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15 Giugno 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Elon Musk e la decrescita – 15/6/2026

Musk primo “trilionair” della storia, economisti contro la crescita infinita, Belfast tra violenze e contromanifestazione antirazzista, e il no svizzero al tetto sulla popolazione.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodi

Con la quotazione in borsa di SpaceX, Elon Musk è diventato la prima persona ad avere un patrimonio stimato in oltre mille miliardi di dollari, quella che negli Usa viene chiamato trillion. Una notizia con parecchie implicazioni, che però arriva in un momento in cui sempre meno persone sembrano credere ancora nel modello economico basato sulla crescita infinita, quello su cui si basala ricchezza di Musk.

Ma andiamo con ordine. Come ha fatto Musk a diventare improvvisamente così ricco? Non che prima non lo fosse eh, ma è passato da avere meno di 300 miliardi a oltre mille miliardi. Il merito – si fa per dire – è della quotazione in borsa di Space X. che ha esordito col botto in quella che è stata definita l’IPO (ovvero l’esordio in borsa), più grande della storia. Le azioni sono entrate con una quotazione di 135 dollari ad azione e a sera erano già salite a 161.

La quotazione mostruosa di Space x, alimentata dalla promessa di Musk di portare l’umanità su marte per rendere l’umanità una specie multiplanetaria e dalla bolla dell’IA, ha fatto sì che con le sue sole quote, Musk abbia avuto un salto netto di patrimonio di oltre 700 miliardi. Da qui il nuovo record. Nonostante Musk non abbia niente in più rispetto al giorno prima, nel mondo fisico. Ma il fatto che la sua azienda sia stata quotata in borsa gli ha fatto virtualmente raggiungere questa cifra record.

Il Post si chiede, ed è interessante, quanti sono mille miliardi. Leggo: “È un numero troppo grande anche da immaginare, al punto che viene spesso usato come iperbole per indicare qualcosa di esagerato o irrealistico. Prima di fare qualche paragone per avvicinarci, è importante chiarire che Musk non ha realmente mille miliardi di dollari a disposizione sul proprio conto in banca: gran parte della sua ricchezza è costituita da azioni e altri strumenti finanziari legati alle sue aziende, come Tesla, X e appunto SpaceX, e quindi è soggetta alle fluttuazioni del mercato. Detto questo, rimane enormemente ricco”.

“L’unità di misura dei mille miliardi si usa solitamente solo per parlare del Prodotto interno lordo dei paesi più ricchi. Oggi solo una ventina di Stati raggiunge o supera questa soglia: i primi sono gli Stati Uniti, con un PIL di oltre 30mila miliardi di dollari, seguiti dalla Cina (circa 20mila miliardi). L’Italia ha un PIL di circa 2.400 miliardi di dollari. In questa scala, il patrimonio di Elon Musk è pari all’incirca al PIL della Svizzera o della Polonia, e non molto inferiore a quello dell’Arabia Saudita”.

La seconda persona più ricca del mondo è il cofondatore di Google Larry Page, con un patrimonio da 294 miliardi di dollari: circa un terzo di quello di Musk.

Un modo per capire quanto sia enorme la cifra è provare a visualizzarla, ma anche in questo caso si arriva a situazioni paradossali. Se mettessimo una sopra l’altra monete da un centesimo di euro fino a raggiungere la cifra di mille miliardi, la pila sarebbe alta 167 milioni di chilometri: più della distanza tra la Terra e il Sole. Mentre un miliardo di secondi fa eravamo nel 1994, mille miliardi di secondi fa eravamo nel 29000 avanti Cristo: nel periodo dell’ultima Era Glaciale, quando c’erano i mammut, per capirci.

Un altro modo di vedere la questione è calcolare quanto ci vuole ad accumulare mille miliardi, senza essere Elon Musk. Ipotizzando di guadagnare 30mila euro lordi all’anno, una media approssimativa per l’Italia, e senza spendere nulla servirebbero oltre 33 milioni di anni per raggiungere la cifra: ci arriveremmo quindi nell’anno 33.335.359. Ricordiamo che ora siamo nel 2026.

Infine, la Terra ha 8,3 miliardi di abitanti: una persona con un patrimonio da mille miliardi di dollari ha a disposizione circa 120 dollari per ciascuno di loro”.

Insomma, anche se è una ricchezza non liquida, è comunque enorme. Il fatto però che Musk cerchi di usare la sua ricchezza e potere per influenzare elezioni, indirizzare governi ecc, sembra avere un effetto collaterale interessante. Spingere una parte di mondo a mettere profondamente in discussione il modello che ha reso questa sproporzione possibile. Quello basato sulla crescita infinita, sul progresso, ecc. 

So che c’era già e c’è sempre stata una parte di mondo molto critica verso il modello economico, e che anche diverse istituzioni hanno iniziato a dubitarne, ma qui mi sembra ci sia un passo ulteriore. Leggo da un articolo di Riccardo Maggiolo su HuffPost, non certo un giornale sovversivo:

“Sembra quindi che viviamo in una paradossale gabbia della crescita: siamo destinati a produrre, consumare, inventare, scoprire, conquistare sempre di più, e a un ritmo sempre maggiore. Questo ci rende allo stesso tempo più ricchi e più impoveriti; più potenti e più arrendevoli; più agiati e più disperati. Niente rappresenta meglio questo paradosso di Elon Musk: un uomo che allo stesso tempo ha una ricchezza e una potenza enormi ma che da essi non sembra trarre nessuna vera consolazione, tanto appare prigioniero di un mondo che trova detestabile e ostaggio di un futuro che non si può davvero rallentare o evitare.

Elon Musk rappresenta la forma più estrema del “successo” come lo abbiamo raccontato per lungo tempo. Eppure, chi davvero vorrebbe essere Elon Musk? Chi vorrebbe essere condannato a rilanciare continuamente? Ad assumere sostanze per stare al passo? A usare retoriche sempre più estreme e divisive per mantenere alta l’attenzione su di sé? Ad avere a che fare con strumenti così potenti da angosciare?  A gonfiare sempre di più il valore delle proprie imprese? A seguire il suo profilo su X, pare che forse nemmeno Musk voglia essere Musk”.

Qualche giorno fa, sul Guardian, alcuni fra gli economisti più influenti al mondo hanno pubblicato un editoriale sul Guardian dal titolo: “Noi economisti abbiamo fatto i conti: la ‘crescita’ è una strategia destinata al fallimento — c’è un modo migliore.” 

Per darvi un’idea di chi stiamo parlando c’è un premio Nobel per l’economia ed ex capo economista della Banca Mondiale (Joseph Stiglitz), c’è l’autore del libro di economia più venduto degli ultimi vent’anni di Il Capitale nel XXI Secolo, Thomas Piktty, c’è l’inventrice dell’economia della ciambella Kate Raworth, c’è Jayati Ghosh — economista indiana, professoressa a UMass Amherst, una delle voci più autorevoli sull’economia dello sviluppo e sulle disuguaglianze globali, c’è Olivier De Schutter — relatore speciale dell’ONU per il diritto al cibo e alla povertà estrema e infine Jason Hickel uno dei teorici della decrescita.  

Tutti del mondo progressista, ma sono nomi rilevantissimi. Che dicono, testualmente: abbiamo rifatto i conti, ci eravamo sbagliati, la crescita infinita non funziona più. Nell’articolo gli economisti presentano una roadmap per eradicare la povertà nel mondo, firmata da altri 350 e passa economisti/e di spessore mondiale, in cui si dice – provo a riassumervelo: 

  1. per decenni ci è stato detto che la crescita economica avrebbe risolto tutto. Non è andata così. I redditi nazionali sono cresciuti, ma i salari sono rimasti fermi, il lavoro è diventato più precario, i servizi pubblici sono stati tagliati. La crescita si è “disaccoppiata” dal benessere diffuso.
  2. Nel frattempo ha distrutto il pianeta: il 92% delle emissioni in eccesso viene dal Nord globale, e il 10% più ricco della popolazione è responsabile di quasi metà delle emissioni globali.

La proposta è sostanzialmente quella della decrescita, che non significa, a differenza di quanto pensano in molti, il fatto di far contrarre il Pil mondiale, quella si chiama recessione, e inoltre precisano che molti Paesi poveri hanno ancora bisogno di crescere per costruire ospedali, scuole, energia rinnovabile. Il punto centrale è smettere di trattare il PIL come l’obiettivo finale delle economie mondiali e ridisegnare le economie attorno ai diritti e al benessere collettivo. Quindi concentrarsi su obiettivi qualitativi e lasciar perdere un numeretto che non ci dice granché del benessere collettivo. 

Il corollario di questo ragionamento – che l’articolo porta avanti – è che la povertà è una costruzione artificiale, sembra irrisolvibile ma lo è solo dentro a questo modello di sviluppo.

Insomma, c’è un bel pezzo del mondo accademico che sembra convergere sull’idea che dobbiamo affrancarci da questo modello economico e di sviluppo. Ovviamente dirlo è una cosa, farlo è un’altra, perché ogni tassello dell’enorme mosaico che compone le nostre società è stato pensato sull’idea della crescita infinita. Ma come ogni cosa, prima arriva l’idea, poi l’azione. 

E fra l’altro questa convergenza non sembra arrivare solo dal mondo accademico. Potrebbe esserci, pensate un po’, persino un’ampia maggioranza della popolazione favorevole alla decrescita. A un patto: che non la si chiami così.

Un articolo di Lorenzo Tecleme su Valori presenta uno studio interessante, pubblicato nel novembre 2025 su The Lancet Planetary Health e firmato tra gli altri proprio da Jason Hickel, uno degli autori del manifesto di prima. La ricerca ha testato dei campioni rappresentativi di popolazione in UK e USA per osservare cosa succede se presenti le stesse identiche politiche con nomi diversi.

Il risultato è che, ad esempio, Il 92% dei britannici e il 71% degli americani si dicono favorevoli a misure come tassare i voli frequenti, redistribuire la ricchezza, frenare le industrie più inquinanti, quando vengono presentate senza etichetta. Se invece dai a queste misure il nome di “decrescita”, a quel punto il consenso crolla al 26% in UK e al 20% negli USA.

Provando a cambiare etichetta, le cose cambiano. L’etichetta che funziona meglio sembra essere quella di “Economia del benessere”. Anche “ecosocialismo” va meglio della decrescita. Hickel stesso ammette che “decrescita” è un termine analitico utile in ambito scientifico, ma probabilmente un pessimo slogan politico. Però diffida anche di “economia del benessere” perché, dice, è talmente vaga che i capitalisti possono facilmente appropriarsene.

Insomma, la rottura di un ennesimo record di ricchezza, con le gigantesche contraddizioni che si porta dietro, potrebbe paradossalmente accelerare anche la tendenza opposta. La pressione verso un cambio di paradigma.

Qualche notizia veloce. A Belfast è stata una settimana complessa, e un po’ in tutta l’Irlanda del Nord in generale. Tutto parte dall’accoltellamento di un quarantenne da parte di un uomo sudanese, poi incriminato per tentato omicidio. Il video dell’aggressione circola sui social, e figure dell’estrema destra internazionale — tra cui proprio Elon Musk e il politico/criminale di estrema destra Tommy Robinson — ci si buttano sopra per aizzare la piazza. Tra martedì e mercoledì scoppia il caos: auto e case incendiate, scontri con la polizia, una lista di 25 indirizzi di migranti che circola online, tentativi di assalto a un hotel che ospita richiedenti asilo. Le proteste si allargano ad altre città nordirlandesi e persino a Glasgow e Dublino.

Sabato però arriva la risposta: 20mila persone scendono in piazza a Belfast per una grande manifestazione antirazzista. In tutto ciò, c’è un dato: l’Irlanda del Nord è la nazione del Regno Unito dove vivono meno stranieri in proporzione alla popolazione. 

Ieri in Svizzera si è votato su un’iniziativa popolare — proposta dalla destra populista — per mettere un tetto alla popolazione nazionale: massimo 10 milioni di abitanti. Se superata la soglia, il governo dovrebbe stringere sull’immigrazione fino, nei casi estremi, a uscire dagli accordi di libera circolazione con l’UE. 

Si tratta di una misura inedita al mondo, in un paese che oggi conta 9,1 milioni di abitanti e dove gli immigrati sono già un quarto della popolazione, e la destra populista fa leva sul fatto che questa invasione sta danneggiando gli svizzeri, togliendo lavoro, ecc. 

Potreste pensare che sia la stessa solfa delle detsre populste europee, però qui c’è una differenza sostanziale. Gli immigrati che rubano il lavoro siamo noi. Italiani, francesi, spagnoli. Spesso professionisti qualificati attratti da salari alti. Governo, parlamento e associazioni imprenditoriali erano tutti contrari, sostenendo che rischierebbe di creare gravi carenze di personale. I sondaggi davano favorevoli e contrari quasi appaiati. Alla fine ha vinto il no alla proposta, che è stata bocciata. 

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