Cosa ci dice il video di Ben Gvir fra gli attivisti della Flotilla – 21/5/2026
La vicenda della Global Sumud Flotilla e il video del ministro Ben Gvir con gli attivisti trattenuti ad Ashdod; la sentenza storica del TAR di Pescara sul divieto di caccia per motivi etici; accordo UE-USA, Putin-Xi e cavi internet iraniani.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Flotilla
ANSA – Ben Gvir umilia gli attivisti bendati, l’ira dell’Italia. Mattarella: trattamento inaccettabile
Il Post – Gli attivisti della Flotilla portati in Israele
Il Fatto Quotidiano – Flotilla, attivisti fermati da Israele – ultime notizie
X/Itamar Ben Gvir – Video di Ben Gvir ad Ashdod con gli attivisti
#Caccia
La Stampa – Caccia vietata per motivi etici: primo caso in Italia
#CommercioUE-USA
Il Post – Unione europea e Stati Uniti verso un accordo commerciale
#Putin-Xi
Il Post – Putin a Pechino per incontrare Xi Jinping
#Video
YouTube – Incontri ep. 01 – Lassù per Terra
Trascrizione episodio
Questi pochi secondi sono presi da un video che il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Ben Gvir ha pubblicato su X. Ben Gvir è uno dei ministri più estremisti del governo estremista di Netanyahu.
Nel video si vede il ministro che gira per il porto di Ashdod, in Israele, dove sono stati deportati gli attivisti della Global Sumud Flotilla intercettati a largo di Cipro. Gli attivisti sono legati e tenuti con la faccia a terra.
Nel video si vede una persona trascinata violentemente a terra dopo aver gridato al ministro «free Palestine», Palestina libera. Poi si vedono file di persone ammanettane e inginocchiate con la fronte a terra. A un certo punto si vede una persona bendata. E nel mezzo c’è appunto Ben Gvir che passeggia tutto tronfio e sorridente, e a un certo punto dice: «Benvenuti in Israele, qui siamo noi a comandare», sventolando la bandiera israeliana.
Ora, Ben Gvir non è nuovo a uscite del genere. È un tizio che già a 16 anni — sedici anni — aderiva al movimento di Meir Kahane, un rabbino ultranazionalista la cui organizzazione era stata messa fuori legge in Israele come organizzazione terroristica.
È uno che è stato condannato otto volte per reati come incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica. Che è stato rispedito a casa durante la leva obbligatoria dall’esercito israeliano, che non è esattamente un luogo di gandhiani, perché le sue idee erano considerate troppo estreme persino per i militari. A cui l’ordine degli avvocati ha impedito di sostenere l’esame di abilitazione perché troppo estremista.
Smotrich è forse uno degli esempi più lampanti di quella che in psicologia politica viene chiamata “triade oscura”: ovvero una personalità frequente fra i leader autoritari composta da tre dimensioni comportamentali dominanti: narcisismo, machiavellismo, e presenza di tratti psicopatici, quindi di assenza di empatia.
Il fatto che soggetti del genere esistano è normale, è il frutto di fattori di contesto, culturali e diu uno specifico mix genetico. Il problema è che un personaggio del genere, che in un sistema politico sano rimarrebbe ai margini, nell’Israele contemporaneo è un ministro del governo, che peraltro tiene sotto scacco Netanyahu (che non che sia un agnellino) ma che ha bisogno di lui per tenere in piedi la coalizione.
Detto ciò, fatti come questo mostrano un aspetto che abbiamo già notato altre volte ma che è davvero inquietante. Prima di arrivarci però fatemivi mettere in fila i fatti che hanno portato fin qui, fino a questo video.
La Global Sumud Flotilla è questa missione umanitaria via mare che era partita a fine aprile con l’obiettivo di rompere il blocco navale israeliano davanti a Gaza — portare cibo e beni di prima necessità. Una missione che tutti sapevano essere quasi impossibile. Ma che nasceva anche per tenere alta l’attenzione sulla situazione dei palestinesi e per costringere la comunità internazionale a occuparsi della cosa. Perché il fatto che Israele possa attaccare in acque internazionali navi battenti bandiere di paesi sulla carta alleati, è una roba che costringe i Paesi stessi a fare qualcosa.
Comunque, tra lunedì 18 e martedì 19 maggio, la marina israeliana ha intercettato e bloccato tutte le imbarcazioni della flottiglia in acque internazionali, vicino a Cipro. L’ultima barca è stata fermata martedì sera a circa 220 chilometri dalla Striscia. All’inizio si pensava che i 428 attivisti a bordo sarebbero stati fatti scendere a Cipro, come successo nei giorni precedenti quando erano stati fatti sbarcre a Creta. Ma questa volta sono stati tutti portati al porto di Ashdod, direttamente in Israele. Tra loro ci sono – dice il Fatto Quotidiano – almeno 27-29 cittadini italiani, tra cui un deputato del M5S e un giornalista del Fatto Quotidiano. Sospetto ci siano anche altri giornalisti, probabilmente Andrea Sceresini del manifesto.
Ci sono stati diversi attimi di tensione, c’è un video in cui si vede un soldato israeliano sparare da un gommone contro una delle barche. Non è chiaro che tipo di proiettili siano stati usati né se ci siano feriti. Israele dice che non sono state usate armi da fuoco e che nessuno si è fatto male.
Nel mentre anche il convoglio via terra, partito dall’Algeria il 15 maggio, che era diretto verso il valico di Rafah, è stato bloccato: si trova fermo in Libia, vicino a Sirte, ostacolato dall’Esercito Nazionale Libico che controlla l’est del paese.
Ed eccoci qua. Tornando al video di Ben Gvir, la cosa sconvolgente non è la violenza in sé, perché sappiamo che il ministro ha fatto e avallato cose ben peggiori ai danni della popolazione palestinese. Dal punto di vista etico, il fatto che stavolta faccia queste cose verso prigionieri internazionali è del tutto assimilabile. La differenza è che video come questi mostrano che il governo israeliano si sente del tutto al di sopra delle regole internazionali. Un senso di impunità simile a quello che a volte è stato descritto nei boss mafiosi rispetto allo stato. Siamo a quei livelli lì.
Se non altro, questo atteggiamento ha in qualche modo consentito agli attivisti di ottenere almeno parzialmente un risultato. Perché di fronte a questo atteggiamento persino il nostro governo si è svegliato e ha chiesto ufficialmente delle scuse. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno rilasciato una doichiarazione congiunta in cui definiscono «inaccettabili» le immagini del video. Il messaggio prosegue così: «è inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. Il Governo italiano sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del governo italiano».
Di nuovo, non possiamo aspettarci che questo cambi improvvisamente la postura di Israele, ma è almeno un modo di isolare un po’ di più questo tipo di comportamento a livello internazionale.
C’è una notizia storica che riguarda la caccia e che arriva dall’Abruzzo, ma potrebbe avere ripercussioni ben più ampie. Una sentenza del TAR di Pescara ha stabilito che un cittadino può chiedere il divieto di caccia sul proprio terreno per motivi etici, e che la Regione può respingere la domanda solo dimostrando in modo oggettivo come la sottrazione di quel terreno impedisce concretamente il raggiungimento degli obiettivi del Piano Faunistico Venatorio.
Per capire questa notizia e la sua portata bisogna fare qualche passo indietro. Innanzitutto dovete sapere che il nostro Paese rappresenta un’anomalia giuridica a livello europeo per quel che riguarda la caccia sui terreni privati. Il cuore del problema è l’articolo 842 del Codice Civile, che risale al 1942, ovvero al codice civile del regime fascista. Quell’articolo stabilisce che il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge.
In pratica: il tuo terreno è tuo, ma i cacciatori possono entrarci lo stesso. L’unico modo per impedirlo è recintare tutto con muro o rete alta almeno 1,20 metri, oppure delimitarlo con un corso d’acqua largo almeno 3 metri e profondo 1,50. Capite che sono lavori e spese non da poco, che non tutti possono vogliono realizzare. Altra eccezione è se il terreno è coltivato e il passaggio dei cacciatori può danneggiare il raccolto.
Ai tempi del fascismo questo articolo doveva in qualche modo facilitare lo spirito bellico e quindi agevolare chiunque avesse in mano un’arma. Il risultato è che ancora oggi io non posso impedire che si cacci sul mio terreno privato.
Ma nel 2021 una cittadina abruzzese ha chiesto alla Regione Abruzzo che i cacciatori non potessero entrare nel suo terreno per motivi etici, in quanto contraria alla caccia, come molte persone.
Non era la prima volta che qualcuno faceva una richiesta del genere e la Regione, come sempre, ha detto no. Senza nemmeno entrare nel merito della domanda ma affermando che in Abruzzo si era già superata la soglia del 30% di territorio sottratto alla caccia, quindi non si poteva fare niente.
Solo che questa cittadina, sostenuta dalla Stazione Ornitologica Abruzzese e dai suoi avvocati, non si è fermata. E il 12 maggio scorso è arrivata la sentenza n. 254/2026 del TAR di Pescara, che di fatto ribalta tutto.
Provo a spiegarvi cosa stabilisce, perché ci sono due principi che vale la pena capire bene.
Il primo: quel 30% di terreno sottratto alla caccia a cui fa riferimento la Regione non è un tetto massimo, come la Regione sosteneva, ma è una soglia minima di tutela della fauna. Nel senso che non si può scendere sotto, ma si può tranquillamente andare oltre. Quindi non si poteva usare quell’argomentazione come scudo per respingere la richiesta.
Il secondo — e questo è quello più rivoluzionario — è che il TAR scrive nero su bianco: il proprietario di un fondo non è tenuto a tollerare che altri vi pratichino la caccia se questo contrasta con le proprie convinzioni personali e morali. E cita anche la Corte di Strasburgo, che ha stabilito che la caccia, essendo un’attività svolta a fini prevalentemente ricreativi, non può essere imposta a chi la considera un’ingerenza sproporzionata nella propria sfera privata.
Fra l’altro questa sentenza fa coppia con un’altra decisione recente, quella del Consiglio di Stato n. 895/2026 sullo stesso tema, che dice più o meno la stessa cosa. Prese insieme, queste due sentenze fissano dei principi generali a cui tutte le pubbliche amministrazioni italiane dovranno adeguarsi. In pratica le regioni non potranno più rimandare al mittente le richieste senza esaminarle. Dovranno esaminarle nel merito, potranno comunque opporvisi, ma dovranno dimostrare che, ad esempio, quel terreno è essenziale per gfarantire la continuità territoriale dell’area di caccia e cose del genere.
Insomma, chi vuole opporsi alla caccia sul proprio terreno, da oggi, ha diverse possibilità in più.
L’Unione Europea ha formalizzato il testo dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti, frutto dei negoziati che erano seguiti all’incontro di luglio 2025 tra von der Leyen e Trump. L’accordo prevede che l’UE elimini i dazi sui beni industriali americani e su alcuni prodotti agricoli, mentre Washington si impegna a non alzare oltre il 15% i dazi su molti prodotti europei — soglia che Trump aveva minacciato di superare se l’accordo non fosse stato chiuso entro il 4 luglio. Restano aperti i dazi su acciaio e alluminio, che arrivano ancora fino al 50%: l’UE potrà sospendere l’accordo se Washington non li ridurrà entro fine 2026. Il testo deve ancora essere votato dal Parlamento Europeo a giugno e poi dal Consiglio UE, ma non si prevedono modifiche sostanziali.
A pochi giorni dalla visita di Trump in Cina, Vladimir Putin è arrivato a Pechino per incontrare Xi Jinping. Un faccia a faccia che serve a consolidare l’asse russo-cinese in un momento di grande movimento diplomatico globale: la Cina resta il principale alleato commerciale della Russia, che rimane sotto sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina. Tra i temi sul tavolo c’è il “Power of Siberia 2”, il gasdotto da 2.600 km che dovrebbe portare il gas siberiano in Cina settentrionale con una capacità di 50 miliardi di metri cubi l’anno. L’incontro va letto anche in controluce rispetto alla visita di Trump: la distensione tra Cina e Stati Uniti, per quanto segnalata, rimane fragile e tutta da verificare.
Infine, forte del blocco dello Stretto di Hormuz durante la guerra, l’Iran guarda ora a un’altra infrastruttura critica. Per Hormuz infatti non passa solo gas e petrolio. Passano anche un sacco di cavi sottomarini in fibra ottica che attraversano quello stesso stretto e trasportano enormi volumi di traffico internet e finanziario tra Europa, Asia e Golfo Persico. Teheran intende imporre tariffe alle principali aziende tecnologiche mondiali — Google, Microsoft, Meta, Amazon — per l’utilizzo di quei cavi, e il portavoce militare iraniano ha dichiarato su X: “Imporremo tasse sui cavi internet.” I cavi che attraversano Hormuz rappresentano meno dell’1% della larghezza di banda globale, ma un eventuale sabotaggio provocherebbe un’interruzione totale della rete nei Paesi del Golfo, con ricadute sui sistemi bancari, le comunicazioni militari e le infrastrutture di intelligenza artificiale.
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