Abbonati. Sostieni l'informazione indipendente


Cose da sapere

Articoli fondamentali per comprendere problemi e soluzioni dell'Italia (e del mondo) che Cambia, cose importanti, cose da sapere.

I temi che trattiamo
In evidenza
Ambiente

Ambiente

Podcast

La redazione affronta e sviscera problemi e soluzioni del mondo contemporaneo, cercando di comprendere e interpretare la realtà in modo onesto e approfondito.

Ascolta
In evidenza

Ispirazioni

Storie, esempi, riflessioni stimolanti e replicabili per cambiare la propria vita e il mondo, per realizzare i propri sognie e apprezzare frammenti concreti di Italia che Cambia.

Leggi
In evidenza
Calabria sarai Tu

Calabria sarai Tu

Guide al cambiamento

Vuoi sapere tutto, ma proprio tutto su un determinato tema? Con le nostre guide al cambiamento puoi farlo scegliendo quanto e quando approfondire.

Leggi
In evidenza
Io non lascio tracce

Io non lascio tracce

Focus

Inchieste, reportage, approfondimenti verticali che - tra articoli, video, podcast e libri - ci aiutano a mettere a "focus" la realtà.

Leggi
In evidenza
Scuola che cambia

Scuola che cambia

I modelli educativi del futuro

Territori

Il giornalismo, quello vero, si fa consumandosi le suole delle scarpe per andare nei territori e toccare con mano problemi e soluzioni.

I portali territoriali
In evidenza

Sardegna


Gli strumenti del cambiamento

Bacheca cerco/offro

Per mettere insieme la domanda e l'offerta di cambiamento e costruire insieme il mondo che sogniamo.

Mappa delle realtà del cambiamento

Scopri le realtà incontrate durante i viaggi o segnalate dalla community ritenute etiche e in linea con la nostra visione.


Scopri italia che cambia
30 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La Slovenia è in lutto per la perdita del suo ghiacciaio più simbolico – 30/10/2026

In Slovenia è scomparso il ghiacciaio del Triglav; l’Università Popolare di Torino non rinnova l’incarico a 70 docenti in protesta; la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva; in Finlandia indagine su Google per il disboscamento di 330 ettari per un data center.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
Cover Rassegna Home 1130 x 752 px 42 1

Questo episodio é disponibile anche su Youtube

Guardalo ora

Trascrizione episodio

“Il ghiacciaio del Triglav non esiste più: immediatamente sotto la parete rocciosa del Mali Triglav (Piccolo Triglav) sono rimasti soltanto alcuni blocchi di ghiaccio. Il ghiacciaio sotto il monte Skuta, invece, è ancora costituito da un unico corpo glaciale, ma si estende su una superficie inferiore a mezzo ettaro ed è quasi interamente ricoperto da detriti rocciosi.

Anche gli altri ghiacciai delle Alpi si stanno sciogliendo rapidamente, poiché la regione alpina si riscalda più velocemente della media globale. Lo stesso fenomeno interessa i ghiacciai dell’Himalaya, mentre anche le grandi calotte glaciali delle regioni polari stanno perdendo massa.

«Sotto il Triglav è rimasta una quantità di ghiaccio sufficiente a riempire un piccolo furgone, diciamo 10–15 metri cubi», afferma Miha Pavšek. Entro la fine della stagione di fusione di quest’anno, anche questo ghiaccio si sarà sciolto”.

Leggo queste righe da un articolo a firma di Sasa Senica sul quotidiano sloveno Delo. articolo che racconta la morte di un ghiacciaio. E non di un ghiacciaio qualunque, di un ghiacciaio talmente simbolico da comparire nella bandiera della Slovenia. Sulla bandiera slovena infatti c’è il Triglav, la montagna più alta del Paese, quella che, racconta il Guardian, ogni sloveno dovrebbe scalare almeno una volta nella vita. Ecco, in cima al Triglav c’era un ghiacciaio. Che non c’è più.

Nel 1946, alla prima misurazione ufficiale, il ghiacciaio misurava 14 ettari. Poi tra il 1983 e il 2003 ha perso il 93% della sua superficie, riducendosi a meno di un ettaro. Gli scienziati lo davano per spacciato già allora, e invece ha resistito altri vent’anni. Fino agli ultimi cinque, che comprendono i tre anni più caldi mai registrati in Europa: a fine estate dell’ultimo frammento restavano pochi metri, e le foto scattate questo mese, prima e dopo le prime nevicate, confermano che il ghiaccio è sparito del tutto.

Il Guardian ha raccolto le parole di chi quel ghiacciaio l’ha studiato per una vita. Matija Zorn, che dirige l’Istituto geografico Anton Melik e lo misura dal 2001, racconta che ogni anno sapeva che ci sarebbe stato meno ghiaccio, ma ogni anno restava comunque sconvolto da quanto ne fosse sparito. Zorn racconta che qualche anno fa aveva estratto in un punto una carota di ghiaccio profonda circa cinque metri. L’anno dopo, nello stesso identico punto, stava in piedi sulla roccia.

In Svizzera i glaciologi hanno calcolato che negli ultimi cinque anni è scomparso quasi un quinto del ghiaccio del Paese. E l’Europa occidentale ha appena vissuto l’estate più calda mai registrata, con almeno 50mila morti stimati per il caldo.

Miha Pavšek, glaciologo e guida alpina, ha una foto dei suoi genitori sul ghiacciaio scattata nel 1957. Al Guardian ha detto che con il ghiacciaio se ne va anche un pezzo di lui. E poi ha aggiunto: “Ci sono cose che gli esseri umani pensavano fossero eterne. I ghiacciai, evidentemente, non lo sono.”

Ora, la perdita del Triglav, non  è di per sé una roba drammatica dal punto di vista ecologico. Era un ghiacciaio così piccolo che, come ha spiegato la climatologa slovena Lučka Kajfež Bogataj, dal punto di vista dell’acqua cambierà poco: è più che altro un simbolo, se volete anche affettivo per molti sloveni, visto il legame che li lega alla montagna su cui il ghiacciaio sorgeva. Al tempo stesso il Triglav è un po’ il canarino nella miniera, ci fa vedere in anticipo quello che sta succedendo ai ghiacciai più grandi.

E lo scioglimento dei ghiacciai, conseguenza diretta di un clima che si scalda sempre più, sono un grosso problema. Innanzitutto perché i ghiacciai funzionano come serbatoi di acqua dolce: d’inverno accumulano acqua sotto forma di ghiaccio e d’estate la rilasciano piano piano, proprio quando piove meno e serve di più per tante attività umane. Pavšek, per esempio, avverte che la perdita dei ghiacciai nella vicina Austria potrebbe ridurre la portata della Drava e della Mura, due fiumi che irrigano intere pianure agricole slovene. Inoltre quando il ghiaccio si ritira, le montagne diventano più instabili e aumentano frane e alluvioni improvvise, lo abbiamo visto drammaticamente in Tibet e Nepal questa estate. E infine c’è il mare, il cui innalzamento è dovuto in buona parte proprio al ghiaccio terrestre che si fonde.

Insomma, tutte buone ragioni, insieme a mille altre, per smettere ieri di bruciare qualsiasi cosa, visto che la combustione, in particolare di combustibili fossili, è il motivo per cui stiamo modificando il clima del pianeta.

Lunedì pomeriggio, intorno alle 17.30, a una settantina di insegnanti dell’Università Popolare di Torino è arrivata una mail. Poche righe, firmate dal Comitato esecutivo della Fondazione in cui si comunica che per l’anno accademico 2026/2027 il loro incarico non sarà rinnovato. Grazie per la professionalità e arrivederci.

Tra loro c’è Elena Bulgarelli, che in un video sul suo profilo IG denuncia il fatto. Elena Bulgarelli racconta di insegnare russo all’Unipop da circa 19 anni e nel video pubblicato sul suo profilo IG spiega che quella mail sarebbe arrivata perché la settimana prima si era unita alla protesta dei colleghi. Una protesta, dice, contro un consiglio di amministrazione che – fra le altre cose – lei accusa di essere coinvolto in un caso di revenge porn. 

Cerchiamo di vederci più chiaro. L’Università Popolare di Torino è una fondazione nata nell’Ottocento, con sede a Palazzo Campana, che organizza oltre 130 corsi serali per adulti. Il 19 ottobre, giorno di avvio dei corsi, circa 70 docenti hanno deciso di non fare lezione. Chiedono le dimissioni del presidente Enrico Siracusa e di alcuni membri del consiglio di amministrazione, una richiesta che dicono di aver già formalizzato a settembre senza ottenere risposta. 

Le contestazioni riguardano la gestione dell’ente: lo svuotamento dei poteri della direzione didattica, a cui sarebbe stata tolta la possibilità di gestire le spese, alcune limitazioni imposte sull’abbigliamento, oltre a quelle che definiscono azioni repressive verso i direttori di dipartimento. I docenti raccontano di un episodio particolarmente problematico, in cui il CdA avrebbe impedito al direttore didattico di entrare nel suo ufficio con una guardia giurata armata, dopo che il presidente aveva assunto le funzioni del direttore.

Sullo sfondo ci sono due denunce. La prima arriva dall’interno dello stesso consiglio di amministrazione: alcuni consiglieri hanno presentato una querela per appropriazione indebita che coinvolgerebbe i vertici dell’ente, per fatti che risalirebbero al periodo del Covid. L’altra, presentata da una storica docente, riguarda invece un video sessuale creato con l’intelligenza artificiale usando il suo volto e poi fatto circolare tra i colleghi. La procura ha aperto un’inchiesta, è ancora da accertare chi l’abbia realizzato o diffuso.

Fatto sta che lunedì, mentre la protesta va avanti e il consiglio di amministrazione si riunisce senza discutere di dimissioni, arrivano quelle mail. Non a docenti scelti a caso, ma più o meno agli stessi settanta che una settimana prima avevano incrociato le braccia. Ora, la Fondazione non ha spiegato i motivi del mancato rinnovo, e anzi la presidenza respinge le contestazioni e promette che le lezioni andranno avanti. Ma il tempismo è difficile da ignorare, e a molti, non solo ai diretti interessati, la cosa sa parecchio di ritorsione.

I docenti dal canto loro non mollano. La sera stessa si sono ritrovati con gli studenti davanti a Palazzo Campana, e hanno annunciato una serie di iniziative: un ricorso urgente al tribunale, una segnalazione alla Guardia di Finanza, una denuncia al Registro unico del Terzo settore e una richiesta di commissariamento della Fondazione.

Cinque anni fa un gruppo di genitori di Taranto ha deciso di fare causa alla più grande acciaieria d’Europa. Ecco, oggi possiamo dire con certezza che hanno vinto. Ieri infatti la Corte di Cassazione ha respinto anche l’ultimo ricorso dell’azienda contro il decreto con cui la Corte d’Appello di Milano aveva ordinato lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva, cioè il cuore produttivo dello stabilimento.

Come al solito, vi ricostruisco brevemente la vicenda. A luglio i giudici milanesi avevano accolto l’istanza di 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini, tra cui un bambino affetto da una rara mutazione genetica, dando all’azienda 90 giorni di tempo per togliere l’amianto e riportare le polveri sottili entro limiti di sicurezza. Pena lo spegnimento di tutta l’area a caldo.

L’azienda ha fatto vari ricorsi, compreso un ricorso straordinario in Cassazione dopo la sentenza dello scorso 20 ottobre, ma ieri le Sezioni Unite civili hanno respinto anche quest’ultimo tentativo affermando che ci sono ormai evidenze scientifiche che associano diversi inquinanti emessi dalla fabbrica a malattie e aumento della mortalità.

Per anni a Taranto il diritto alla salute è stato messo sulla bilancia contro il lavoro, e quasi sempre ha perso. I vari decreti “salva Ilva”, le proroghe, le deroghe hanno portato avanti questo falso dilemma. Perché in realtà negli anni, se mettiamo tutto sulla bilancia, l’Ilva ha tolto più lavoro di quanto ne abbia creato, distruggendo interi reparti produttivi, dalla coltivazione di coze, all’agricoltura, agli allevamenti, al turismo. Stavolta invece una causa nata dal basso, passata dal Tribunale di Milano, dalla Corte di Giustizia europea, dalla Corte d’Appello e infine dalla Cassazione, ha stabilito che produrre acciaio così, lì, non si può più fare. 

Resta il nodo pesante dei lavoratori. Nei giorni scorsi si parlava di una nuova cassa integrazione che avrebbe potuto coinvolgere fino a 8.622 persone, quasi il doppio delle 4.450 attuali, e i sindacati chiedono un piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e la convocazione di un tavolo permanente a Palazzo Chigi. Nel senso che la sentenza chiude una partita, ma non esaurisce le questioni amministrative, ambientali e industriali sul futuro dello stabilimento.

Su questo c’è un’ipotesi che circola da anni, e che magari potrebbe essere rinverdita. Ovvero impiegare gli operai nella bonifica. Il lavoro non mancherebbe, e ci sono pure fondi europei per riqualificare chi esce dall’acciaio. Sarebbe una soluzione tampone, ma parliamo comunque di lavoro per anni.

Immaginate 330 ettari di bosco, più o meno 460 campi da calcio, nel nord della Finlandia. Fatto? Ecco, ora cancellateli perché non ci sono più. Al loro posto sta per sorgere un immenso data center di Google. E ora le autorità finlandesi hanno aperto un’indagine per capire se, per abbatterli, siano state violate le leggi ambientali. 

Siamo a Muhos, cittadina poco a sud del circolo polare artico, e a tagliare gli alberi tra marzo e agosto è stata Tuike Finland, la società che rappresenta Google nel Paese. E la cosa sta creando diversi malumori e molte proteste, comprensibilmente. 

Anche perché in Finlandia, quando si elimina in modo permanente più di 200 ettari di bosco, serve una valutazione d’impatto ambientale. E Tuike non ce l’aveva. 

La storia con cui si arriva a questo paradosso è particolare ed emblematica del modo di procedere delle big tech. A lavori già iniziati, a fine aprile, l’azienda chiede all’agenzia statale che rilascia i permessi ambientali di essere esentata. La sua tesi è che quella norma riguardi solo chi preleva risorse naturali, mentre noi – dicono – stiamo costruendo, e comunque quel bosco era già sfruttato. 

A maggio l’agenzia risponde che non è così e che sì, la valutazione serve. Il taglio degli alberi però va avanti lo stesso. L’azienda dice di essersi assunta la piena responsabilità ma di aver agito nella legalità, e Google ha riconosciuto di essere stata al di sotto dei propri standard. Intanto a inizio ottobre l’agenzia ha ordinato di sospendere i lavori, qui e in un secondo sito a Kajaani, fino al completamento delle valutazioni.

A inizio ottobre poi la stessa agenzia ha ordinato di bloccare i lavori, qui e in un secondo sito a Kajaani. E adesso arriva l’indagine: se la società venisse riconosciuta colpevole, rischierebbe una multa.

Tuike sostiene di aver agito nella legalità. Google, dal canto suo, ha fatto una mezza ammissione: ha detto di non essere stata all’altezza dei propri standard. Dando a intendere di npon aver violato alcuna legge ma al tempo stesso che le cose sarebbero potute essere fatte meglio.

Considerate che non parliamo di un progetto qualunque. Parliamo di due impianti che fanno parte di un piano di Google da 13 miliardi di euro in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, che il governo finlandese ha salutato inizialmente con entusiasmo, come una prova dell’attrattività del Paese. La Finlandia in effetti piace molto alle aziende tecnologiche: è grande, stabile dal punto di vista geologico e politico, ha tante rinnovabili e soprattutto è fredda, quindi i server si raffreddano con l’aria esterna risparmiando acqua ed energia.

Nel frattempo però oltre 96mila cittadini hanno firmato un’iniziativa popolare, ora diretta al Parlamento. L’obiettivo è almeno far pagare un contributo a questi impianti, evitare che facciano salire le bollette e risarcire le comunità locali per i danni ambientali. È una discussione, quella che riguarda i data center, che sta prendendo piede ovunque, dagli Stati Uniti alla Lombardia. Ovunque arrivino questi impianti, arrivano anche le proteste. E ne vedremo ancora e ancora di più.

Segnala una notizia

Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.

Commenta l'articolo

Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi

Registrati

Sei già registrato?

Accedi

Ultime news

Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara Brughitta - Sardegna OltreCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa Ferreli - Sardegna OltreFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta Serra - Sardegna OltreDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica

Italia che Cambia

L’informazione ecologica dal 2004

Italia che Cambia è il giornale web che racconta di ambiente, transizione energetica e innovazione sociale in Italia. Raccontiamo storie che ispirano e spieghiamo i problemi con approccio costruttivo. Offriamo strumenti concreti per chiunque voglia essere parte attiva di questa trasformazione. È il punto di riferimento per chi cerca esempi di sostenibilità, etica imprenditoriale e iniziative civiche che dimostrano che un altro mondo non solo è possibile, ma è già in costruzione.

Abbonati Registrati
Associazione OIA'Daniela BartoliniFrancesco BevilacquaLodovico BevilacquaFilippo BozottiSara Brughitta - Sardegna OltreCinzia CatalfamoPaolo CigniniFabrizio CorgnatiSalvina Elisa CutuliValentina D'AmoraEleonora D'OrazioAndrea Degl'InnocentiLisa Ferreli - Sardegna OltreFilòAngela GiannandreaChiara GrassoIndipEzio MaistoSelena MeliFulvio MesolellaPaolo PiacentiniSusanna PiccinElena RasiaAlessia RotoloEmanuela SabidussiMarta Serra - Sardegna OltreDaniel TarozziValentina TibaldiBenedetta TorselloLaura TussiRoberto ViettiLaura Zunica