23 Nov 2021

Cile e Venezuela, elezioni “estreme” – #414

Parliamo di elezioni. Quelle in Cile – soprattutto – e quelle in Venezuela. Due paesi simbolo, in modi diversi del passato recente e del prossimo futuro di modelli economico-democratici. Elezioni sorprendenti, assurde sotto alcuni aspetti, che ci dicono molto sui due paesi e sul mondo che stiamo vivendo.

Elezioni in Cile

Si è votato in Cile, nel weekend, e non sono state elezioni come le altre. Non lo erano già nelle premesse, lo sono state ancor meno nei risultati, con un rappresentante dell’estrema destra pinochettiana, e uno della sinistra radicale che si troveranno al ballottaggio per scegliere il prossimo presidente cileno, e i partiti tradizionali relegati a un ruolo del tutto marginale. Ma andiamo con ordine.

Le elezioni in Cile erano particolarmente importanti, perché si votava, nella stessa occasione, per il Presidente, quindi la figura più importante della politica cilena essendo il Paese una Repubblica presidenziale, per rinnovare il Congresso nazionale, che sarebbe il parlamento cileno composto come da noi da Camera e Senato, e per i consigli regionali. 

Che fossero elezioni particolari, lo si era intuito da un pezzo. Perché erano le prime elezioni importanti dopo le enormi manifestazioni in piazza del 2019. Manifestazioni che si erano fermate per via della pandemia, ma nel frattempo i cileni sono andati a votare per avviare il processo di scrittura della nuova Costituzione, che sostituirà fra un anno quella vigente, eredità della dittatura militare. Insomma il nuovo presidente e il nuovo parlamento si troveranno ad affrontare il processo di transizione fra la vecchia e la nuova costituzione, che probabilmente cambierà anche l’architettura democratica cilena. 

Ed è paradossale, in tutto ciò, ed emblematico, che a introdurre il nuovo testo costituzionale in Cile, scritto per affrancarsi dall’eredità di Pinochet, potrebbe essere un nuovo presidente che a Pinochet si ispira apertamente. Ma di nuovo, andiamo con ordine. Vediamo per prima cosa i risultati.

É andato a votare il 47 per cento degli aventi diritto, in linea con l’astensionismo alto del Cile, e un po’ di tutto il mondo, degli ultimi anni. Per quanto riguarda le elezioni presidenziali, quelle più rilevanti, il candidato di estrema destra José Antonio Kast è stato il più votato con circa il 28% dei voti, seguito a stretto giro dall’ex leader studentesco della coalizione di sinistra Frente Amplio, Gabriel Boric, al secondo posto con il 26%. I due si affronteranno nel secondo turno elettorale il 19 dicembre.

Due candidati, spiegava ISPI qualche giorno fa, che sono agli antipodi in quanto programmi e campo ideologico, ma che hanno un comune denominatore: sono entrambi espressione di una nuova politica, diversa rispetto all’alternanza tra destra e centrosinistra che ha governato il paese negli ultimi 40 anni. 

Gabriel Boric, 35 anni, ex leader del movimento studentesco e fondatore di Revolución Democratica (RD), partito nato dalle proteste del 2016 e che ha preso il volo dopo le grandi mobilitazioni del 2019. Boric era candidato leader della coalizione di sinistra Frente Amplio, assieme al Partito Comunista e ad altre forze minori e aveva sconfitto alle primarie di agosto il comunista Daniel Jadue, molto più radicale di lui su diverse posizioni. Insomma, esprime una sinistra estranea al sistema di governo recente, a suo modo radicale, ma non nostalgica, che ha preso le distanze dalla sinistra bolivariana, condanna il regime di Cuba e Nicaragua, non simpatizza con il chavismo di Nicolas Maduro. 

Jose Antonio Kast è invece un ultra-conservatore, fa parte della destra dura e pura nostalgica del dittatore Augusto Pinochet. Tuttavia è anche lui in un certo senso una figura di rottura, che ha tagliato i ponti con i partiti conservatori tradizionali che oggi appoggiano il governo di Sebastian Piñera per fondare una formazione tutta sua, il Partito Repubblicano. 

In campagna elettorale ha puntato sui tradizionali cavalli di battaglia della destra sudamericana: lotta dura contro i delinquenti, difesa della famiglia tradizionale, rifiuto della legalizzazione dell’aborto, meno stato e più libero mercato. A questo si aggiunge una forte campagna anti immigrati, con tanto di proposta di scavare una gigantesca fossa nel deserto di Atacama, che è un punto di passaggio di immigrati irregolari provenienti da Venezuela, Colombia, Haiti. E una ancor più forte campagna di marketing sui social media, in particolare Tik Tok, con jingle e tormentoni passati in rete milioni di volte.

Insomma, il Cile sembra terribilmente spaccato. Una metà non ha proprio votato, che in una situazione così polarizzata è comunque un segnale forte. L’altra metà si è frammentata, e le voci emerse più chiaramente sono agli antipodi, ed entrambe in qualche modo antisistema. 

Come ha commentato un analista politico cileno sul sito della BBC, se si guardano gli ultimi segnali emersi dalle elezioni cilene sembra un paese schizofrenico. “Prima le elezioni per un’Assemblea Costituente che ha eletto tutta una serie di persone perlopiù di sinistra e fuori dal sistema. Poi abbiamo delle elezioni primarie in cui vengono eletti inaspettatamente i due candidati più moderati di ciascuna coalizione: Sebastián Sichel (a destra) e Gabriel Boric (a sinistra), il che faceva pensare che il paese si fosse orientato verso posizioni moderate. 

E ora abbiamo questa ironia per cui il candidato più votato, Kast, è di estrema destra. E l’ulteriore ironia del fatto che un nostalgico di Pinochet potrebbe trovarsi a gestire la difficile transizione della democrazia cilena verso la nuova costituzione”.

L’intervista della BBC si conclude con la considerazione dell’analista che il Cile è sempre stato un modello, nel bene e nel male, dal punto di vista economico e politico, e che adesso può scegliere se continuare ad esserlo. Il riferimento non detto è soprattutto ai cosiddetti Chicago Boys, gli allievi cileni di Milton Friedman che dopo aver studiato alla scuola di liberismo di Chicago andarono a mettere in pratica, come in un incubatore, il neonato modello neoliberale proprio in Cile, alleandosi con l’allora dittatore Pinochet e favorendone l’ascesa. 

Credo che che sia vero in parte: comunque la si veda, e al di là delle simpatie (perché se mi tolgo il cappellino dell’analisi puramente giornalistica è ovvio che preferisco il leader di un movimento studentesco di sinistra a un ultraconservatore antiabortista) il Cile è in ogni caso un modello. Il modello del fallimento di un modello. Mostra chiaramente come una democrazia detta rappresentativa basata su elezioni e partiti non sia in grado più di rappresentare niente della complessità delle nostre società. Magari un tempo, con blocchi ideologici e culturali più chiari poteva avere qualche chances in più. Ma adesso… non più! 

Dunque, qual è il vero Cile? Quello della nuova costituzione? Quello delle lotte studentesche? Quello moderato? Quello ultraconservatore cattolico e razzista? É tutto questo messo assieme, e tantissimo altro ancora che di sicuro si muove sotto i radar. Dovremmo chiamarla democrazia NON rappresentativa, perché non rappresenta più alcuna realtà.

Elezioni in Venezuela

Lo stesso fine settimana si e votato anche in Venezuela per eleggere 23 governatori degli Stati, 335 sindaci, 253 parlamentari e più di 2.471 consiglieri. Alla scorsa tornata elettorale l’opposizione di centrodestra al governo di Maduro aveva boicottato le elezioni, lamentando i probabili brogli in assenza di un’autorità esterna che vigilasse sul voto. Questa volta, l’autorità esterna c’era (le elezioni sono state controllate  da oltre 300 osservatori internazionali), l’opposizione ha partecipato, ma il risultato è stato lo stesso, con la vittoria della coalizione dominata dal Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) che si è aggiudicata 20 dei 23 governatori degli Stati del Venezuela, e i sindaci dei centri più importanti. 

Il governo di Maduro, sulla scia del suo predecessore Chavez, pratica un socialismo vecchio stampo, un po’ familistico e con alti tassi di corruzione. Non proprio un buon governo. Al tempo stesso, si trova a fronteggiare delle pressioni esterne fortissime, perché è il paese al mondo, di gran lunga, con le maggiori riserve di petrolio: circa il 20% del petrolio stimato al mondo si trova nel sottosuolo venezuelano. E per quanto il governo non lesini con le esportazioni, è comunque “solo” all’undicesimo posto fra i paesi esportatori di petrolio, se finisse in mano alle grandi aziende straniere il ritmo estrattivo aumenterebbe di molto. 

Insomma, con tutti i suoi enormi limiti il governo di Maduro è un freno alla estrazione più sfrenata di petrolio. Non basta per farne un buon governo, ovvio. Ma non è un dato che possiamo trascurare.

Fonti e articoli:

#elezioni #Cile
BBC – Elecciones en Chile: Kast y Boric disputarán un balotaje por la presidencia entre extremos
ISPI – Elezioni in Cile, un cambio d’epoca
BBC – Elecciones en Chile: “Este es un verdadero punto de inflexión, porque el país podría ir en ambas direcciones: consolidar la democracia o erosionarla”

#elezioni #Venezuela
GreenReport – Venezuela: vincono di nuovo i chavisti. E questa volta le elezioni sono regolari

#elezioni #Bulgaria
Euronews – Presidenziali in Bulgaria, la vittoria di Radev nel nome della lotta alla corruzione

#Iraq
Internazionale – Il traffico di droga dilaga in Iraq

#Somalia #siccità
GreenReport – Somalia: la siccità si aggrava. La situazione potrebbe diventare estrema

#storie #minatori
Internazionale – I minatori romeni cercano un’alternativa al carbone

#esperimenti #polizia #Nuova Zelanda
il Post – Una polizia diversa, in Nuova Zelanda

#proteste #XR
The Guardian – Climate protesters block London bridges after activists jailed

#COP26
Il Fatto Quotidiano (blog) – Cop26, la ‘tragedia dei beni comuni’ che non ci fa agire in fretta contro i cambiamenti climatici

#Ecuador
Lifegate – L’Ecuador convoca un’udienza storica nei territori indigeni

#Kenya
Terra Nuova – Kenya: pesanti abusi sui popoli indigeni nelle “aree di conservazione”

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The Guardian – Monarch butterflies may be thriving after years of decline. Is it a comeback?

#KKR-Tim
il Post – Cosa c’è dietro la proposta di KKR per Tim

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