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23 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Il pasticcio del governo sul decreto sicurezza – 23/4/2026

Dal pasticcio del governo sul decreto sicurezza alla crisi intorno all’Iran e al ruolo sempre più confuso di Trump; poi gli afghani che gli Usa vogliono inviare in Congo, la rete anti-retate dell’ICE e una riforestazione spontanea in Tanzania.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione articolo

Ieri la premier Giorgia Meloni è intervenuta per dire che dal suo punto di vista il decreto sicurezza non è un pasticcio e non capisce proprio perché i giornalisti lo stiano definendo così, certificando – con questa smentita non richiesta – l’evidenza del gran casino creato dal governo stesso su una delle sue misure chiave.

Il governo si è trovato a porre la fiducia su un testo che sa già che non va bene, perché è stato criticato dal Presidente della Repubblica Mattarella, e quindi ha detto che lo approverà così com’è per poi approvare un secondo decreto che va a annullare un pezzo del primo, perché non c’erano più i tempi tecnici per modificare questo. 

Ok, capisco che detta così sembra un gran casino incomprensibile. Perché a tutti gli effetti lo è. Ma provo a mettere le cose in fila. 

Innanzitutto: cos’è il decreto sicurezza? Leggo su Avvenire: “Il decreto conta 33 articoli e comprende misure per la lotta alla criminalità (specie giovanile o a carico di minori per esempio coinvolti in accattonaggi); sanzioni più severe per manifestazioni e cortei; norme su organici e tutele delle forze dell’ordine e altre sulla gestione dell’immigrazione. Nel dettaglio, l’articolo 1 interviene nella lotta ai “maranza” e introduce il divieto di porto e vendita di coltelli con la deroga – voluta e aggiunta dal centrodestra al Senato – sulle tipologie di coltelli che si possono portare in giro anche senza una motivazione valida. 

Tra gli articoli più contestati dal centrosinistra, c’è la “stretta” su manifestazioni e occupazioni: per le prime viene introdotto il fermo preventivo fino a 12 ore, che scatta per impedire che una persona, considerata pericolosa, possa partecipare a una manifestazione. Riguardo le occupazioni di immobili, previste sanzioni fino a sette anni e fino a sei anni per chi blocca strade e ferrovie. Altra novità è il cosiddetto “scudo penale” previsto inizialmente per le forze dell’ordine e poi esteso a tutti coloro che, se commettono un reato con una causa di giustificazione, vengono iscritti in un registro indagati distinto”.

Insomma, è un decreto molto ampio che interviene su tanti aspetti diversi, alcuni dei quali piuttosto controversi.

Il seme del pasticcio, comunque, è già nella genesi del decreto. Proprio nella scelta di usare lo strumento del decreto. Perché il decreto legge è una modalità di legiferare in cui il governo – per motivi di comprovata urgenza – salta tutto l’iter parlamentare e approva una legge di sua mano, ma in maniera provvisoria. Dopodiché il parlamento ha 60 giorni per approvarla in via definitiva, apportando anche eventuali modifiche, altrimenti il decreto decade.

In questo caso non c’era un’emergenza o un’urgenza comprovata che giustificasse l’uso del decreto legge, ma è ormai diventata quasi una prassi che i governi provino a saltare la discussione parlamentare. 

Quindi, il governo approva il decreto il 5 febbraio scorso, fra l’altro dopo averlo subito modificato accogliendo già allora una serie di perplessità di Mattarella, viene firmata dallo stesso Mattarella il 24 febbraio e da lì partono i 60 giorni di tempo in cui il Parlamento deve trasformarla in legge.

Il testo inizia il suo iter in Senato, dove vengono approvati alcuni emendamenti, ovvero alcune modifiche al testo originario. Una in particolare, voluta dalla maggioranza, fa molto discutere, quella sugli incentivi ai rimpatri volontari. Vediamo che roba è: in pratica la legge italiana prevede già il cosiddetto rimpatrio volontario assistito, uno strumento che permette ai cittadini stranieri di tornare nel proprio paese volontariamente, ricevendo assistenza economica e organizzativa dallo Stato italiano. 

Con questo emendamento però si introduce un incentivo economico, di circa 615€, agli avvocati che assistono i cittadini stranieri per ogni rimpatrio portato a buon fine. Che però secondo molti esperti di diritto, sarebbe in contrasto con i principi di indipendenza e autonomia degli avvocati, previsti sia dalla legge italiana che dalle norme europee: perché gli avvocati devono fare gli interessi dei propri assistiti, e qui invece si introduce un elemento in cui li si incentiva a fare qualcosa che non per forza è nell’interesse dei loro assistiti. Probabilmente lo è più in quelli del governo. 

Il Senato approva la legge in questa versione, e il testo passa alla Camera. Qui si impantana nelle commissioni per diverse settimane e Mattarella fa ufficiosamente presente che così com’è la legge non va bene, è incostituzionale. Poi lunedì lo fa notare anche ufficialmente. Il governo a quel punto si sveglia e decide di accelerare i tempi. Ma è troppo tardi e non sa come fare. I 60 giorni infatti scadono sabato, il 25 aprile. In genere in questi casi si approva un nuovo emendamento che cancella o modifica l’emendamento contestato, ma in quel caso il testo dovrebbe poi ripassare in Senato che dovrebbe riapprovare la nuova versione ma non ci sono i tempi tecnici.

Allora arriva la soluzione creativa. Il governo ieri decide di mettere la fiducia sul testo, quindi di nuovo forza la mano, stoppa il dibattito parlamentare e chiede alla Camera di approvarlo così com’è. Anche se sa già che non va bene. Poi contestualmente fa un nuovo decreto che va a modificare la legge non ancora approvata. Aprendo scenari inediti nel diritto. Come racconta oggi il manifesto, c’è un “cavillo che fa scervellare i tecnici da ore: come si legifera su un provvedimento non ancora in vigore? Prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, la legge tecnicamente ancora non esiste”.

Insomma il governo sta scroivendo una legge per modificare una legge che ancora non esiste. L’obiettivo è consegnare i due testi insieme a Mattarella, per illustrare l’avvenuta modifica, così che vengano firmati consequenzialmente. 

E niente, questo è il pasticcio del governo sul decreto sicurezza. Che comunque, al netto del caos procedurale e degli aspetti grotteschi della vicenda, resta una roba piuttosto problematica, contenutisticamente parlando.

Alla fine i negoziati non ci sono stati. Nonostante le pressioni di Trump il governo iraniano si è rifiutato di presentarsi ai negoziati, sostenendo che non avesse senso sedersi a un tavolo finché gli usa non avessero rimosso il blocco ai porti iraniani. A quel punto Donald Trump, che fino al giorno prima aveva sostenuto che questo fosse l’ultimo ultimatum, quello vero, ha deciso di estendere unilateralmente il cessate il fuoco, dicendo che sarà lui a decidere quando sarà finito. 

A quel punto, l’Iran ha attaccato tre navi nello stretto di Hormuz: due sono state sequestrate dal regime, la terza è riuscita ad allontanarsi, dirigendosi negli Emirati Arabi Uniti. È una cosa grossa, che potrebbe avere conseguenze sulla guerra, che rende più complicato trovare un accordo e che mostra il dominio iraniano sullo stretto. Trump a quel punto ha detto che il sequestro non si può considerare una violazione del cessate il fuoco. 

Intanto anche sul fronte interno Trump sembra piuttosto isolato e trattato un po’ come una persona incapace di intendere e di volere. Secondo due diverse ricostruzioni, una del Wall Street journal e una dell’Atlantic, diversi consiglieri lo escluderebbero dalle decisioni importanti, lo terrebbero volutamente all’oscuro. Diversi suoi sostenitori gli stanno pubblicamente voltando le spalle e anche la base MAGA, quella più oltranzista e complottista, sembra lo stia abbandonando, man mano che si diffondono teorie del complotto come quella che sostiene che l’attentato a Trump in cui venne ferito all’orecchio sarebbe stato una messinscena.

Nel frattempo, nonostante il cessate il fuoco tra Israele e il governo libanese, sono proseguiti gli attacchi israeliani in Libano e i lanci di razzi e droni di Hezbollah. Il governo libanese continua a chiedere che l’esercito israeliano si ritiri dalle zone che ha occupato.

Intanto ieri è stato sbloccato il prestito di 90 miliardi dell’Unione Europea all’Ucraina, in sospeso da mesi a causa dell’opposizione dell’Ungheria. 

Abbiamo parlato di immigrazione e di Trump. Ora vi do due notizie che uniscono questi argomenti. La prima la prendo dal Post. “Il New York Times scrive che Donald Trump è in trattative per inviare 1.100 afghani nella Repubblica democratica del Congo, paese che sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Sono cittadini afghani che avevano collaborato con gli Stati Uniti durante la guerra contro i talebani iniziata nel 2001 e che erano stati evacuati con il programma Operation Allies Welcome, voluto dall’amministrazione del presidente Joe Biden per evitare che subissero ritorsioni dopo il caotico ritiro degli Stati Uniti dal paese. Tra loro ci sono anche 400 bambini, e poi interpreti per le forze armate statunitensi, ex membri delle forze per le operazioni speciali afghane e familiari di militari americani. Attualmente vivono in Qatar, in un’ex base militare statunitense nota come As Sayliyah.

Il governo americano li aveva trasferiti lì alla fine del 2024, promettendo loro un percorso verso la residenza permanente negli Stati Uniti qualora avessero superato dei controlli. Nel 2025 l’amministrazione Trump aveva sospeso tutte le domande di immigrazione presentate dai cittadini afghani quando un uomo di quella nazionalità era stato identificato come il responsabile di un attacco a due membri della Guardia Nazionale a Washington”.

La seconda arriva invece dal magazine di Solution Journalism Reasons to Be Cheerful. Su cui Emily Nonko racconta come molte attivistà commerciali in tutto il paese si stanno organizzando in rete per resistere alle possibili retate dell’ICE. 

Leggo: “In North Carolina, dei volontari girano per le attività commerciali di tutto lo stato per spiegare cosa significa essere un 4th Amendment Workplace: saper riconoscere i mandati ICE non validi, mettere in sicurezza le aree riservate ai dipendenti, documentare eventuali azioni incostituzionali e difendere tutti i lavoratori, a prescindere dal loro status migratorio. Le risorse includono una guida per i luoghi di lavoro, un kit organizzativo, poster che segnalano l’opposizione a perquisizioni e sequestri incostituzionali, volantini per i dipendenti e consigli su come individuare e delimitare le aree private del personale.

I luoghi di lavoro possono richiedere una formazione dedicata, durante la quale gli organizzatori aiutano titolari e dipendenti a sviluppare protocolli specifici per la propria attività e li guidano attraverso simulazioni di scenari realistici. “Vi aiutiamo a ragionare su… cosa fareste subito dopo i fatti? Come preservereste eventuali filmati, come sosterreste le famiglie lasciate indietro, qual è il primo intervento urgente che serve [dopo una retata]?” spiega Willis Garcés.

La libreria Scuppernong Books di Greensboro è stata tra le prime ad aderire: ha partecipato alla formazione, si è promossa come 4th Amendment Workplace, ha assunto un avvocato, informa regolarmente il personale sui protocolli di risposta all’ICE e ha persino pubblicato un libro su come resistere all’ICE. Il co-proprietario Steve Mitchell afferma che per i titolari è “assolutamente essenziale” esporsi in difesa dei dipendenti, soprattutto se i titolari sono bianchi e residenti legalmente protetti: “È importante che persone come noi dicano che tutto questo non va bene, e che noi scegliamo di stare da questa parte della questione.”

L’articolo poi spiega che questo modello ha avuto molto successo: in North Carolina ci sono ormai più di mille luoghi di lavoro che aderiscono, e iniziative simili si stanno diffondendo anche in altri stati. A New York, per esempio, alcune organizzazioni lavorano soprattutto con comunità migranti asiatico-americane, facendo formazione su de-escalation, controllo dei mandati, osservazione legale. In Minnesota e nelle Twin Cities, epicentro delle retate e teatro dei due omicidi da parte dell’ICE, la risposta è stata ancora più ampia: numeri di supporto attivi 24 ore, incontri dal vivo, lavoro di sensibilizzazione porta a porta fra le attività commerciali, persone incaricate di osservare e documentare eventuali abusi, riunioni dei lavoratori e perfino l’idea di organizzare scioperi contro l’ICE.

I luoghi di lavoro infatti, spiega l’articolo, sono bersagli frequenti per l’ICE, forse più di quanto si immagini, proprio perché sono spazi relativamente accessibili e concentrano lavoratori vulnerabili. Per questo la reazione si sta spostando molto sul terreno del lavoro organizzato: non solo sul fronte dei diritti dei migranti, ma anche su quello di ridare potere ai lavoratori, attraverso sindacati, comitati interni e sistemi di solidarietà tra colleghi.

Insomma, di fronte alla brutale repressione che colpisce spesso persone migranti e senza documenti nei posti di lavoro, in varie parti degli Usa sta nascendo una risposta molto pratica e pragmatica che mette assieme formazione legale, protezione comunitaria e organizzazione del lavoro. E secondo l’articolo questa potrebbe essere una delle forme più efficaci di resistenza all’ICE, perché non si limita a denunciare il problema ma costruisce protocolli concreti per affrontarlo.

Racconta L’Indipendente che in Tanzania, nella regione semi-arida di Dodoma, migliaia di contadini stanno facendo “rinascere” milioni di alberi senza piantarne di nuovi. Il segreto sta nel fatto che stanno usando una tecnica chiamata Farmer Managed Natural Regeneration, che in swahili viene chiamata Kisiki Hai, cioè più o meno “ceppo vivo”. In pratica non si parte da nuove piantine, ma da ceppaie e radici già presenti nel terreno, che vengono potate e curate in modo da far ricrescere gli alberi.

La cosa interessante è che molti terreni che sembrano spogli in realtà conservano sotto terra un sistema radicale ancora vivo. Quello che fanno agricoltori e agricoltrici è quindi selezionare i getti migliori, proteggerli e lasciarli sviluppare, invece di tagliarli tutti o considerare quel cespuglio come “sterpaglia”. Questo rende il metodo più rapido ed efficace rispetto a piantare alberi da zero, perché la pianta ha già radici profonde e quindi resiste meglio alla siccità.Secondo l’organizzazione Justdiggit, che lavora sul progetto con partner locali, a Dodoma sono già stati rigenerati oltre 15,2 milioni di alberi e sono in restauro circa 311 mila ettari di territorio. Molto interessante.

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