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5 Novembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Cinque cose davvero sorprendenti delle elezioni di midterm negli Usa – 4/11/2026

Negli Usa i democratici conquistano Camera e Senato alle elezioni di midterm. Ecco cinque cose meno note e davvero sorprendenti di questa vittoria.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Negli Stati Uniti i democratici conquistano Camera e Senato alle elezioni di metà mandato; Musk spende oltre 400 milioni di dollari per i repubblicani senza risultati; il voto ispanico torna ai democratici e i data center diventano un tema elettorale.

La notizia, immagino, l’avrete sentita qua e là. A occhio ecco. I democratici hanno stravinto, ma letteralmente stravinto alle elezioni di metà mandato, che sono le elezioni che negli Stati Uniti si tengono a metà del mandato del presidente, due anni dopo le presidenziali. In cui si rinnova tutta la Camera dei rappresentanti, circa un terzo del Senato e molti governatori degli stati. E di solito sono una specie di pagella per chi sta alla Casa Bianca, una cartina di tornasole su come gli elettori percepiscono il mandato del Presidente.

Va detto che quasi sempre, per via di una dinamica tipica che gli analisti politici chiamano erosione del capitale politico, il partito del Presidente in carica perde consensi. Questo perché dopo due anni iniziano a pesare le promesse non mantenute (che ci sono sempre), le cose che non sono andate come previsto e così via. In questo caso però si va ben oltre quello che potremmo considerare un calo fisiologico! I democratici si sono ripresi sia la Camera che il Senato. Al Senato, che era la situazione considerata più in bilico, hanno strappato ben sette seggi ai repubblicani, mentre alla Camera le proiezioni danni 258 seggi ai democratici, un numero che non raggiungevano dal 1993. Solo due volte negli ultimi 50 anni il controllo di entrambe le camere era cambiato nello stesso turno elettorale. 

Tutto questo però lo avrete più o meno letto o sentito vounque. Oggi, a distanza di un giorno dai risultati, voglio provare a fornirvi qualche chiave di lettura in più e quindi ho messo in fila le cinque cose che mi hanno sorpreso di più di queste elezioni. 

La prima è che i soldi non bastano, in alcuni casi sono persino controproducenti. Il caso più eclatante è quello di Elon  Musk che ha investito 446 milioni di dollari nel partito di Trump, la cifra più alta mai spesa da un singolo donatore in un ciclo elettorale. La metà di questi soldi, più o meno, è finita in Texas, lo stato dove ha messo le sedi di Tesla e SpaceX. 

Ecco, il Texas è considerato forse il risultato più clamoroso di queste elezioni. I democratici vincevano un’elezione a livello statale dal 1994 e non eleggevano un senatore dal 1988. Parliamo di più di trent’anni in cui il Texas era considerato il simbolo dell’America repubblicana. Ecco, in una sola tornata si è ribaltato tutto. Al Senato James Talarico, uno dei volti simbolo della nuova generazione Dem, ha battuto Ken Paxton, fedelissimo di Trump. Come governatore Gina Hinojosa ha battuto Greg Abbott, che era al potere da tre mandati, cioè un governatore in carica e non un candidato debole.

Ma non c’era solo Musk. In Ohio il miliardario Vivek Ramaswamy ha messo circa 36 milioni di tasca sua nella corsa a governatore e ha perso contro la democratica Amy Acton. In Georgia un altro miliardario, Rick Jackson, ha perso contro Keisha Lance Bottoms. Sempre in Ohio, le lobby delle criptovalute hanno speso circa 63 milioni contro il democratico Sherrod Brown. Ma anche qui Brown ha vinto lo stesso.

Poi c’è il Michigan, che è forse il caso più interessante. Abdul El-Sayed è un medico progressista, dalle idee radicali (perlomeno per la sinistra a stelle e strisce). Fa parte di quella nuova ondata, un po’ alla Mamdani se vogliamo, con una dialettica incredibile, idee che tendono al socialismo, molto critico verso Israele, peraltro musulmano di origini egiziane. Già alle primarie del suo partito, contro di lui si era mobilitata la AIPAC, la principale lobby filoisraeliana degli Stati Uniti, che aveva investito 30 milioni in pubblicità contro di lui. Lui ha fatto di quei soldi il cuore della sua campagna, e ha vinto le primarie per un punto. 

Martedì ha vinto anche contro il repubblicano Mike Rogers, nonostante fosse ritenuto troppo radicale anche da parte del suo partito, al punto che la candidata democratica che aveva battuto alle primarie aveva fatto endorsement per il repubblicano, piuttosto che votare El-Sayed. Nonostante Trump fosse sceso in prima linea contro di lui, “per impedire – ha detto – a un jihadista, membro dei Fratelli Musulmani, di diventare senatore degli Stati Uniti” aggiungendo che, se eletto, El-Sayed “sarebbe l’unico senatore costretto a passare dal metal detector prima di entrare in Senato”. O forse ha vinto anche grazie a tutte queste cose, che è riuscito a rigirare a suo favore.

Fra l’altro, a proposito di Israele, pensate che secondo un primo exit poll ripreso dal giornale ebraico americano Forward, la maggior parte degli elettori ebrei in Michigan avrebbe votato proprio El-Sayed. Nel senso che la lobby filoisraeliana ha speso milioni contro un candidato che, a quanto pare, buona parte della comunità che dice di rappresentare ha votato lo stesso. 

Un analista, Logan Phillips, ha definito questa tornata elettorale “la più grande sconfitta per i grandi soldi nella storia della politica americana”. Questo non significa che i soldi in politica non contino più niente, sempre meglio rifuggire dalle visioni estremiste. Significa che contano fino a un certo punto. E probabilmente, superate certe soglie critiche, in una società estremamente diseguale e percepita come ingiusta, in cui molte persone fanno fatica ad arrivare a fine mese, tutti questi soldi bittati in politica potrebbero anche aver sortito l’effetto contrario. Non è una legge universale, diciamo che è un’ipotesi contestuale. Ma è comunque interessante e sorprendente.

La seconda cosa sorprendente è la quantità di prime volte che ci sono in questa tornata elettorale. El-Sayed, di cui vi parlavo prima, sarà il primo musulmano nella storia del Senato americano. In New Hampshire Chris Pappas è il primo uomo apertamente gay eletto senatore. In Minnesota Peggy Flanagan è la prima donna indigena eletta al Senato nella storia degli Stati Uniti, e in New Mexico Deb Haaland è la prima donna nativa americana eletta governatrice.

In Georgia Keisha Lance Bottoms è la prima donna nera eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti. In Nevada, dove alle presidenziali del 2024 aveva vonto Trump, ha vinto il democratico Aaron Ford, che sarà il primo governatore nero nella storia dello stato. E Hakeem Jeffries potrebbe diventare il primo speaker nero della Camera.

Anche fra i repubblicani Byron Donalds è il primo repubblicano nero eletto governatore della Florida, e Julia Letlow la prima donna repubblicana eletta senatrice in Louisiana. Tutto ciò, il fatto che una persona sia donna, o nera, o indigena o nativa, ovviamente non fa di quella persona automaticamente un buon o una buona politica. Non è questo il punto. Il punto, credo, è che possiamo leggere anche questa raffica di novità come una voglia di cambiamento espressa dall’elettorato, e di rompere vecchi tabù. 

Per me, forse, la cosa più sorprendente in assoluto è la velocità del cambiamento che si osserva nella politica, così come nella società in generale, degli Usa. Basta fare un passo indietro di due anni per rendercene conto, perché a volte tendiamo a scordarci. A novembre 2024 il Partito democratico sembrava morto, senza leader, senza linguaggio, abbandonato da giovani, dagli operai e dai latinos. Due anni dopo ha vinto in Texas, in Kansas, in South Carolina, in Ohio.

E lo ha fatto tirando fuori dal cilindro una nuova classe politica, spesso molto giovane, a volte con idee piuttosto radicali, che parla un linguaggio del tutto nuovo e vince anche dove non ce lo aspettavamo o dove non vincevano da quasi un secolo, tipo in Kansas, dove i dem non vincevano un seggio dal 1932. Nel nuovo Senato siederanno persone che chiedono la sanità pubblica universale che per gli Usa è una roba… una roba.

Questa velocità, vista dall’Italia, dove la classe politica è abbastanza nota per essere stagnante e incollata alle poltrone, è davvero sorprendente. Ed è importante comprenderla, perché sarebbe anche troppo facile accontentarsi di dire che “Negli states cambia tutto velocemente”. Che è vero, nel bene e nel male, il dinamismo della società Usa è anche uno dei motivi per cui hanno fatto così tanti danni, perché spesso fanno le cose prima ancora di capirne le conseguenze. Però è anche vero che ogni cambiamento passa attraverso delle dinamiche specifiche.

In questo caso, molto di questo cambiamento nei democratici passa dalla senatrice – nonché da anni astro nascente della sinistra Usa, erede di Bernie sanders – Alexandria Ocasio-Cortez. Dopo la vittoria di Trump nel 2024, parlando con gli elettori del suo distretto, tra il Bronx e il Queens a New York, Ocasio Cortez scoprì che c’era una tipologia di elettorato molto particolare, che nel 2024 aveva votato Trump come presidente e appunto lei alla Camera. I giornali li hanno poi chiamati elettori Trump-AOC, che appunto hanno messo la croce su due persone che sembrano agli antipodi, sulla stessa scheda e nello stesso giorno. 

Il suo staff a quel punto è andato a parlare con un tipo di elettore e da lì è nata la linea basata sul cosiddetto populismo economico come antidoto al trumpismo: quindi parlare del costo della vita, attaccare la concentrazione della ricchezza, i miliardari. AOC ha girato i distretti rurali con Bernie Sanders nel tour “Fighting Oligarchy”, contro l’oligarchia. 

Inoltre AOC ha recuperato alcuni temi interessanti dei movimenti degli anni passati, l’energia e la capacità di mobilitare, ma con una certa maturità politica ha preso le distanze dalle derive più estreme della stagione woke, quella che qualcuno ormai chiama “woke 1”. Questa strategia è stata premiata soprattutto dai giovani, che spesso sono più democratici rispetto alla media nazionale, ma stavolta lo sono stati molto di più. Secondo gli exit poll nel 2024 fra gli under 30 aveva votato a sinistra l’11% in piu degli elettori. Stavolta il 47%.

Questo nuovo clima e questa strategia ha favorito la nascita di tutta una serie di nuovi politici spesso dalle idee diverse, molto bravi a comunicare, molto diretti, che non hanno paura di “sporcarsi le mani” sui social. Di cui Mamdani è stato il precursore, e che si sono ulteriormente moltiplicati. El Sayed è uno di questi, ma ci sono anche altri casi. 

James Talarico, il nuovo senatore del Texas, ha 37 anni, è un ex insegnante di scuola media e studia per diventare pastore presbiteriano. È diventato famoso con video virali su TikTok, dove ha oltre un milione di follower, in cui usa il linguaggio del Vangelo per attaccare miliardari e fanatici religiosi. Nel 2025 è andato persino da Joe Rogan, il podcaster più ascoltato d’America, che aveva sostenuto Trump e alla fine della puntata Rogan (che probabilmente è un po’ un elettore Trump-AOC) gli ha detto che dovrebbe candidarsi alla presidenza.

Poi c’è Troy Jackson, che ha battuto Susan Collins in Maine e viene da una famiglia di boscaioli da cinque generazioni ed è stato boscaiolo anche lui, che quando lavorava nei boschi del nord del Maine bloccava i camion con i colleghi per chiedere salari migliori ai grandi proprietari terrieri e si presenta come “un tizio del nord del Maine che fa il boscaiolo”. Ed è a favore della sanità pubblica universale.

In South Carolina ha vinto Annie Andrews, una pediatra. In Kansas Adam Hamilton, pastore di una megachiesa, quindi persone che non sono politici di professione. Ma che hanno questo modo di comunicare molto diretto e pragmatico, che parla ai bisogni reali delle persone, più che per slogan astratti.

Una rivoluzione politica del genere, alle nostre latitudini, ci sembra quasi fantascienza. Come ripete spesso Francesco Costa nella sua newsletter, la società americana ha una capacità di cambiare pelle in fretta che a noi è sconosciuta. 

Altra traiettoria sorprendente è quello che gli analisti chiamano la fine del riallineamento degli ispanici. Nel 2024 il voto in massa dei latinoamericani a Trump fu una delle chiavi della sua vittoria e si parlava molto di riallineamento, ovvero uno spostamento di massa e stabile di una certa fetta di elettorato su nuove posizioni politiche. In realtà pare che il riallinamento a destra degli ispanici sia già finito e questa cosa ha più ripercussioni di quanto pensiate. 

Perché i repubblicani, convinti che quel voto fosse ormai consolidato, hanno ridisegnato i collegi elettorali di Texas e Florida sulla base della nuova demografia elettorale. 

In pratica negli Usa c’è questa pratica molto scorretta ma altrettanto diffusa che si chiama gerrymandering, dal nome di un governatore che la inventò per primo: in pratica si tracciano i confini dei distretti per favorire massimizzare i voti per il proprio partito. Il governatore Gerry aveva disegnato un collegio in modo da poter vincere che aveva la forma della salamandra e da qui appunto il nome di Gerrymandering. 

Prima di questa tornata i repubblicani avevano ridisegnato i collegi elettorali proprio contando sul voto degli ispanici. E in tutti o quasi i luoghi dove è stato fatto, i repubblicani hanno perso. In un caso il distretto era stato ridisegnato apposta per far fuori la deputata democratica Kathy Castor: lei ha vinto lo stesso.

Quinto e ultimo punto, sono state le prime elezioni in cui l’IA ha avuto un peso determinante. E non intendo nell’indirizzarle, nel produrre contenuti, quello anche certamente, ma proprio come tema al centro del dibattito politico. Il 56%, più della metà degli elettori, secondo un exit poll di NBC, ha detto che l’intelligenza artificiale e i data center sono stati un fattore “cruciale o importante” nel voto per il Congresso.

A quanto pare il tema dei data center è stata una delle chiavi di lettura della vittoria dei democratici e soprattutto della sconfitta di Trump. I data center sono questi enormi capannoni pieni di server che consumano quantità gigantesche di energia, fanno molto rumore, inquinano e occupano molto terreno. Negli ultimi due anni ne sono spuntati ovunque perché l’IA sta crescendo a ritmi vertiginosi e ne ha bisogno. 

Questo ha avuto una serie di effetti negativi a cascata, fra cui anche trinanre verso la’lto le bollette della luce, per via dell’aumento della domanda. Secondo un sondaggio NBC, il 69% degli intervistati è contrario a un data center nella propria zona. E la cosa è abbastanza trasversale, anche tra i repubblicani la maggioranza è contraria. Trump, invece, a settembre aveva liquidato le proteste contro i data center e le preoccupazioni sulla sicurezza dell’IA come “una bufala”. 

Il caso più clamoroso è di nuovo il Texas. Il governatore repubblicano Greg Abbott voleva fare dello stato l’“epicentro” dell’IA, poi ha cambiato rotta e ha sospeso i permessi per i nuovi data center. Lo ha fatto dopo che la sua sfidante democratica, Gina Hinojosa, aveva promesso di fermare temporaneamente ogni nuova costruzione finché non ci fossero tutele di legge. Lei ha vinto. E parliamo dello stato che, secondo le stime, entro il 2030 dovrebbe superare la Virginia come primo mercato di data center al mondo. Poi ci sono stati decine di referendum locali (perché negli Usa quando si vota si vota su tutto): gli elettori di almeno 33 comunità hanno approvato restrizioni ai data center. A Trenton, in Ohio, il divieto per gli impianti sopra i 25 megawatt è passato con l’80%.

Anche qui, per chiudere il cerchio, l’industria dell’IA aveva finanziato con oltre 100 milioni di dollari i candidati favorevoli all’IA. Solo che quei soldi sono diventati una specie di marchio tossico e hanno avuto un effetto boomerang. Secondo un sondaggio, tre elettori su quattro dicevano che sarebbero stati meno propensi a votare un candidato finanziato dall’industria dell’IA. 

A sua volta, il voto ha avuto un effetto di ritorno sull’industria quasi immediato. La mattina dopo il voto le borse asiatiche sono scese ai minimi da oltre sei mesi, per il timore di controlli più stretti sull’industria dell’IA. Negli Stati Uniti, prima dell’apertura, i titoli dei data center sono crollati e quelli delle energie rinnovabili sono saliti. Anche SpaceX e Tesla, le aziende di Musk, perdevano intorno al 4%. 

Ovviamente non possiamo ridurre tutto a questo, e poi bisogna vedere come opereranno i dem una vota che si troveranno a governare, però intanto questo è quello che possiamo dedurre dal voto.

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