il pascolo estensivo. In pratica: si usano greggi di pecore e capre per tenere bassa la vegetazione nelle zone a rischio, ricreando quelle fasce “tagliafuoco” che un tempo esistevano naturalmente perché il territorio era abitato e coltivato. In Andalusia lo fanno da vent’anni, e comporta un chiaro vantaggio anche economico. Se ripulire un ettaro con mezzi meccanici costa tra i 900 e i 2.500 euro, con gli animali si scende a circa 60 euro. Qui il rischio è soprattutto quello di non trovare la giusta misura. Perché un pascolo eccessivo può creare altri tipi di problemi agli ecosistemi.
Poi ci sono alcune regioni che stanno reintroducendo, ma qui parliamo di zone dell’Australia, o in California, o dell’America Latina dove queste cose hanno una tradizione fra alcune popolazioni, i cosiddetti cultural burns, cioè gli incendi prescritti e controllati. Che anche tradizionalmente, ad esempio fra gli aborigeni australiani, avevano la funzione di prevenire incendi più grossi e devastanti.
Infine c’è la branca di interventi di rewilding, in cui si punta esplicitamente a favorire la naturale ripresa degli ecosistemi. Ci sono diversi esperimenti, uni di questi anche in Sicilia che si chiama Rewild-Fire, portato avanti dall’associazione rewild Sicily di cui abbiamo parlato. Qui le controindicazioni sono soprattutto sociali, non ecologiche. Dal punto di vista ecologico sono probabilmente le soluzioni migliori, il problema è che è difficile attuarle nei luoghi dove è presente anche l’essere umano, perché ci siamo abituati un po’ male. Nel senso che un ecosistema sano ha tutta la catena alimentare, compresi i grandi predatori, come lupi, orsi, linci, e dove ci sono in quantità questi predatori sorgono i problemi con gli allevatori, con i turisti, ecc.
Da oggi Andy Burnham è il nuovo premier britannico. Sabato è stato eletto leader dei laburisti, al posto del dimissionario Keir Starmer: Non essendoci altri candidati non c’è stato bisogno di passare dalle primarie e tutto si è svolto più velocemente.
Burnham ha idee politiche abbastanza simili rispetto a Starmer, ma è considerato molto più carismatico e bravo a comunicare. Nessuna differenza sostanziale insomma, un’operazione di rebranding. Staremo a vedere.
Restando nel Ragno Unito, c’è una legge interessante che potrebbe essere approvata. Il governo infatti ha proposto di vietare la vendita di bevande energetiche ad alta concentrazione di caffeina ai minori di 16 anni. Sono bevande diffusissime fra i giovani, tipo le Red Bull, la Monster e la Prime. In un certo senso hanno sostituito l’utilizzo di alcol. Ma fanno altrettanto male, anche se in modo diverso. Causano disturbi del sonno, di concentrazione e ansia, oltre ad essere piene di zuccheri e alimentare l’obesità infantile.
La legge si inserisce in un percorso di tutela degli adolescenti intrapreso dal governo laburista (ma sono politiche che si stanno diffondendo in diversi paesi). Lo stesso governo ha in cantiere leggi per vietare i social ai minori di 16 anni e di introdurre un “coprifuoco” sui per gli adolescenti tra i 16 e i 17 anni. Sono tutte norme condivisibili nell’intento, mi viene da dire, ma che hanno un problema di fondo. L’adolescenza è fisiologicamente il periodo della ribellione e dell’evasione. È molto sano che ciò avvenga. Il rischio è che in una società sempre più controllata e controllante, la ribellione adolescenziale possa finire per esprimersi in maniere ancora più estreme e pericolose.
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