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27 Ottobre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Oggi si vota in Israele: se cade Netanyahu, cosa cambia per i palestinesi? – 27/10/2026

Israele vota per il rinnovo della Knesset tra Netanyahu e lo sfidante Gadi Eisenkot; a Pechino si apre il quinto plenum del Partito comunista cinese; Youssef Siher, ritenuto la mente del Movimento 17 ottobre, davanti al gip per la convalida del fermo.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Oggi si vota in Israele per rinnovare il parlamento, che eleggerà il nuovo governo. È la prima volta dal 7 ottobre 2023, ovvero dall’inizio della guerra a Gaza e molti giornali definiscono il voto un referendum su Netanyahu. Perché come abbiamo visto succedere domenica in Serbia, anche qui dopo quasi vent’anni, quasi ininterrotti, potrebbe in effetti finire l’era di Benjamin Netanyahu. Anche se in questo caso, non è detto che le cose cambierebbero poi molto. Perlomeno non per i palestinesi. Ma ci arriviamo. 

Prima però qualche informazione bisogna darla su che significa votare in Israele. Perché il voto in Israele, come diverse altre cose, è una roba complicata.

Innanzitutto, chi vota, esattamente, in Israele? Votano tutti i cittadini israeliani dai 18 anni in su, quindi sia ebrei e non ebrei. E questo include circa due milioni di arabi, i discendenti dei palestinesi rimasti dentro i confini di Israele dopo il 1948, che oggi sono circa un quinto della popolazione, hanno i loro partiti e siedono alla Knesset. E fin qui sarebbe tutto lineare. 

Non votano invece i circa cinque milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza, che non hanno la cittadinanza israeliana. E anche qui ok. Però in Cisgiordania vivono anche circa mezzo milione di coloni israeliani, e loro sì, votano. 

Mentre non possono votare la grande maggioranza dei palestinesi di Gerusalemme Est, che Israele ha annesso ma ai cui abitanti ha dato lo status di residenti, non di cittadini. E questo crea il paradosso per cui sullo stesso territorio, governato di fatto dalle stesse autorità militari e civili, una parte della popolazione elegge il governo che decide su strade, permessi, acqua e confini, e l’altra parte no. 

Questo approccio che alcuni hanno definito “democrazia a metà”, o “democrazia per una parte sola”, ha permesso e permette a Israele di espandersi e annettere pezzi della Palestina o degli stati confinanti senza estendere il diritto di voto a chi li abita, cosa che altrimenti metterebbe la popolazione araba presto in maggioranza. 

A questo si aggiunge quello che succede dentro i confini, con regole diverse che si applicano a fazioni diverse. Ad esempio, in vista di questo voto, la Corte suprema ha confermato l’esclusione dalla corsa di Sami Abu Shehadeh, leader del partito arabo Balad, per un articolo scritto l’8 ottobre 2023 in cui definiva la giornata precedente, il 7 ottobre, una giornata dalla valenza storica. Mentre, come fa notare Ben Reiff su +972, restano candidabili esponenti dell’estrema destra che hanno invocato la distruzione totale di Gaza.

Quindi, ecco, questa è la cornice in cui si svolge il voto. Detto ciò, chi sono gli attori in gioco?

Quasi tutti i sondaggi danno un testa a testa fra il partito di Netanyahu, il Likud, e Yashar, il nuovo partito dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che negli ultimi rilevamenti è leggermente avanti, di due o tre seggi. Ma nessuno dei due schieramenti sembra in grado di arrivare da solo ai 61 seggi su 120 che servono per governare. E quindi, più che il voto in sé, potrebbe essere decisivo quello che succede dopo. 

Benjamin Netanyahu lo conosciamo credo abbastanza bene, direi. Ha 77 anni ed è il premier più longevo della storia di Israele. Guida quello che viene considerato il governo più a destra di sempre: insieme al suo Likud ci sono i partiti ultraortodossi Shas ed Ebraismo Unito della Torah, e soprattutto l’estrema destra di Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, e di Smotrich, ministro delle Finanze. Giusto per dare un’idea, Smotrich a settembre ha detto che Israele dovrebbe “andare in guerra” in Cisgiordania e ripetere quello che ha fatto a Gaza. E Ben-Gvir ha già fatto sapere che nel prossimo governo vorrebbe il ministero della Difesa. 

In campagna elettorale Netanyahu chiede di essere giudicato per i colpi inferti a Hamas, Hezbollah e Iran, mentre i suoi avversari gli chiedono conto soprattutto del 7 ottobre, della strage di civili di cui secondo le più recenti indiscrezioni Netanyahu sembrerebbe fosse a conoscenza, ma che non ha fatto niente per fermare. Tre anni dopo, come ricorda Francesca Mannocchi su Open, non esiste ancora un’inchiesta ufficiale su quello che è successo. Considerate poi che Netanyahu è anche sotto processo per corruzione.

Il suo principale sfidante si chiama invece Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito, e guida un partito nuovo che si chiama Yashar, cioè “dritto”, “onesto”. Se vincesse sarebbe il primo premier mizrahi della storia di Israele, cioè di origine mediorientale o nordafricana: è figlio di immigrati marocchini. 

La sua storia personale è entrata prepotentemente in campagna elettorale. Eisenkot ha perso suo figlio Gal in combattimento a Gaza nel dicembre 2023, e in guerra sono morti anche due suoi nipoti. Per molti israeliani questo lo rende credibile essendo uno che ha pagato il prezzo più alto e che quindi non manderebbe soldati a morire senza motivo.

Però, non immaginatevi che questo lo renda per forza più clemente verso le attuali vittime del genocidio. Fuori da Israele il nome di Eisenkot infatti è abbastanza noto nella dottrina militare in quanto legato soprattutto alla cosiddetta dottrina Dahiya, dal nome di un quartiere di Beirut raso al suolo nel 2006. La dottrina Dahiya, di cui il generale è l’ideatore e teorico, sostiene che di fronte a un attacco di un gruppo armato, si risponde colpendo in modo sproporzionato le infrastrutture civili che lo circondano. 

Ma quindi cosa succederebbe realisticamente ai palestinesi? Cambierebbe qualcosa? Qui ho trovato una convergenza piuttosto rara tra testate molto diverse.

Stephen Quillen, su Al Jazeera, ha raccolto le voci di diversi analisti e il quadro è abbastanza chiaro: secondo l’articolo anche se vincesse l’opposizione, per i palestinesi cambierebbe poco. Eisenkot ha definito “illusoria” l’idea di uno stato palestinese e sostiene il rafforzamento degli insediamenti israeliano in Cisgiordania. Al tempo stesso però è contrario all’annessione totale della Cisgiordania e al cosiddetto progetto E1. Che sarebbe un progetto, sposato dal governo netanyahu, che prevede migliaia di nuove case per coloni in un’area a est di Gerusalemme, e se realizzato taglierebbe di fatto in due la Cisgiordania, rendendo quasi impossibile uno stato palestinese con un territorio continuo.  

Il pezzo più tagliente forse è quello di Ben Reiff, vicedirettore di +972 Magazine, la rivista di giornalisti israeliani e palestinesi. Reiff ricorda che Eisenkot è stato nel gabinetto di guerra nei mesi più sanguinosi dell’offensiva su Gaza, che è favorevole a nuovi insediamenti e che vorrebbe mantenere almeno una parte dei territori occupati a Gaza, in Libano e in Siria. Secondo Reiff, quello che distingue l’opposizione dal governo attuale è soprattutto la voglia di abbassare il volume dell’indignazione internazionale.

In Italia, Francesca Mannocchi su Open la mette così: la fine dell’era Netanyahu cambierebbe la politica interna di Israele, ma lascerebbe sostanzialmente com’è il modo in cui Israele governa la vita di milioni di palestinesi.

Detto ciò, insomma queste sono le premesse e non sono delle migliori, forse un po’ di margine c’è. Nel senso che ci sono due elementi che potrebbero spostare un pochino l’asticella, che sono le alleanze di governo e la pressione internazionale. 

Attualmente tutti i partiti di opposizione, a eccezione di quelli arabi che sono considerati dei paria della politica israeliana, con cui quasi nessuno vuole allearsi, sono uniti in una sorta di coalizione anti Netanyahu. Che è una coalizione molto molto eterogenea, che tiene dentro, oltre al partito di Eisenkot, i democratici, l’unico di sinistra, che parla di due stati e Lieberman, che vuole annettere l’Area C e ha votato per escludere i partiti arabi dalle elezioni. È uno dei motivi per cui l’analista Anders Persson, sempre su Al Jazeera, prevede che un eventuale governo anti-Netanyahu sarebbe fragile, con una maggioranza sottilissima, e farebbe fatica a mettersi d’accordo su concessioni importanti. 

Inoltre, Eisenkot ha detto più volte che se andasse al governo sarebbe molto più attento alle relazioni internaizonali, e questo aprirebbe a spiragli di pressione. Su Al Jazeera, il politologo Dov Waxman, dice che un nuovo governo probabilmente fermerebbe il progetto E1, reprimerebbe la violenza dei coloni e lascerebbe entrare più aiuti a Gaza, in modo più regolare. Con Eisenkot plausibilmente le proposte di espellere due milioni di palestinesi da Gaza uscirebbero dal tavolo. 

Quindi nessuna svolta radicale, ma qualche possibilità in più. Troppo poco sicuramente, di fronte a uno dei massacri più efferati della storia moderna. Tuttavia, come scrive sempre su Al Jazeera Amjad Iraqi, analista dell’International Crisis Group: “Siamo a un punto in cui si tratta solo di ridurre i danni: nessuna svolta radicale, ma ogni vita salvata e ogni pezzo di terra salvato conta moltissimo per chi vive lì”.

Perché in tutto ciò la situazione a Gaza e in Cisgiordania è ancora decisamente critica. A Gaza è in vigore da un anno esatto un cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti, ma più di cento organizzazioni umanitarie e per i diritti umani dicono che ormai esiste solo sulla carta. 

Nel senso che gli attacchi israeliani continuano quasi ogni giorno: secondo il ministero della Salute di Gaza dall’inizio della tregua sono stati uccisi 1.538 palestinesi, e il totale dall’ottobre 2023 ha superato i 74.000 morti, di cui buona parte minorenni. 

Intanto la cosiddetta “linea gialla”, che segna la parte di Gaza sotto controllo israeliano, è stata spostata sempre più verso ovest: oggi Israele controlla o limita l’accesso a quasi due terzi della Striscia, e oltre due milioni di persone sono schiacciate in una fascia sempre più stretta. La ricostruzione, di fatto, non è mai partita: Israele la vincola al disarmo di Hamas, e il primo progetto del Board of Peace di Trump è bloccato, con un via libera atteso solo dopo le elezioni. 

Nel frattempo, la situazione si è fatta via via più tesa in Cisgiordania, dove dall’inizio del 2026 l’ONU ha registrato più di 2.000 attacchi di coloni con feriti o danni, il numero più alto di sempre. In questi giorni di raccolta delle olive, Yesh Din, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha contato più di 325 episodi fra alberi distrutti e olive rubate. E proprio ieri, alla vigilia del voto, l’Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha avvertito che l’operazione militare israeliana a Hebron, che ha già costretto più di 3.000 palestinesi a lasciare le proprie case, solleva serie preoccupazioni di pulizia etnica.

Ed eccoci qua. Domattina ne riparliamo. 

A Pechino si è aperto ieri il quinto plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, la riunione a porte chiuse dei circa trecento membri del Comitato, che si chiuderà giovedì. Il plenum è la riunione in cui il Comitato centrale del partito ratifica le grandi scelte politiche e le nomine del vertice. Ce n’è almeno uno l’anno, e ognuno, tradizionalmente, ha un tema preciso. 

Quest’anno il tema ufficiale è l’”autogoverno completo e rigoroso del partito”, cioè lotta alla corruzione, disciplina e lealtà politica, ed è con ogni probabilità l’ultimo plenum prima del Congresso del 2027, dove Xi Jinping dovrebbe ottenere un quarto mandato. Gli osservatori si aspettano l’affluenza più bassa dalla morte di Mao, e c’è un dato che spiega bene perché: dei quarantaquattro militari eletti nel 2022 come membri effettivi del Comitato, secondo l’Asia Society quarantadue sono stati epurati o sono spariti. 

Intanto sta montando un caso attorno a Youssef Siher, presunta mente del movimento di protesta chiamato Movimento 17 ottobre, nato dopo gli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre. Siher è stato fermato dalla polizia e attualmente si trova nel carcere milanese di San Vittore, dove stamattina è previsto l’interrogatorio di convalida del fermo da parte del GIP. 

Sul suo caso però ci sono diversi dubbi. La procura di Milano lo ritiene l’amministratore della pagina Instagram e del gruppo Telegram del Movimento 17 ottobre. Siher è italiano di seconda generazione, di origini marocchine, ricercatore in geopolitica e giornalista freelance, ed è stato fermato sabato sera. È indagato per istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo e per “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, ovvero il nuovo reato introdotto nei giorni scorsi dal decreto sicurezza. 

La Procura chiede che resti in carcere, sostenendo che c’è il rischio di fuga e di reiterazione del reato, e che le sue competenze informatiche gli avrebbero permesso di sviluppare una “strategia rivoluzionaria”. Considerate però che, secondo l’ANSA, nel suo computer finora non è stata trovata traccia delle istruzioni contestate. E come nota il Post, fra i “contenuti violenti” citati nel provvedimento c’è un post che dice che Meloni dichiara guerra al futuro del Paese e che il movimento dichiara guerra a questo futuro. ne riparliamo. 

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