Ilva addio! La Corte d’Appello conferma la chiusura a fine ottobre: è la fine di un’era
La Corte d’appello di Milano conferma la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre, accogliendo le ragioni dei Genitori Tarantini dopo quindici anni di battaglie. Restano aperte le incognite occupazionali per migliaia di lavoratori.
La Corte d’appello civile di Milano ha respinto la richiesta di Acciaierie d’Italia di sospendere la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, confermando la decisione presa alla fine di luglio. Lo stabilimento dovrà fermare gli altiforni entro il 28 ottobre: senza quella parte dell’impianto, la più inquinante ma anche la più necessaria alla produzione, l’ex Ilva non potrà più lavorare l’acciaio.
Dietro il provvedimento c’è una battaglia legale che va avanti da quindici anni. Ad avviarla erano stati undici cittadini di Taranto, tra cui un minore, riuniti nell’associazione Genitori Tarantini e assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, con l’intervento in causa del Codacons.
Nel ricorso accolto dai giudici a luglio si documentava la presenza di circa duemila tonnellate di amianto nei cowper degli altiforni, materiale cancerogeno che l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 non prevedeva di rimuovere in tempi definiti, oltre al mancato rispetto dei limiti sulle polveri sottili. La Corte ha inoltre rilevato una maggiore incidenza di mortalità e ricoveri nelle zone più vicine allo stabilimento.
Per l’associazione Tracce aps, che segue da anni la vertenza, la sentenza riconosce anzitutto il lavoro dei Genitori Tarantini, che hanno portato avanti una battaglia civica più ampia della tutela dei propri figli, arrivando a toccare il diritto alla salute dell’intera comunità. “I tarantini ora sanno cosa vuol dire piangere di gioia, finalmente!” ha commentato l’associazione dai suoi profili social. Nei giorni precedenti l’udienza, la stessa associazione aveva criticato la posizione ambigua tenuta dalla Regione Puglia, che si era limitata a rimettersi alle valutazioni della Corte invece di schierarsi apertamente.
Il conto lasciato dall’ex Ilva alla città è enorme, ed è documentato dagli enti pubblici stessi. Lo studio epidemiologico Sentieri, promosso dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, ha rilevato per anni un eccesso di mortalità generale nell’area industriale, con incrementi fino al 33% per i tumori al polmone e superiori al 400% per il mesotelioma pleurico tra gli uomini; nello stesso periodo sono stati registrati 600 bambini nati con malformazioni congenite e oltre 40 tumori in età pediatrica.
Sul fronte ambientale, la contaminazione da diossina ha colpito il Mar Piccolo, mettendo in crisi la mitilicoltura locale, e ha portato all’abbattimento di migliaia di pecore e capre nelle campagne intorno allo stabilimento, con decine di allevatori costretti a chiudere l’attività. I danni si sono riflessi anche sull’economia della città: nel processo “Ambiente svenduto” circa 800 parti civili, tra cittadini, Comuni e associazioni, hanno chiesto risarcimenti per miliardi di euro, mentre nel quartiere Tamburi, il più esposto alle polveri dello stabilimento, il valore degli immobili è crollato.
La storia della devastazione legata all’ex Ilva di Taranto è spesso poco raccontata. Su Italia che Cambia abbiamo scelto fin dall’inizio di dare voce a chi denunciava l’inquinamento e la connivenza legati allo stabilimento, come ad esempio l’attivista e fondatore di PeaceLink Alessandro Marescotti.
La decisione è dunque storica. Tuttavia, pesa anche sul fronte occupazionale. Il 4 settembre le aziende avevano annunciato il licenziamento di 2.500 lavoratori dell’indotto, cioè delle imprese fornitrici e in appalto, poi sospeso il 9 settembre in attesa proprio di questa sentenza: ora rischia di essere confermato. Durante l’udienza del 9 settembre i lavoratori hanno tenuto un presidio davanti allo stabilimento, mentre il sindacato Uilm ha parlato di un rischio di “catastrofe occupazionale” legato all’incertezza sulla cordata che dovrebbe rilevare l’impianto. Secondo il Fatto Quotidiano sono a rischio circa diecimila posti di lavoro.
La sentenza rende infatti più difficile anche la vendita dell’ex Ilva da parte dello Stato, che gestisce gli impianti in amministrazione straordinaria: un eventuale acquirente si troverebbe a dover investire nella bonifica dell’amianto e nell’adeguamento delle emissioni prima di poter riavviare la produzione. Resta aperta la possibilità di un ricorso in Cassazione o di un nuovo decreto d’urgenza del governo, ma per ora la strada tracciata dai giudici e dai cittadini che l’hanno percorsa in tribunale sembra quella che conduce a una chiusura definitiva.







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