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17 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Nessuna tregua per la guerra peggiore del mondo – 17/4/2026

Trascrizione episodio

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Se vi dico Kordofan del Sud, probabilmente questo nome non vi dirà niente. Eppure è proprio lì, ancora più che in Iran, ancora più che a Gaza o in Libano, che si sta svolgendo la peggiore crisi umanitaria al mondo, il nuovo fronte di una guerra civile che pochi giorni fa, il 15 aprile, è entrata nel suo quarto anno.

Il Kordofan è una grande regione del Sudan centrale ed è la nuova linea del fronte della guerra, stretta fra l’est del Paese, controllato soprattutto dall’esercito regolare, e il Darfur, che è invece la roccaforte delle Rapid Support Forces, le truppe ribelli supportate da diversi Paesi stranieri che stanno cercando di prendere il potere.

Chi controlla il Kordofan controlla i collegamenti fra est e ovest del Sudan, le rotte dei rifornimenti e una parte decisiva dell’equilibrio militare del Paese. Negli ultimi mesi la regione è stata segnata da assedi lunghissimi, sfollamenti di massa, fame estrema e attacchi con droni sempre più frequenti, che hanno colpito anche civili e infrastrutture, mentre nel South Kordofan milioni di persone riescono spesso a mangiare appena una volta al giorno.

Il Kordofan, poi, è solo il fronte più caldo ed estremo di un conflitto tremendo, ma che ciclicamente torniamo a dimenticare. Olivia Le Poidevin, su Reuters, dipinge un quadro molto angosciante, frutto del report redatto da una serie di Ong.

Milioni di persone in Sudan stanno sopravvivendo con un solo pasto al giorno, anzi, spesso saltano i pasti per intere giornate e molte persone sono arrivate a mangiare foglie e mangime per animali pur di sopravvivere.

Il rapporto, basato su interviste a contadini, commercianti e operatori umanitari in Sudan, descrive in dettaglio come la guerra stia spingendo le comunità verso condizioni di carestia, sia per l’interruzione delle attività agricole sia per l’uso della fame come arma di guerra, compresa la distruzione deliberata di fattorie e mercati.

Le cucine comunitarie riescono sempre meno a rispondere a bisogni in aumento, mentre i pesanti tagli ai finanziamenti dei principali donatori stanno ostacolando la capacità delle agenzie umanitarie di intervenire.

Inoltre, a essere colpite sono soprattutto donne e ragazze perché, se vanno nei campi a cercare cibo, o al mercato, o a raccogliere acqua, è molto probabile che vengano stuprate o molestate e quindi finiscono per non andarci. Tant’è che le famiglie guidate da donne hanno una probabilità tre volte maggiore di soffrire di insicurezza alimentare rispetto a quelle guidate da uomini.

Ecco, considerate che a vivere in queste condizioni, o simili, sono milioni di persone. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, circa due terzi della popolazione del Sudan avrebbe bisogno urgente di aiuti umanitari. Il Sudan ha circa 55 milioni di abitanti, quindi parliamo di circa 36-37 milioni di persone. Un’altra statistica dice che il 61,7% della popolazione sudanese – pari a 28,9 milioni di persone – si trova in condizioni di grave insicurezza alimentare. In alcune città, come Um Baru, il tasso di bambini sotto i cinque anni affetti da malnutrizione acuta era quasi il doppio rispetto alla soglia della carestia. Le morti non sono quantificabili. Nessuno sa dirlo con certezza. Si parla realisticamente di centinaia di migliaia di persone. Considerate che, come ha svelato un reportage del Guardian, solo nel corso di due giorni, nell’ottobre 2025, nella città sotto assedio di El Fasher, si stima che fino a 10.000 persone siano state massacrate e altri 40.000 risultino ancora dispersi.

Ecco, parliamo di questi ordini di grandezza. E a complicare le cose c’è il fatto che queste persone si trovano in un incastro particolarmente sfortunato, perché non solo affrontano carestie, malattie, stragi e violazioni costanti dei diritti umani, ma anche perché, in fin dei conti, quasi nessuno ne vuole parlare.
Il governo sudanese allineato con l’esercito regolare nega pubblicamente l’esistenza di una carestia. Le Rapid Support Forces, accusate di stragi e di violenze su base etnica, negano di avere responsabilità per queste condizioni nelle aree sotto il loro controllo.

E l’attenzione mondiale sta da tutt’altra parte. L’ONU ha lanciato un appello a inizio anno per raccogliere aiuti per il Sudan, ma ha raccolto solo il 17% della cifra necessaria, perché, come spiega ancora Reuters, gli Stati Uniti si sono ritirati dagli aiuti esteri, i donatori europei stanno facendo tagli e le potenze del Golfo si concentrano su donazioni bilaterali. Le agenzie umanitarie riferiscono di aver ridotto i propri servizi e solo una serie di gruppi sudanesi di mutuo soccorso, tra cui le Emergency Response Rooms candidate al Nobel per la pace, hanno cercato di colmare il vuoto. Anche se quasi la metà delle cucine comunitarie locali gestite da questi gruppi ha dovuto chiudere per mancanza di sostegno. E c’è da augurarsi che non vincano il Nobel per la Pace, sennò qualche bomba a stelle e strisce in testa non gliela leva nessuno.
Scusate lo humor nero.

In tutto ciò il conflitto va avanti. L’anno scorso le RSF, supportate da una discreta rete di alleanze e aiuti esterni, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti, hanno consolidato il controllo della vasta regione del Darfur, loro tradizionale base di potere e area più occidentale del Paese, e hanno rapidamente iniziato a costituire un governo parallelo. L’esercito mantiene invece il controllo della metà orientale del Sudan.

La guerra con i droni ha sostituito da qualche mese le campagne terrestri come principale modalità di combattimento.
I tentativi di mediare fin qui sono stati piuttosto timidi. Gli Stati Uniti hanno guidato un cosiddetto “Quad”, un gruppo di lavoro che comprende Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e che l’anno scorso ha presentato a entrambe le parti una proposta preliminare di cessate il fuoco. Ma con scarsi risultati. Proprio in questi giorni sono in corso dei colloqui a Berlino che il Guardian definisce “con poche speranze di ottenere risultati concreti”.

Al solito, dietro alla guerra c’è il tema delle risorse, in un Paese ricchissimo d’oro, di cui gli Emirati sono grandi importatori. Pensate che un’indagine di Reuters ha rilevato che gli Emirati Arabi Uniti hanno importato 446 tonnellate d’oro da 46 Stati africani in un solo anno, per un valore di 15,1 miliardi di dollari, perlopiù illegalmente.

Ieri sera, attorno alle 23 italiane, è iniziato un cessate il fuoco in Libano che dovrebbe durare 10 giorni e che potrebbe essere un tassello di un accordo più ampio per mettere fine alla guerra in Iran.

Leggo sul Post: “È uno sviluppo importante per la guerra in Medio Oriente: era una delle condizioni poste dal regime iraniano nelle trattative con gli Stati Uniti, che restano assai distanti su altre questioni, a partire dal programma nucleare. Fin da quando, nella notte tra il 7 e l’8 aprile, Iran e Stati Uniti si erano accordati per un cessate il fuoco di due settimane, hanno litigato sull’inclusione del Libano nell’accordo, mediato dal Pakistan. Stati Uniti e Israele sostenevano che dovesse rimanere fuori dall’accordo, l’Iran il contrario.

Il cessate il fuoco anche in Libano può essere considerato un segnale di distensione con l’Iran, pur all’interno di negoziati molto complessi. Israele si impegna a fermare i bombardamenti, che sono stati pesantissimi e hanno ucciso quasi 2.200 persone. Spesso, prima dell’inizio di un cessate il fuoco, gli attacchi si intensificano, anche se nel pomeriggio le forze israeliane erano state preallertate”.

Continua l’articolo: “Resta però da capire come si comporterà Hezbollah, il gruppo radicale libanese che è una sorta di Stato nello Stato”. Perché giustamente l’accordo è stato fatto fra i governi israeliano e libanese, ma nel pomeriggio di giovedì sono arrivati dei segnali di apertura, per quanto contrastanti: Ibrahim al Moussawi, un parlamentare di Hezbollah in Libano, ha detto che il gruppo potrebbe accettare l’accordo, se Israele smetterà qualsiasi tipo di offensiva contro Hezbollah. In un comunicato successivo, Hezbollah ha detto che l’accordo non dovrà garantire all’esercito israeliano la libertà di movimento in territorio libanese.

Intanto è successo anche che il governo italiano ha deciso di smarcarsi da Donald Trump, in particolare dopo gli attacchi del presidente Usa al Papa. E Trump non l’ha presa benissimo. Leggo su Domani: «Non abbiamo più lo stesso rapporto» è la pietra tombale calata da Donald Trump sull’amicizia con la presidente italiana Giorgia Meloni, dettata prima al Corriere della Sera e poi ripetuta a Fox News.

Segno del telefono senza fili tra Casa Bianca e Palazzo Chigi è il fatto che il presidente americano, interpellato su quell’“inaccettabile” utilizzato da Meloni in risposta, tardiva, alle parole sul Papa, abbia invece parlato della situazione iraniana. Il tycoon infatti si è detto «scioccato dalla mancanza di coraggio» della premier sull’Iran. Di qui l’affermazione di non avere più con lei lo stesso rapporto di un tempo, accomunandola agli altri leader europei e a «chiunque ci abbia rifiutato l’aiuto».

Cade così definitivamente la mitologia del rapporto privilegiato tra Meloni e Trump, che però si era già andata logorando a causa delle bizze umorali del presidente, sempre più difficili da digerire per una premier obbligata all’equilibrismo nel complesso scenario europeo. L’escalation verbale delle ultime 24 ore è stata difficile da gestire per Palazzo Chigi e ora l’obiettivo è quello di smorzare i toni. Con un parziale sospiro di sollievo: appoggiare o quantomeno rimanere in silenzio rispetto alle parole e alle azioni di Trump era diventato sempre più complicato per il governo, e la presa di distanza di Trump libera Meloni dal giogo di una vicinanza ormai sempre più di facciata.

La linea di Palazzo Chigi, tuttavia, non cambia rispetto a quella delle ultime settimane: separare gli Stati Uniti, intesi come Stato alleato, dall’amministrazione che ora lo guida. E ricucire, silenziosamente.

Intanto Eni sta cercando di mettere a tacere l’associazione ReCommon con una richiesta di risarcimento monstre. Leggo su L’Indipendente: “800mila euro. È questa la cifra chiesta da ENI all’associazione ambientalista ReCommon, accusata dal colosso dell’energia italiano di diffamazione aggravata. Nello specifico, ENI contesta le dichiarazioni rilasciate da Eva Pastorelli, in qualità di rappresentante dell’associazione, durante un’edizione di Report dello scorso dicembre: Pastorelli aveva chiarito le attività della multinazionale nel Mediterraneo orientale, e precisamente nelle acque palestinesi, la cui esplorazione era stata concessa a ENI dal governo israeliano. ReCommon parla esplicitamente del caso come di un esempio di “Slapp”, ovvero di una “causa bavaglio” volta a intimidire e mettere a tacere chi denuncia abusi di potere”.

Ma andiamo con ordine. Lo scontro tra ENI e l’associazione ambientalista ReCommon si è aperto a marzo, quando i legali del colosso energetico hanno notificato all’organizzazione la richiesta di avvio di una mediazione obbligatoria per presunta diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo e dei social media. Nel mirino di ENI sono finite in particolare due affermazioni di Pastorelli: la prima riguardava l’assegnazione di licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a un consorzio guidato proprio da ENI, annunciata dal ministero dell’Energia israeliano il 29 ottobre 2023.

Su L’Indipendente avevamo raccontato come, nel febbraio 2024, lo studio legale Foley Hoag LLP – su input delle associazioni umanitarie Al-Haq, Al Mezan e il Centro Palestinese per i Diritti Umani, affiancate dal Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe in Israele Adalah – avesse inviato una lettera a ENI e ad altre aziende energetiche per dissuaderle dall’avviare attività in quell’area, ritenuta parte della Zona Economica Esclusiva palestinese, nonostante le autorizzazioni concesse da Israele. La seconda affermazione di Pastorelli finita al centro della controversia si riferiva alla partnership con Delek Group, definita dall’attivista «nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi». Secondo ENI, tali dichiarazioni sarebbero false e avrebbero «alimentato sentimenti di odio e ostilità verso ENI e i suoi dipendenti, mettendo addirittura in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie».

ReCommon, a ogni modo, ha respinto al mittente ogni accusa. Le affermazioni sull’assegnazione delle licenze, ha evidenziato l’associazione, erano suffragate da una comunicazione ufficiale del ministero dell’Energia israeliano, ripresa da testate internazionali come Reuters e Times of Israel. Quanto alla «lista nera», si trattava del documento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani che elenca le imprese con «particolari preoccupazioni in materia di diritti umani» nei territori occupati, documento che include espressamente Delek Group. Inoltre, ReCommon ricorda di aver pubblicato sul proprio sito anche l’intenzione espressa dalla stessa ENI a Report di «non essere coinvolta in attività nell’area in futuro». E proprio a fine marzo 2026, il quotidiano finanziario israeliano Globes ha rivelato che ENI era uscita dal consorzio per l’esplorazione del cosiddetto “Blocco G”, una decisione poi confermata dalla società con una nota ufficiale.

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