Cosa ci insegna la vicenda Ranucci-Lavitola e il futuro di Report – 4/9/2026
La vicenda Ranucci-Lavitola arriva a un nuovo colpo di scena con la rinuncia di Giulia Presutti alla conduzione di Report; riparte in anticipo la stagione venatoria nonostante le proteste di WWF e LIPU; a Ribolla, in Toscana, la cittadinanza si mobilita contro un progetto di agrivoltaico legato a un’azienda israeliana coinvolta nell’apartheid.
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Fonti
#Report
Il Post – Chi sono i due giornalisti scelti per condurre “Report”
Il Fatto Quotidiano – Giulia Presutti fa un passo indietro: rinuncia a condurre Report
Linkiesta – Giulia Presutti ha rinunciato alla conduzione di Report
#Caccia
Italia che Cambia – Oggi si ricomincia a sparare: le preaperture della stagione venatoria e le proteste delle associazioni
#Ribolla
Italia che Cambia – Toscana: Ribolla dice “no” al progetto di un’azienda israeliana coinvolta nell’apartheid
Trascrizione episodio
C’è un’altra storia che ha fatto scalpore durante l’estate e che non possiamo ignorare, perché riguarda Report, il programma d’inchiesta più seguito, storico, ben fatto d’Italia, riguarda il suo conduttore ormai storico, e diverse altre cose. Provo a ricostruirvi la vicenda, sulla quale ci sono diversi punti ancora piuttosto nebulosi.
Tutto inizia il 16 ottobre 2025, di sera, quando una ordigno rudimentale esplode davanti alla casa di Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report, a Campo Ascolano, una frazione di Pomezia vicino Roma. L’esplosione distrugge l’auto del giornalista e quella della figlia. Ranucci è in casa, sente il boato, ma inizialmente non pensa nemmeno a un attentato. Poi arrivano i carabinieri e capiscono che qualcuno ha piazzato un ordigno vero e proprio.
Le indagini partono subito, ma per mesi restano concentrate sull’ipotesi più ovvia: una ritorsione legata alle inchieste di Report. Bisogna aspettare fino a fine giugno 2026 perché arrivino i primi arresti: quattro persone, ritenute gli esecutori materiali, vengono fermate con accuse pesanti, dal possesso e uso di esplosivo fino all’aggravante del metodo mafioso.
Solo che qui la storia prende una piega inaspettata. Perché a inizio luglio finisce sotto indagine come possibile mandante Valter Lavitola. Lavitola è un personaggio molto torbido. È un ex giornalista, ha diretto il giornale “L’Avanti!”, ha frequentato per decenni gli ambienti della politica romana, prima nel PSI craxiano e poi vicino a Berlusconi. È quello che viene chiamato faccendiere: una persona che si muove nella zona grigia tra affari, politica e informazione, sempre un po’ al limite dell’illegalità, senza farsi troppi scrupoli e sfruttando conoscenze e relazioni personali per fare da intermediario in operazioni — appalti, incarichi, favori — spesso poco trasparenti. Della sua storia personale fanno parte la presunta compravendita di senatori per far cadere il governo Prodi, tangenti a politici panamensi per appalti su carceri, l’estorsione a Berlusconi legata al caso Ruby, condanne per finanziamenti pubblici illeciti.
Quando esce il suo nome, Ranucci si fa avanti dicendo di essere sorpreso perchè Lavitola è un suo caro amico, una persona a cui è legato da una reale amicizia. Capite che tutta la situazione inizia ad essere stana. Lavitola dopo poco confessa, ma dice che lo ha fatto per aumentare la scorta di ranucci, per il quale era preoccupato.
Secondo gli inquirenti, però, la pista è soprattutto un’altra. Lavitola avrebbe iniziato già dal 2024 a proporre a Ranucci l’idea di una sua candidatura politica. E l’attentato, sempre secondo questa ricostruzione, sarebbe servito ad “accrescere la popolarità” del giornalista e a favorirne “l’ascesa politica”. Anche in questa ricostruzione però ci sono alcuni elementi che non tornano.
In tutto ciò, Ranucci a quanto ne sappiamo era completamente all’oscuro di tutta la vicenda e non risulta nel registro degli indagati. Non è accusato di niente, in pratica. Solo che da tutta questa vicenda non ne è uscito molto bene.
Già la relazione di amicizia stretta fra un giornalista d’inchiesta che si presenta integerrimo e tutto d’un pezzo e un tizio come Lavitola è non troppo opportuna, diciamo. Anche ammesso che Ranucci come sembra non abbia fatto niente di illecito, lavitola era una fonte di diverse inchieste di report e avere una relazione così stretta con una fonte è deontologicamente piuttosto rischioso. Molto al limite.
Poi la vicenda ha fatto riemergere anche altre vecchie storie, che hanno ulteriormente infangato l’immagine pubblica di Ranucci. Anche qui, niente di illegale, ma alcune storie di relazioni sessuali un po’ asimmetriche, ad esemoio quella con una o piu stagiste, le accuse di aver favorito e fatto entrare a Report donne con cui aveva relazioni sessuali o amorose, e di averle poi cacciate una volta terminata la relazione.
Va anche detto che ovviamente un sacco di giornalisti, politici ecc col dente avvelenato si sono accaniti su Ranucci, tirando fuori per l’occasione vecchi rancori, ipotesi mai verificate, insomma è partita la famosa macchina del fango. A cui però lo stesso Ranucci ha partecipato.
Perché la vicenda non è finita qui, anzi si è allargata. Il Comitato per il Codice etico della FRai infatti ha aperto un fascicolo su Ranucci, e secondo alcune ricostruzioni giornalistiche avrebbe raccomandato all’ad Giampaolo Rossi di prendere le distanze dal conduttore.
Così, a fine agosto la Rai comunica ufficialmente l’uscita di Ranucci da Report, dopo nove anni alla guida del programma. Al suo posto, l’azienda annuncia due nuovi conduttori: Giulia Presutti — storica inviata di Report dal 2018 — e Daniele Piervincenzi, giornalista arrivato da altre trasmissioni Rai, mai stato parte della redazione di Report.
Ne è seguita una fase piuttosto confusa. Da una parte la redazione storica del programma ha definito la scelta “inaccettabile”, contestando soprattutto il metodo — nessuno era stato consultato o informato prima — e minacciando uno sciopero, un abbandono collettivo della trasmissione. Lo stesso Ranucci si è scagliato pubblicamente contro i suoi due successori, con toni piuttosto duri. Ha definito “mediocre” la scelta di metterli alla guida del programma d’inchiesta più importante della storia della tv italiana. A Piervincenzi ha rinfacciato ascolti modesti in una sua vecchia conduzione su Rai2. A Presutti ha ricordato di averle affidato un’inchiesta sul Congo perché, dice testualmente, “avevi bisogno di lavorare” — quindi facendole un favore, che ora, secondo Ranucci, veniva ripagato con un’ingratitudine. Fra l’altro dicendo fra le righe che affidava servizi a chi aveva bisogno di lavorare e non in base alle competenze, quindi anche lui non ci passa benissimo.
In mezzo a questa diatriba anche i due nuovi conduttori annunciati finiscono sommersi di offese e insulti. Così ieri, 2 settembre, Giulia Presutti fa un passo indietro e rinuncia alla co-conduzione. Lo comunica con una mail al direttore dell’Approfondimento Rai, Paolo Corsini, scrivendo di fare questa scelta “nella speranza di aiutare” un programma che, dice, “non può impantanarsi in discussioni e scambi così piccoli” e il cui futuro “non può essere legato a singoli nomi e singole personalità”. Pare che a pesare sulla decisione sia stato anche un episodio simbolico in cui lei e Piervincenzi avevano provato a partecipare a un incontro tra la redazione e la direzione, ma erano stati fatti restare fuori dalla stanza.
Piervincenzi, dal canto suo, non ha per ora fatto lo stesso passo indietro. Mentre la questione potrebbe diventare anche legale: gli avvocati di Ranucci hanno definito “illegittima” la decisione della Rai, e non è escluso un ricorso al giudice del lavoro.
Ora, ci sono tanti livelli su cui è utile soffermarsi in questa vicenda.
Il primo è un livello più professionale, che riguarda il rapporto fra chi fa giornalismo e le proprie fonti. Perché quello che ci racconta questa storia, al netto di tutto, è un rischio strutturale del mestiere: il giornalismo d’inchiesta si nutre di fonti, spesso fonti scomode, ambigue, che vivono ai margini della legalità e che hanno degli interessi quando ti passano delle informazioni. E per ottenerne la fiducia, per farsi raccontare cose che nessun altro riuscirebbe a farsi raccontare, un giornalista deve in qualche modo entrarci in relazione, guadagnarsi un rapporto personale.
E nel sistema capitalista-competitivo in cui anche l’informazione immersa, lo scoop viene premiato spesso più del percorso con cui è stato ottenuto. E quindi c’è una tolleranza diffusa verso una certa spregiudicatezza, se in ballo c’è un’inchiesta di interesse generale. Il problema è che – soprattutto se uniamo questa attitudine spregiudicata a un ego importante che spesso caratterizza ci si trova in quelle posizioni – la situazione diventa facilmente scivolosa: può, alla lunga, far perdere il senso del limite, e portare a costruire con le fonti relazioni sempre più opache, sempre più personali, fino a non capire più bene dove finisce il lavoro e dove inizia l’amicizia. E in qualche modo a compromettersi. La vicenda Ranucci-Lavitola sembra proprio raccontarci questo rischio, portato alle sue estreme conseguenze.
Restando su questioni più professionali questa vicenda ci offre anche uno spaccato interno delle dinamiche del giornalismo, tipiche proprio di un ambiente molto competitivo. Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane non è stato solo uno scontro istituzionale fra Ranucci e la Rai, è stato anche un regolamento di conti fra colleghi. Vecchi rancori mai sopiti che sono riemersi puntualmente, illazioni mai verificate tirate fuori dal cassetto al momento giusto. Sia verso Ranucci, che verso Presutti e Piervincenzi, contro cui lo stesso Ranucci (ma non solo) si è scagliato. Rinfacciando favori fatti in passato, mettendo in mezzo ascolti e curriculum altrui, ha finito per fare esattamente la stessa cosa che ha subito. Devo dire che non ne esce molto bene questo ambiente.
Il terzo livello è più che altro una questione di percezione, di come guardiamo pubblicamente chi fa questo mestiere. Nel senso che tendiamo a mitizzare i giornalisti d’inchiesta, specie quelli più esposti, più coraggiosi: li mettiamo su un piedistallo, li trasformiamo quasi in eroi. E quando poi scopriamo che la persona non è integerrima come la immaginavamo, il rischio è buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Ma Report resta, per distacco, il miglior programma d’inchiesta della televisione italiana. E Ranucci resta un ottimo giornalista. Bisognerebbe imparare a distinguere il professionista dalla persona: non è che non si debba avere un’opinione su qualcuno, ma quell’opinione non dovrebbe condizionare il giudizio sul lavoro fatto — a meno che, ovviamente, non emerga che le inchieste stesse siano state condizionate da queste relazioni personali. Cosa che, al momento, non risulta. Ricordatevene quando verrà fuori che sono una brutta persona, mi raccomando.
E infine c’è un quarto livello, quello politico. Perché il governo e la Rai, che con Ranucci hanno sempre avuto un rapporto conflittuale, non hanno perso un secondo a coglierlo, questo scandalo, come occasione buona per liberarsene. E la vicenda si inserisce in un percorso più ampio, quello della trasformazione degli assetti Rai — e di Rai3 in particolare, storicamente il canale più indipendente, più critico, più a sinistra dell’azienda pubblica. Ma è la stessa trasformazione che ha riguardato rai scuola di cui parlavamo ieri.
E per cui in fin dei conti, è il governo ad avvantaggiarsi di tutta questa vicenda per portare avanti la riforma del servizio pubblico.
“Sono seduto al tavolino di un bar di circa 150 abitanti (sarà un borgo? Non ho mai capito cosa differenzia un paesino da un borgo).
Mentre scrivo, un giovane e gentile ragazzo mi porta un caffè. A pochi metri da me c’è un altro bar, aperto anch’esso, dove tre giovani donne stanno preparando il lavoro della giornata. I bambini che in questo momento popolano la piazza, liberi dal rischio di essere investiti o molestati, ogni mattina durante l’anno scolastico vengono prelevati da un pulmino che li accompagna a scuola (mentre io a Roma dovevo fare 30 minuti di auto, tra traffico e parcheggio solo per arrivare nella “comoda e vicina scuola).
Nel mio piccolo paese sono arrivati e continuano ad arrivare coppie con figli negli ultimi anni. Ci sono tre ristoranti aperti in estate e due tutto l’anno, una cioccolateria, una falegnameria, un’azienda agricola. C’è un ufficio postale. Mancano molte cose ovviamente. Ma abbiamo anche una corriera che passa tre volte al giorno e ci collega con la più vicina stazione del treno e soprattutto ci si aiuta veramente quando si ha bisogno. Senza bisogno di grandi convenevoli. Si coltivano orti, si trova cibo buono, si saluta tutti quelli che si incontrano”.
Questo breve estratto è l’incipit di un articolo che pubblichiamo oggi, a firma di Daniel Tarozzi. Che racconta la vita nel suo, di paese, dopo le polemiche dei borghi dei giorni scorsi.
Dal 2 settembre, in 16 Regioni su 20 è ripartita la stagione venatoria, con tutta una serie di preaperture che anticipano l’avvio ufficiale, previsto quasi ovunque per il 20 settembre.
Come ormai da prassi consolidata, la maggior parte delle Regioni ha deliberato deroghe che permettono di iniziare a sparare già da adesso, su 14 specie — alcune delle quali, come l’alzavola e la quaglia, sono in una situazione di conservazione tutt’altro che tranquilla. Il WWF fa notare che includere la quaglia è particolarmente problematico, visto che è una specie migratrice già in difficoltà per bracconaggio e perdita di habitat, e che questa scelta va anche contro quanto chiesto dalla Commissione europea.
La LIPU, dal canto suo, ricorda che tra caldo estremo, siccità e alluvioni, un governo responsabile dovrebbe semmai posticipare l’apertura della caccia, non anticiparla. E qui c’è un problema più ampio: quello del ruolo dell’ISPRA, l’ente che dovrebbe fornire le basi scientifiche per queste decisioni, ma i cui pareri — denuncia il WWF — vengono ormai trattati come semplici opinioni, mentre a guidare le scelte sono sempre di più gli interessi particolari. Non aiutano nemmeno i tribunali: i TAR di Toscana e Calabria si sono pronunciati a favore delle deroghe regionali, respingendo anche un ricorso contro la caccia estiva al cervo in un periodo, quello dell’allattamento, in cui uccidere una femmina rischia di condannare i cuccioli a morire di fame nei boschi.
Invece c’è una storia toscana che mette insieme energia rinnovabile e geopolitica. A Ribolla, frazione del grossetano, la comunità locale si è mobilitata contro un mega progetto di agrivoltaico — quasi 37mila moduli su 25 ettari — proposto ufficialmente da una società italiana, la SPV Energy 3. Solo che dietro quella sigla, secondo le indagini di alcuni attivisti locali del collettivo Diritti in Palestina, si nasconderebbe un’azienda prestanome con un capitale sociale di appena 2.500 euro — una scatola cinese, insomma — dietro cui c’è in realtà Shikun & Binui, un gigante israeliano dell’edilizia e delle infrastrutture.
Shikun & Binui è inserita nella lista dell’Alto commissariato ONU per i diritti umani delle imprese coinvolte negli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, ed è stata coinvolta anche nella costruzione del muro che circonda Gaza. Gli attivisti hanno già raccolto oltre 12mila firme e sabato 5 settembre organizzano un presidio al Monumento al Minatore di Ribolla — perché, tra l’altro, la stessa azienda ha in cantiere un progetto gemello a Collesalvetti, in provincia di Livorno. Questo non significa che l’agrivoltaico non vada bene, anzi, ma le cose vanno sempre analizzate nel loro complesso. Non basta che siano rinnovabili per essere la scelta giusta da fare.
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