In Svizzera si voterà per produrre il cibo localmente e mangiare meno carne
Il 27 settembre, con un referendum, gli svizzeri votano l’iniziativa «Per un’alimentazione sicura»: autosufficienza al 70%, meno carne, più vegetali.
Il 27 settembre 2026 la Svizzera torna alle urne per un’iniziativa popolare che punta a ridisegnare il modo in cui il Paese produce e consuma cibo. Il quesito si chiama «Per un’alimentazione sicura – mediante il rafforzamento di una produzione nazionale sostenibile, più derrate alimentari vegetali e acqua potabile pulita», nota più semplicemente come iniziativa sull’alimentazione.
Il testo, promosso dal comitato «Acqua pulita per tutti» guidato dall’ambientalista Franziska Herren, chiede di portare il grado di autosufficienza alimentare del Paese dall’attuale 46% ad almeno il 70% entro dieci anni dall’eventuale accettazione.
Per raggiungere l’obiettivo, l’agricoltura elvetica dovrebbe produrre meno alimenti di origine animale e più alimenti vegetali, così da nutrire più persone con la stessa superficie coltivata. L’iniziativa chiede inoltre di garantire acqua potabile pulita in quantità sufficiente, preservare la biodiversità e la fertilità del suolo, e non superare più i valori limite fissati per l’immissione nell’ambiente di concimi e fitosanitari.
La stessa giornata di voto è chiamata a pronunciarsi anche su un secondo oggetto, l’iniziativa sulla neutralità, promossa da Pro Svizzera e da alcuni membri dell’UDC: chiede di scrivere in Costituzione una neutralità «armata e permanente», vietando alla Confederazione di aderire ad alleanze militari o di adottare sanzioni verso Stati belligeranti. I due temi non sono collegati nel merito, ma condividono data e meccanismo istituzionale.
In Svizzera un’iniziativa popolare federale arriva al voto se i promotori raccolgono 100mila firme di aventi diritto entro 18 mesi: quella sull’alimentazione, depositata nell’agosto 2024, ne ha raccolte 112.736 valide. Trattandosi di una modifica costituzionale, per essere approvata serve la doppia maggioranza: quella del popolo a livello nazionale e quella dei Cantoni.
Il Consiglio federale e il Parlamento non hanno elaborato un controprogetto e raccomandano il no, giudicando gli obiettivi legittimi ma irrealizzabili nei tempi previsti; gli stessi temi, spiega il governo, saranno affrontati nella riforma della politica agricola PA30+, in consultazione dalla seconda metà del 2026.
Il voto svizzero si inserisce in una tendenza più ampia, che negli ultimi anni ha reso il cibo un terreno crescente di attivismo e mobilitazione politica in tutto il mondo. Dalla Dichiarazione di Nyéléni del 2007, firmata da delegati di oltre 80 Paesi nell’ambito del movimento per la sovranità alimentare promosso da La Via Campesina, alla rete internazionale di Slow Food per il cibo «buono, pulito e giusto», che rivendica oltre un milione di attivisti in 160 Paesi, sempre più cittadini chiedono di intervenire per legge su cosa e come si produce da mangiare. In Europa lo si è visto anche nelle proteste degli agricoltori degli ultimi anni contro le politiche agricole comunitarie; in Svizzera, Paese che affida spesso questi temi direttamente alle urne, la stessa spinta ha preso la forma di un’iniziativa costituzionale.
I sondaggi pubblicati finora restituiscono un quadro incerto e non del tutto coerente. Il primo sondaggio ufficiale SSR/gfs.bern, condotto tra il 3 e il 16 agosto su oltre 17mila aventi diritto, dava il sì al 47% contro il 49% di no. Un sondaggio YouGov di fine luglio indicava il no al 43% e il sì al 39%, con un consistente 17% di indecisi. Il 19 agosto, invece, un sondaggio Leewas per Tamedia e 20 Minuten segnalava un vantaggio più netto del no, al 65% contro il 35% di sì. Le differenze tra istituti restano ampie: gfs.bern è l’istituto incaricato ufficialmente dalla Confederazione per le rilevazioni SSR, gli altri sono commissionati da editori privati con metodologie diverse, quindi il dato va letto con cautela.
Se l’iniziativa passasse, lo Stato dovrebbe intervenire in modo incisivo sulla produzione agricola per centrare il target del 70% in dieci anni: secondo il Consiglio federale ciò comporterebbe costi elevati per il bilancio federale e misure vincolanti su colture e allevamenti. I promotori sostengono invece che la transizione ridurrebbe la dipendenza dall’estero e l’impronta ambientale della filiera alimentare, migliorando sicurezza idrica e salute dei suoli. In caso di doppio no il 27 settembre, gli obiettivi di fondo (più sicurezza alimentare, meno impatto ambientale) resterebbero comunque sul tavolo e potrebbero rientrare nella futura riforma PA30+.







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