27 Giu 2024

Per la prima volta un paese tasserà le emissioni di agricoltura e allevamenti – #957

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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Una nuova legge fa della Danimarca il primo paese al mondo a tassare con una carbon tax le emissioni dei reparti agricolo e degli allevamenti. Una novità storica, fra l’altro raggiunta anche grazie a un processo decisionale innovativo a cui hanno preso parte tutte le parti interessate. Parliamo anche del tentativo di colpo di stato in Bolivia, del ritiro della legge finanziaria contestata in Kenya, di una storica sentenza della Corte di giustizia Ue sull’ex Ilva di Taranto, dell’inchiesta di Domani sulla finanza green che spesso non è tanto green, ma a volte invece sì, della situazione post alluvione in Emilia Romagna e infine di semi, ogm e tanto altro in compagnia di Vandana Shiva.

È successo, ed è la prima volta in assoluto, nel mondo che succede una cosa del genere. Un paese ha introdotto una carbon tax, una tassa sulle emissioni di carbonio, quelle dannose per il clima, su due dei settori più inquinanti ma anche considerati più intoccabili fino ad oggi: agricoltura e allevamento. 

Il paese in questione è la Danimarca e la notizia è di portata storica non solo per il risultato ottenuto, ma anche per il processo che ha portato all’ottenimento di questo risultato, che ha molto da insegnarci. 

Comunque, come al solito partiamo dai fatti. Per l’occasione vado sul Copenhagen Post, che parla molto approfonditamente di questa legge, che ripeto fa della Danimarca il primo paese al mondo ad introdurre una tassa sul carbonio sulle emissioni agricole. 

Il succo della notizia è che dal 2035, gli agricoltori danesi pagheranno una tassa di 300 corone danesi (circa 40 euro) per tonnellata di CO2 emessa. Anche se l’applicazione inizierà in maniera più soft già dal 2030 con una imposta minore, di 140 corone a Tonnellata (circa 19 euro).

Poi vi do qualche dettaglio in più, intanto però voglio sottolineare un aspetto importante, su cui l’articolo si sofferma molto. Ovvero che “L’accordo è stato negoziato negli ultimi cinque mesi da un cosiddetto Green Tripartite, ovvero un tripartito verde, un gruppo composto da rappresentanti della politica, delle ONG e associazioni ambientaliste e di organizzazioni di agricoltori e allevatori e presieduto dall’ex Presidente del Parlamento Henrik Dam Kristensen, quindi da una figura molto istituzionale

Il Tripartito Verde è stato istituito nel dicembre 2023 dal governo dopo un acceso dibattito interno. A un certo punto il governo si è reso conto che la questione era troppo complessa e spinosa e la politica da sola non bastava a risolverla. Allora ha creato questo organismo, con l’incarico specifico di far convergere le esigenze della politica (rappresentata non solo dal governo ma anche dall’associazione dei comuni), delle associazioni ambientaliste e del terzo settore e di agricoltori e allevatori nel determinare le caratteristiche di questa tassa. Quindi non si parlava su se fare una tassa agricola o meno, ma sul come farla, in modo che non penalizzasse troppo i settori coinvolti, ma al tempo stesso non si continuasse a peggiorare la crisi climatica.

Il punto di partenza era che l’agricoltura danese non ha ridotto le sue emissioni di gas serra da più di dieci anni. Il tripartito aveva anche il mandato di proporre varie misure per una migliore gestione delle risorse di terra, natura e acqua potabile del paese.

Vediamo quindi il risultato, più nel dettaglio. In cosa consiste questa tassa? E come verrà applicata?

In pratica, i proprietari terrieri pagheranno in base alle loro emissioni provenienti dal bestiame, dai fertilizzanti, dalla silvicoltura e dal rimescolamento dei suoli agricoli ricchi di carbonio, in particolare quelli cosiddetti ‘a bassa quota’. (sappiamo che i suoli immagazzinano carbonio e arandoli o drenandoli questo carbonio viene rilasciato).

Una delle principali fonti di emissioni di CO2 nel settore agricolo danese infatti è il drenaggio e la coltivazione di ex zone umide come torbiere, laghi, valli fluviali e prati. Pertanto, il rimboschimento di questi suoli organici a bassa quota è una strategia principale per ridurre le emissioni del settore.

L’accordo destina anche l’equivalente di poco meno di 5 miliardi e mezzo di euro a un nuovo fondo per fornire sovvenzioni per questo tipo di rimboschimento. In èpratica con questi soldi si dovranno:

– piantare 250.000 ettari di nuova foresta (che sono tanti, sono tipo il 6% del territorio della Danimarca, mezzo Molise, 100.000 dei quali devono essere poi lasciati ‘intoccati’, ovvero senza operazioni forestali di sorta.

– Rimuovere 140.000 ettari di terreno coltivato a bassa quota entro il 2030.

– Acquistare terreni agricoli dagli agricoltori con l’obiettivo di ridurre le emissioni di azoto dovute all’uso di fertilizzanti.

L’aspetto interessante è che, forse grazie al tipo di processo in cui tutti gli attori principali sono stato coinvolti nel sistema decisionale, le reazioni successive sembrano essere fin qui molto moderate. Non ci sono state al momento le enormi manifestazioni che hanno caratterizzato in mesi scorsi in molti paesi d’Europa, peraltro di fronte a una legge che è anni luce avanti rispetto alle restrizioni previste a livello comunitario. 

Vi leggo un po’ di reazioni a caldo. Il Presidente dell’Associazione per la Conservazione della Natura della Danimarca, Maria Reumert Gjerding, si è detta soddisfatta dell’accordo complessivo, notando che “la biodiversità ha la priorità assoluta”. Il Ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen lo ha descritto come l’accordo più lungimirante a cui avesse mai partecipato. Ha detto: “È un progetto estremamente a lungo termine, dove creiamo più natura, più biodiversità, ma allo stesso tempo teniamo presente che dobbiamo avere un settore agricolo forte e sostenibile,” ha detto.

E anche l’associazione dei proprietari terrieri Agriculture and Food si è detta soddisfatta. Il suo presidente ha detto che sono state “lunghe e molto difficili negoziazioni” in cui l’associazione ha fatto “compromessi importanti e difficili”. “Ma abbiamo anche ottenuto una reale influenza e lasciato un segno significativo che sarà decisivo per la futura produzione alimentare della Danimarca e le generazioni future di agricoltori”.

Durante la conferenza stampa, ha parlato direttamente agli agricoltori che sono stati “preoccupati per mesi, se non anni” su come sarebbe andata la tassa sul CO2. Ha detto: “Ora l’attesa è finita. L’accordo è qui,” ha detto. “Sono molto orgoglioso del significativo impatto che Agriculture and Food ha avuto sull’accordo.”

In tutto ciò non sono riuscito a ricostruire nel dettaglio il tipo di processo e di modello di governance è stato preso come riferimento per questo organismo tripartito. Mi riprometto di approfondirlo, che magari scopriamo ulteriori aspetti interessanti. Intanto però, abbiamo un esempio da cui prendere spunto a livello europeo. Con un disclaimer: quando parliamo di buone pratiche, siamo spesso spinti a imitare i risultati, quindi magari prendere la legge danese come modello. Niente di più sbagliato! Dobbiamo, semmai, imitare i processi, perché sono quelli l’aspetto davvero importante! 

Ieri sera, attorno alle 23 italiane, è iniziata a circolare la notizia di un tentativo di colpo di Stato in atto in Bolivia. Un centinaio di soldati, guidati dall’ex comandante dell’Esercito boliviano, Juan José Zuñiga, hanno fatto irruzione nel palazzo del governo, in piazza Murillo, poco dopo le 21.

Le immagini sono state trasmesse in diretta dall’emittente «Telesur», che ha mostrato un blindato militare forzare il portone principale del palazzo Nazionale prima di irrompere dell’edificio.

Prima di irrompere nell’edificio, Zuñiga ha rilasciato una dichiarazione pubblica in piazza Murillo dove ha chiesto le dimissioni del presidente Luis Arce e di tutto il governo. L’ex comandante era stato destituito ieri dopo aver minacciato pubblicamente l’ex presidente Evo Morales, e ha provato a riconquistare il potere con la forza. Con il colpo di stato in corso ha parlato alla stampa dichiarando che presto sarà nominato un nuovo governo perché «il Paese non può andare avanti così».

Mentre poco prima, intorno alle 21, sulla stessa piattaforma, il presidente della Bolivia Luis Arce aveva denunciato movimenti non autorizzati delle truppe, che già facevano presagire le intenzioni golpiste dell’esercito.

Mentre le operazioni dei militari andavano avanti, sono iniziati ad arrivare messaggi di solidarietà, da parte di vari leader di vari paesi del mondo. I sindacati boliviani hano invitato i cittadini a insorgere e a bloccare l’esercito, ma per un po’ l’esercito ha fermato ogni tentativo di protesta da parte dei cittadini anche usando gas lacrimogeni e pallottole di gomma. 

Poi, dopo circa 3 ore dall’inizio del golpe, è stata diffusa la notizia della nomina di un nuovo comandante dell’esercito, ruolo che era ancora vacante dopo la destituzione di Zunica di ieri. Il nuovo comandante ha invitato i militari a rientrare nelle caserme e i militari hanno eseguito l’ordine, dopodiché l’ex comandante golpista Zunica è stato arrestato.

Ne approfitto al volo per un’altra notizia di esteri, anzi un aggiornamento, perché le enormi proteste in Kenya sembrerebbero aver portato a dei risultati. Leggo direttamente dall’Ansa che “il governo del Kenya fa un passo indietro ed ascolta la voce dei giovani, ritirando la contestata legge finanziaria che aveva portato alle violente proteste di martedì scorso, culminate nell’assalto al parlamento di Nairobi, dato alle fiamme, con l’uccisione di almeno sei manifestanti”.

“Il presidente William Ruto, che aveva parlato di “tradimento” e di “criminali infiltrati” nelle proteste pacifiche, in un discorso in diretta televisiva ha annunciato che non firmerà la legge e che in futuro coinvolgerà la “generazione Z” nelle conversazioni per gestire gli affari del Paese”. 

Arrivano notizie interessanti anche riguardo all’ex Ilva di Taranto. Martedì la Corte di giustizia dell’Ue si è pronunciata su un ricorso dei cittadini contro l’impianto. E sostanzialmente ha detto che “Se l’acciaieria dell’Ilva di Taranto presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana, il suo esercizio dovrà essere sospeso”. Adesso, come spiega un articolo di Milano Finanza, spetta al Tribunale di Milano valutare questi rischi.

Nella sentenza la Corte Europea sottolinea anzitutto lo stretto collegamento tra la protezione dell’ambiente e quella della salute umana, che costituiscono obiettivi chiave del diritto dell’Unione, garantiti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. «Nel 2019 – si legge nella sentenza – la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato che l’acciaieria provocava significativi effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute degli abitanti della zona». «Varie misure per la riduzione del suo impatto sono state previste sin dal 2012, ma i termini stabiliti per la loro attuazione sono stati ripetutamente differiti», si legge.

Il punto centrale della sentenza sull’ex Ilva di Taranto, per il tribunale a Lussemburgo, è che la nozione di «inquinamento», per come viene intesa ai sensi della direttiva sulle emissioni industriali, include i danni all’ambiente ma anche alla salute umana. 

Quindi ecco, perché l’acciaieria di taranto possa continuare ad operare serve un riesame che tenga in conto tutte le sostanze inquinanti connesse all’attività dell’acciaieria, anche se queste non sono state valutate nel procedimento di autorizzazione iniziale. E in caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana, l’esercizio deve essere sospeso. 

Perché c’è quella specifica sulle sostenza non incluse nel procedimento di autorizzazione iniziale? perché sia Acciaierie d’Italia, la società che gestisce l’ex Ilva, che il governo italiano sostengono (e questa è stata la loro scappatoia fin qui per tenere operativo l’impianto) che il procedimento di riesame può limitarsi a fissare valori limite per le sostanze inquinanti la cui emissione era prevedibile. E quindi può non considerare altre sostanze inquinanti che non erano state previste, anche se poi sono state rilevate. La corte Ue dice invece che bisogna tenere in considerazione tutti gli inquinanti rilevati..

Ma come ci è finito questo caso nelle mani dei giudici del tribunale europeo? In pratica tutto nasce dalle cause mosse da numerosi abitanti della zona che hanno sporto denuncia al Tribunale di Milano (non chiedetemi perché il Tribunale di Milano perché non l’ho capito). contro il proseguimento dell’esercizio, per il rischio alla salute delle emissioni dell’impianto e affermando che l’installazione non è conforme ai requisiti della direttiva europea sulle emissioni industriali. 

A quel punto il Tribunale di Milano ha chiesto a sua volta alla Corte di giustizia dell’Ue se la normativa italiana e le varie deroghe alla norma concesse all’ex Ilva per garantirne la continuità siano effettivamente in contrasto con la direttiva stessa. 

E la Corte europea ha risposto che, in pratica, se ci sono prove di danni all’ambiente e alla salute, allora sì, va considerata in contrasto e va chiusa. Punto. 

Quindi l’Ilva chiuderà? Eh, dipende. In teoria dovrebbe chiudere ieri. E la sentenza europe lo ribadisce, perché i pericoli per ambiente e salute ci sono e sono stati provati. Ma è già partita la difesa da parte di governo e industria. 

Come racconta Raffaele Lorusso su Repubblica, è probabile che “Nell’immediato la sentenza non avrà effetti concreti sugli impianti”. Perché “Con il livello di produzione sotto il minimo, è improbabile che possano verificarsi situazioni di pericolo “gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana”, come stabilito i giudici del tribunale con sede in Lussemburgo, da giustificare un provvedimento di sospensione delle attività da parte del tribunale di Milano. Il provvedimento della Corte impone una valutazione di impatto sanitario preventiva”.

Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, dal canto suo, evidenzia, ha già risposto anche che la sentenza “fa riferimento a fatti risalenti al 2013, oggi ampiamente superati grazie agli ingenti investimenti effettuati per il risanamento ambientale, in particolare la copertura dei parchi minerari, opera unica in Europa”. 

Insomma, la sentenza europea è una pietra miliare e segna un passo importante, ma non aspettiamoci che sarà applicata domani. Servirà ancora del tempo. Ma è un altro passetto. Ci arriveremo, credo.

Ieri ne abbiamo solo accennato, ma come vi dicevo mi interessa riprendere l’argomento. È uscita questa indagine di L’indagine di Domani, realizzata insieme al consorzio Eic e a Voxeurop, che rivela che molti fondi di investimento “verdi” europei, nonostante i nomi che suggeriscono un impegno per l’ambiente e la sostenibilità, investono in realtà in alcune delle aziende più inquinanti del mondo. 

Questo è possibile a causa di alcune lacune nelle normative europee che permettono tali investimenti. L’analisi mostra che circa 87,4 miliardi di dollari sono investiti in 200 delle aziende più inquinanti, con una significativa porzione di 33,2 miliardi destinata al settore oil&gas.

Il regolamento europeo sulla sostenibilità nei servizi finanziari (Sfdr) classifica i fondi in base al loro impatto ambientale, ma in pratica molti di questi fondi ancora sostengono aziende ad alta emissione di CO2. L’Italia ha investito 1,7 miliardi di dollari attraverso i fondi sostenibili in aziende molto inquinanti, con la maggior parte degli investimenti concentrati in poche grandi società di gestione. Tipo ENI.

Recentemente, Esma ha proposto nuove linee guida per restringere l’uso improprio del termine “sostenibile” nei fondi di investimento, stabilendo limiti più rigorosi sulle aziende che possono essere incluse nei fondi sostenibili. Si tratta di cambiamenti importanti, ma che richiedono tempo per essere implementati. Comunque, una volta a regime dovrebbero a ridurre il greenwashing e a garantire che i fondi realmente promuovano la sostenibilità ambientale.

Nel frattempo però, c’è anche un altro rischio insito in fatti come questi. Da un lato c’è quello evidente che soldi investiti con l’obiettivo di essere sostenibili, non lo sono. Dall’altro c’è il rischio altrettanto grave che si diffonda un po’ l’idea che “allora è tutto uguale, fa tutto schifo, tanto vale continuare a tenere i soldi nella mia bella banca armata e investire in traffico di organi”. Tipo.

Allora ho chiesto a Ugo Biggeri, co-fondatore ed ex Presidente di Banca Etica e attualmente responsabile per l’Europa del network di finanza etica Banking on values un suo commento sulla questione.

Audio disponibile nel video / podcast

In molti mi hanno raccontato che quando avviene un disastro, una calamità naturale, un terremoto un’alluvione, il periodo peggiore, a parte in casi in cui si perdano persone care, non è quello iniziale. Perché all’inizio ci sono gli occhi del mondo puntati addosso, c’è la gara della solidarietà, si risveglia il senso comunitario. No, il periodo peggiore arriva dopo, quando tutto il resto del mondo si scorda dlela situazione e prosegue co nla sua vita, quando i media smettono di occuparsene, passato la foga iniziale, e subentra il senso di abbandono e solitudine. 

Per provare a non fare lo stesso errore, ci diciamo spesso su ICC di dare seguito alle notizie. Ieri lo abbiamo fatto con un bell’articolo di benedetta Torsello che ha raccontato gli sforzi per la ricostruzione della strada per Nuvoleto, una piccola frazione collegata al resto del mondo da un’unica strada franata nel corso delle alluvioni del maggio scorso.

Ho chiesto a benedetta di raccontarci che cosa ha scoperto in un vocale.

Audio disponibile nel video / podcast

In chiusura vi segnalo che oggi esce una mia intervista all’attivista indiana per i semi e diritti degli agricoltori Vandana Shiva. Abbiamo parlato di cibo, di agricoltura, ma anche di scienza, ogm, nuovi ogm, idee del mondo e sul mondo e tante altre cose. 

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