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20 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La corrente dell’Atlantico rallenta più del previsto: e dovrebbe interessarti – 20/4/2026

Il rischio di collasso della circolazione atlantica; la partenza da Catania di una nuova flotilla per Gaza; il dibattito negli Usa su morti e sparizioni di scienziati e altre notizie.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

È uscito un nuovo studio sul sistema delle correnti atlantiche. Che può sembrare un argomento molto tecnico, ma in realtà è una roba che a occhio e croce dovrebbe interessare a chiunque perché dal corretto funzionamento di questo sistema dipende la sopravvivenza delle nostre società, così come le conosciamo, su questo pianeta.

Proprio per via della loro importanza, e dato che il funzionamento di queste correnti dipende dalla stabilità del clima, ciclicamente escono degli studi che provano a calcolare dove potrebbe trovarsi il loro punto di non ritorno, il punto di rottura in cui questo sistema si inceppa e non funziona più. Ecco, l’ultimo studio della serie è piuttosto preoccupante perché ci dice che questo punto potrebbe posizionarsi prima di quanto pensassimo.

Leggo sul manifesto: “C’è una sigla che dovremmo tutti imparare per capire il futuro del pianeta. L’acronimo è «Amoc», significa «Atlantic Meridional Overturning Circulation» o «Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica». È un sistema di correnti che muove l’acqua dell’Oceano Atlantico: quella calda sale verso nord dall’Equatore, poi diventa più fredda, densa e salina, e si immerge per tornare verso sud negli strati profondi dell’oceano. Non va confusa con la Corrente del Golfo, che è solo una parte di questo sistema di correnti e si muove soprattutto grazie ai venti.

L’Amoc non si vede ma è straordinariamente importante. Il calore che trasporta verso la costa nord-orientale permette lo sviluppo agricolo nell’Europa centrale e meridionale e rende vivibili città a latitudini alte come Londra, Dublino o Oslo. In più garantisce piogge tropicali abbondanti che permettono le coltivazioni di sussistenza dal Sahel africano alle regioni monsoniche dell’Asia. Infine, seppellisce grandi quantità di anidride carbonica sugli strati inferiori dell’oceano, intrappolandole lì per secoli.

Dei tanti fattori che compongono il complicato quadro del cambiamento climatico, l’Amoc è uno di quelli meno noti al grande pubblico ma più rilevanti. «I cambiamenti più importanti e repentini del clima degli ultimi centomila anni della storia della Terra si sono verificati quando lo stato dell’Amoc è cambiato» osserva il climatologo tedesco Stefan Rahmstorf in un’intervista al quotidiano inglese The Guardian.

Il problema, per l’appunto, è che l’Amoc sta mutando faccia a causa del riscaldamento globale provocato dalle nostre emissioni di gas serra. Tutti gli scienziati che se ne occupano ritengono che oggi sia ai suoi minimi degli ultimi due millenni. Se la corrente dovesse collassare, gli effetti sarebbero catastrofici e solo apparentemente contraddittori. La fine della circolazione oceanica causata dal riscaldamento globale raffredderebbe il nord dell’Atlantico, provocherebbe siccità estive e inverni molto rigidi, trasformerebbe un’intera fascia terrestre – dall’Africa al sud-est asiatico – in un deserto inospitale e innalzerebbe il livello del mare da una sponda all’altra dell’oceano.

New York tuttavia non verrebbe ricoperta da una calotta di ghiaccio come si vede nel film apocalittico «L’alba del giorno dopo» uscito nel 2004, che prendeva proprio spunto dall’eventualità che l’Amoc si fermi (esagerandone un po’ le conseguenze). Il problema per i climatologi è prevedere se e quanto il rallentamento dell’Amoc continuerà in futuro. Non è facile farlo con precisione. Finora, la stima più accurata prevedeva che entro il 2100 il rallentamento sarà compreso tra lo 0 e il 70%, due scenari estremi evidentemente molto diversi.

Una così grande variabilità dipende dalla complessità del modello con cui si analizza il clima e dall’incognita sulle scelte politiche future. Adesso sulla rivista Science Advances un nuovo studio riduce di molto l’incertezza: secondo i ricercatori dell’università francese di Bordeaux che lo hanno scritto con la prima firma di Valentin Portmann, alla fine del secolo la corrente Amoc avrà perso tra il 43 e il 60% della sua forza rispetto al 1900. Come ammettono gli stessi autori della ricerca, l’impatto potrebbe essere anche peggiore perché i modelli utilizzati per le previsioni non tengono conto dello scioglimento della calotta di ghiaccio che copre gran parte della Groenlandia.

Alla luce delle nuove stime, la probabilità che in un futuro prossimo la corrente si fermi del tutto sale dal 5% al 50%. Il rimedio è noto: bisogna azzerare le emissioni dei combustibili fossili. Ma i governi dell’Occidente ora hanno altre priorità”.

Già, il rimedio è noto. Fra l’altro, raramente ho visto una narrazione distorta della realtà come nelle ultime settimane. Premesso che la minaccia del cambiamento climatico di per sé dovrebbe essere sufficiente per farci cambiare rotta il più rapidamente possibile. Ma comunque, direi che il blocco dello stretto di Hormuz dovrebbe rafforzare l’idea che abbandonare rapidissimamente i combustibili fossili sia la via migliore, perché l’idea di dipendere pesantemente per una cosa essenziale come l’energia dall’esterno non è il massimo. E quindi mi pare che una lettura attenta del contesto dovrebbe spingerci a dire “accipicchia, dobbiamo davvero affrettarci a fare la transizione energetica”.

Invece mi pare che la tendenza sia quella esattamente opposta. Che nella situazione attuale si stia facendo strada una narrazione per cui l’assenza di petrolio ne dimostrerebbe la sua importanza intrinseca, per cui il fatto di renderci conto di dipendere ancora così tanto relegasse le rinnovabili a delle velleità naives, per le quali adesso non c’è tempo. È una narrazione ripeto del tutto distorta, che urge aggiustare. Perché l’AMOC, così come tante altre cose, non aspettano.

C’è una nuova flotilla che si sta radunando per tentare nuovamente di raggiungere Gaza via mare e rompere il blocco imposto da Israele agli aiuti umanitari. Se avete seguito la prima missione ricorderete come è andata a finire. Con assalti alle navi da parte delle forse israeliane e un trattamento non proprio morbido riservato agli attivisti.

Stavolta però ci sono alcune cose diverse. La nostra Salvina Elisa Cutuli è stata a Catania dove si stanno radunando gli attivisti e le imbarcazioni che a breve si uniranno alla flotilla e continueranno verso Gaza. A breve scriverà un articolo, ma intanto vi faccio ascoltare qualche impressione dalla sua voce.

Contributo disponibile nel podcast

Negli Usa tiene banco una questione abbastanza strana, che mi sembra interessante raccontare e che ha a che vedere con la scomparsa di una serie di scienziati. Leggo su HuffPost: “La scomparsa del generale in pensione dell’Aeronautica degli Stati Uniti, Neil McCasland, ha riacceso i riflettori sulle misteriose morti e sparizioni che negli ultimi due anni hanno coinvolto scienziati e dipendenti di laboratori statunitensi. Diversi tabloid hanno riportato la notizia collegandola ad altri casi simili e questo ha suscitato un enorme dibattito pubblico.

McCasland è scomparso il 27 febbraio. Il suo nome era già emerso nel 2016 in alcune email pubblicate da WikiLeaks. Era un esperto di fenomeni aerei non identificati (UAP), e aveva anche diretto l’Air Force Research Laboratory presso la base aerea di Wright-Patterson, una struttura che da tempo viene collegata dai teorici della cospirazione sugli UFO al presunto incidente di Roswell del 1947.

Qualche settimana prima di lui un altro scienziato, Carl Grillmair, astrofisico del California Institute of Technology noto per il suo lavoro sugli esopianeti e la scoperta di acqua su mondi lontani, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco fuori dalla sua casa in California. Le autorità hanno successivamente arrestato un sospetto di 29 anni, accusandolo di omicidio, nonché di furto d’auto e furto con scasso in episodi distinti.

Al momento non sono state evidenziate reali connessioni tra i casi, ma la lista dei collaboratori governativi scomparsi continua ad allungarsi. In tutto sono dieci i ricercatori deceduti o scomparsi.

I primi fatti risalgono all’estate del 2023. Micheal David Hicks, 59 anni, un ricercatore del NASA Jet Propulsion Laboratory, coinvolto nel progetto DART e nella missione Deep Space 1, viene ritrovato morto in circostanze misteriose. La causa del decesso non viene dichiarata e non viene disposta alcuna autopsia. L’anno successivo la storia si ripete. Frank Maiwald, 61 anni, anche lui ricercatore per il NASA Jet Propulsion Laboratory, muore senza che venga eseguita l’autopsia. L’unica informazione a disposizione sulla sua morte è un breve necrologio online.

Dopo di lui c’è stato il caso del direttore del Centro di scienze del plasma e fusione del MIT, Nuno Loureiro, di 47 anni, colpito a morte da un colpo di arma da fuoco nella sua abitazione a Brookline, Massachussets, a dicembre 2025. Per il suo omicidio gli investigatori hanno arrestato un uomo che si è poi suicidato, chiudendo di fatto il caso. Non sono stati menzionati collegamenti tra la morte di Loureiro e il suo lavoro. Il direttore del centro fusione del MIT sarebbe però morto a pochissimi giorni di distanza dal ricercatore farmaceutico di 46 anni, Jason Thomas, il cui corpo è stato rinvenuto solo a 3 mesi dalla sua scomparsa. Una semplice coincidenza che però alimenta la teoria che dietro queste vicende ci sia uno schema ben preciso e ben architettato.

Il fisico e professore all’Università di Harvard, Avi Loeb, ha escluso l’eventualità che esista una reale connessione tra gli eventi. Diversi esperti della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, però, si sono già allarmati. Dati i legami delle vittime con i segreti spaziali o nucleari americani, l’ex vice direttore dell’FBI, Chris Swecker, intervistato dal Daily Mail, ha detto che non è da escludere si tratti di spionaggio o rapimenti mirati.

A far capire che la vicenda sta preoccupando c’è il fatto che anche Trump ne ha accennato in conferenza stampa: “Proprio ieri davanti ai microfoni, un Donald Trump sereno si è espresso così al riguardo: “Spero sia casuale, ma lo sapremo entro la prossima settimana e mezza”, definendo la questione “Una cosa piuttosto seria.” Il presidente si è augurato si tratti solo di una serie di semplici coincidenze che proprio le persone coinvolte fossero così importanti. In ogni caso la vicenda, assicura, verrà esaminata al più presto”.

A Milano c’è stato l’incontro dei Patrioti europei, il gruppo di estrema destra dell’europarlamento di cui fa parte la Lega. Che era stato anche ribattezzato Remigration summit, perché inizialmente doveva essere la seconda edizione del controrverso incontro dello scorso anno sulla remigrazione, ovvero la teoria politica di estrema destra che vorrebbe l’espulsione, di persone immigrate anche di seconda generazione o più in generale persone di origini o con discendenze straniere, nel loro paese definito come “etnicamente nativo”. Solo che è stato un mezzo flop. In più, vuoi il crollo di Orban, vuoi la presa di ditanza degli alleati di governo, fatto sta che è diventato un raduno della Lega, che in extremis ha provato a trasformarlo in una manifestazione più ampia contro immigrazione, Green Deal, Bruxelles e costo della vita, prendendo parzialmente le distanze dalla parola “remigrazione”. Alla fine il corteo ha portato in piazza numeri modesti per un evento lanciato come grande appuntamento internazionale della destra europea, e ha mostrato soprattutto l’isolamento politico di Salvini dentro la stessa maggioranza.

Ieri ci sono state la elezioni parlamentari in Bulgaria. Nel momento in cui registro i risultati non sono ancora definitivi ma è in netto vantaggio Progressive Bulgaria, la coializione guidata dall’ex presidente Rumen Radev, che sembra avviato verso la conquista della maggioranza assoluta dei seggi, cosa che gli permetterebbe di governare anche senza stringere alleanze. Radev ha fatto una campagna elettorale molto incentrata sulla lotta alla corruzione, e attorno alla sua vittoria aleggiano dei sospetti di interferenze della Russia. Radev guida una coalizione praticamente neonata, che è un animale un po’ strano, è di centro-sinistra, socialdemocratica, ma anche populista e nazionalista. È considerato euroscettico e vicino alla Russia e ci sono stati dei movimenti e una crescita esponenziale dei suoi canali TikTok e social in generale difficilmente spiegabile se non con’ una spintarella, probabilmente della Russia, che potrebbe essere ansiosa di sostituire Orban. 

Sui negoziati tra Iran e Stati Uniti il quadro resta invece molto confuso. Trump ha detto che una delegazione americana dovrebbe tornare oggi in Pakistan, a Islamabad, per nuovi colloqui, ma da Teheran dicono di non fidarsi degli americani e di non volersi sedere al tavolo, perché temono che i negoziati di Trump siano una trappola per attaccarli a sorpresa. Che strano che i paesi non si fidino di trattare con gli Usa. Insomma, tutto abbastanza confuso, domani ne riparliamo.

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