Taranto, ex Ilva verso la chiusura? Sospeso anche l’ultimo altoforno: “Vittoria dei cittadini”
La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni. Riguarda anche l’ultimo altoforno attivo: la chiusura dello stabilimento non è mai stata così vicina.
La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto entro novanta giorni dall’ultima comunicazione del provvedimento.
Il decreto, datato 9 luglio e notificato il 27, riguarda le tre società che fanno capo allo stabilimento: Ilva spa, ancora proprietaria degli impianti, Acciaierie d’Italia, che li gestisce operativamente, e la capogruppo Acciaierie d’Italia Holding, tutte sottoposte ad amministrazione straordinaria, la procedura con cui lo Stato commissaria le grandi aziende in crisi in vista di una ristrutturazione o di una vendita.
Il provvedimento conferma nella sostanza una precedente sentenza di primo grado di febbraio, che aveva già fissato un termine al 24 agosto ritenendo insufficiente l’Autorizzazione Integrata Ambientale approvata nel 2025 dal ministero dell’Ambiente.
A pesare sulla decisione sono due elementi: la presenza di amianto ancora non rimosso dagli impianti, indicato dai giudici come unica causa nota del mesotelioma pleurico, la cui incidenza a Taranto e Statte è quattro volte superiore alla media, e le emissioni di polveri sottili ben oltre i limiti di legge.
La produzione potrà riprendere solo dopo la bonifica completa e il rientro delle emissioni entro i valori di sicurezza. Diverso il punto sui gas serra: qui la Corte ha respinto il ricorso, ritenendo che l’AIA, valida dodici anni, non vincoli in modo cogente la prosecuzione dell’attività a un cronoprogramma di decarbonizzazione.
Tuttavia, la sentenza potrebbe anche rappresentare il colpo di grazia per lo stabilimento, in crisi da anni. Dei quattro altiforni dell’area a caldo solo uno è oggi attivo: la sua sospensione equivale, nei fatti, all’arresto dell’intera produzione.
È una circostanza che, secondo il Post, rende la chiusura definitiva dell’ex Ilva più concreta che in passato, e complica ulteriormente il tentativo dello Stato di cedere l’azienda a un investitore privato: chi acquistasse oggi lo stabilimento si troverebbe a rilevare un impianto fermato dal tribunale, con oneri di bonifica da sostenere prima di poter anche solo riavviare la produzione.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, commentando la sentenza in conferenza stampa il 27 luglio, ha osservato che “le sentenze sono sentenze, valgono per tutti”, sottolineando che il provvedimento interviene su una trattativa di cessione già in fase avanzata. Le trattative in corso coinvolgono il gruppo indiano Jindal, che ha detto di restare interessato, e quello statunitense Flacks, che non avrebbe fornito garanzie finanziarie sufficienti nelle fasi conclusive.
A rendere ancora meno appetibile la cessione c’è il piano economico. Il governo stima al moneto perdite mensili tra 50 e 70 milioni di euro; su circa 8mila dipendenti, oltre 4mila sono in cassa integrazione. Per sostenere l’azienda in attesa di una cessione, la Commissione europea ha autorizzato finanziamenti pubblici fino a 390 milioni di euro in deroga alle regole sulla concorrenza: finora ne sono stati erogati tre, l’ultimo approvato dal Consiglio dei ministri lunedì, poche ore dopo la sentenza.
Ad accogliere con favore la decisione sono stati anzitutto i cittadini che l’hanno promossa. L’associazione Genitori Tarantini, che riunisce gli undici cittadini assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, ha commentato la sentenza sulla propria pagina Facebook parlando di “storica giornata”, e ha ringraziato il Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG) e il Codacons per gli interventi a sostegno dell’azione inibitoria e per l’assistenza legale fornita nelle udienze davanti al Tribunale di Milano.
Anche l’eurodeputata tarantina Rosa D’Amato (Verdi/EFA) ha commentato la sentenza su Facebook, definendola “una vittoria dei cittadini” e in particolare delle famiglie riunite nell’associazione Genitori Tarantini, che – scrive – “hanno trasformato il dolore in impegno continuando a chiedere verità nonostante le difficoltà”.
D’Amato collega l’esito giudiziario alla richiesta di una transizione giusta finanziata dal Just Transition Fund europeo, sintetizzata nella sua dichiarazione secondo cui “Taranto non vuole vivere di assistenza e non vuole morire di industria”: tra le direzioni indicate per la riconversione economica del territorio, bonifiche e risanamento ambientale, energie rinnovabili, idrogeno verde, logistica portuale ed eolico offshore, ricerca in biotecnologie marine e mitilicoltura, oltre a cultura, archeologia e turismo.








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