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4 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Fermi, pestaggi, violenza: ma la Flotilla vuole già ripartire – 4/5/2026

Aggiornamenti sulla Global Sumud Flotilla; come è finito il summit dei “volenterosi” per l’uscita dai fossili e la roadmap francese; cause e conseguenze dell’uscita degli Emirati dall’OPEC.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

Alcuni aggiornamenti sugli attivisti della Flotilla, dopo l’abbordaggio e il fermo israeliano. Leggo su Novara Media — che non è un giornale locale di Novara ma un media britannico, piuttosto militante ma in genere affidabile nelle informazioni — un articolo a firma della corrispondente Charlotte England.

I partecipanti alla Global Sumud Flotilla raccontano di essere stati presi a pugni, calci, trascinati sul pavimento con le mani legate e colpiti con proiettili veri e di gomma a bordo di una nave militare israeliana, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali a più di 500 miglia nautiche da Gaza.

Secondo diversi partecipanti, l’intercettazione è stata violenta per molti, ma il trattamento peggiore sarebbe arrivato quando alcuni di loro hanno opposto resistenza pacifica al tentativo di portare via gli organizzatori Thiago Ávila e Saif Abukeshek, che sono ancora detenuti.

Gli organizzatori della flottiglia hanno detto che 34 partecipanti feriti — fra cui due britannici — sono stati portati in ospedale a Creta, con fratture e altre lesioni. Una persona avrebbe perso conoscenza per diversi minuti, un’altra avrebbe riportato gravi ferite al collo. Diverse persone avrebbero costole e nasi rotti.

Quasi altre 200 persone sarebbero ancora trattenute su autobus dalle autorità greche, il cui governo è accusato di “cooperare pienamente” con Israele.

Durante le 40 ore trascorse a bordo della fregata israeliana, gli attivisti dicono di non aver ricevuto cibo e acqua a sufficienza e di essere stati costretti a dormire sul pavimento, che sarebbe stato più volte allagato deliberatamente. Sessanta partecipanti hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento ricevuto. Gli organizzatori affermano che le imbarcazioni rimaste — solo 22 su 57 sarebbero state intercettate — proseguiranno verso Gaza.

Fortunatamente, come racconta Andrea Sceresini sul manifesto, che era anche membro dell’equipaggio di una delle imbarcazioni, gli attivisti e le attiviste sono stati accolti calorosamente a Creta.

Leggo:

«La Flotilla non si ferma, la Flotilla riparte». È questa la parola d’ordine delle ultime ore, nel centro di Heraklion. Dal pomeriggio del primo maggio il quartier generale del movimento si è trasferito qui. Una comunità di attivisti anarchici ci ha aperto le porte del loro palazzo occupato e delle loro case.

Ci hanno dato cibo, vestiti puliti e letti dove dormire e, come se non bastasse, continuano pure a ringraziarci, abbracciandoci e ripetendoci «efcharistò», grazie.

Ma intanto la Flotilla deve ripartire. L’attacco israeliano ha messo fuori uso ventidue imbarcazioni, alcune però sono state recuperate. Gli organizzatori dicono che l’obiettivo è rimettere in sesto più scafi possibile, riordinare gli equipaggi e continuare la rotta. Altre barche dovrebbero unirsi dalla Grecia e dalla Turchia. Non è chiaro quali saranno i tempi, anche perché oltre quaranta attivisti sono finiti in ospedale e uno è tuttora ricoverato.

Al momento però a destare più preoccupazione sono le condizioni e il futuro incerto dei due attivisti ancora detenuti in Israele: Thiago Ávila e Saif Abukeshek.

Dopo oltre due giorni di navigazione, i due sono arrivati in Israele. Erano stati catturati mercoledì notte insieme ad altre 173 persone, ma non sono stati rilasciati a Creta come gli altri. Le autorità israeliane li hanno trattenuti su una corvetta della marina e poi portati nel carcere di Shikma. Per quarantotto ore nessuno ha avuto loro notizie né ha potuto parlarci.

In cella hanno ricevuto la visita delle rispettive ambasciate e degli avvocati dell’associazione legale israelo-palestinese Adalah. Secondo l’avvocata Lubna Tuma, Ávila sarebbe stato trascinato sull’imbarcazione con il volto a terra e picchiato fino a svenire due volte. Quando lo ha incontrato, racconta, aveva lividi visibili su tutto il corpo e un occhio tumefatto. Dal momento della cattura sarebbe stato tenuto in isolamento, con le mani legate e bendato, e interrogato dallo Shin Bet con l’accusa di essere affiliato a un’organizzazione terroristica.

Un trattamento simile sarebbe stato riservato ad Abukeshek, cittadino spagnolo e svedese nato a Nablus, in Cisgiordania. Anche lui sarebbe stato tenuto legato, bendato e sdraiato a terra, e anche lui accusato dallo Shin Bet di legami con un’organizzazione terroristica. Entrambi sono entrati in sciopero della fame e il tribunale di Ashkelon ha prolungato fino a martedì 5 maggio la loro detenzione. Il ministero degli Esteri spagnolo ha chiesto l’immediata liberazione di Abukeshek, definendo la sua detenzione «illegale».

Il caso, però, ha anche un lato italiano. I due erano partiti da Augusta a bordo della Eros 1, battente bandiera italiana. E da lì, nella notte di mercoledì, sono stati prelevati e portati in Israele. In base al diritto del mare, quindi, i due si trovavano sotto giurisdizione italiana.

Il team legale della Flotilla ha presentato un ricorso urgente contro l’Italia alla Corte europea dei diritti umani. La tesi è che, trovandosi su un’imbarcazione battente bandiera italiana, i due fossero sotto giurisdizione italiana, e che quindi Roma avesse il dovere di adottare tutte le misure possibili per proteggerne i diritti fondamentali. Secondo i legali, le violazioni riguarderebbero il divieto di tortura e il rischio per la vita, soprattutto nel caso di Abukeshek, nato in Palestina.

Insomma, il nostro Paese ha un ruolo attivo, nell’essere rimasto passivo, in questa tremenda vicenda.

Lasciatemi un’ultima considerazione, che è anche il motivo per cui questa vicenda è così importante. Uno potrebbe dire: ok, a Gaza e in Libano continuano a essere uccise centinaia di persone, anche bambini e bambine. Non stiamo dando tutto questo spazio a degli attivisti catturati da Israele solo perché sono occidentali? Non stiamo riproducendo, in fondo, lo stesso doppio standard?

Non posso escludere che ci sia un pezzo di verità in questa obiezione. Però qui c’è un elemento ulteriore, che non rende questi fatti più gravi in assoluto, ma forse più inquietanti: il totale disinteresse per la propria immagine pubblica, il senso di impunità assoluta. Andare a sequestrare imbarcazioni in acque internazionali, lontanissime dalle proprie acque territoriali, per di più battenti bandiera di Paesi alleati, e poi maltrattare o torturare le persone catturate, significa non solo compiere un atto illegale, ma anche essere sicuri che nessuno farà niente per impedirlo.

Venerdì, in Colombia, per la precisione a Santa Marta, si è chiuso quello che alcuni giornali – i pochi che ne hanno parlato a dire il vero, hanno chiamato il primo summit dei “volenterosi” per l’uscita dai combustibili fossili. Un incontro nato dalla frustrazione per le COP, gli incontro ufficiali in seno alle nazioni unite, dove da anni gli Stati petroliferi e i grandi interessi fossili riescono a bloccare qualsiasi discussione davvero concreta su come uscire da carbone, petrolio e gas. 

Il Guardian ha raccontato questo nuovo summit come una specie di piccolo sfondamento diplomatico: quasi 60 paesi hanno sostenuto l’idea di elaborare delle roadmap nazionali, cioè dei piani concreti, paese per paese, per ridurre e poi chiudere la produzione e l’uso dei combustibili fossili. 

Cosa ne è emerso? Diverse cose interessanti. In questo caso non ci sono accordi vincolanti. Non ci sono obblighi, non ci sono scadenze uguali per tutti, non c’è un trattato perché appunto siamo al di fuori dei meccanismi classici delle nazioni unite. Ma il punto è proprio questo: non si aspetta il consenso di tutti per fare qualcosa, chi vuole iniziare a muoversi si muove. 

Al summit mancavano i principali produttori di petrolio e le economie più grandi e inquinanti del pianeta come Cina, India, Usa, Russia, ma c’erano comunque tanti governi di tanti paesi, circa un terzo del pil mondiale rappresentato. E alcuni hanno fatto annunci importanti. In particolare la Colombia, che ha annunciato il suo piano per abbandonare le fonti fossili e soprattutto la Francia. Notizia praticamente passata del tutto inosservata ma la Francia è diventata il primo paese fra le principali economie del Pianeta a presentare una propria roadmap nazionale per uscire dai combustibili fossili. Parigi ha messo nero su bianco un piano che prevede l’uscita dal carbone entro il 2030, dal petrolio entro il 2045 e dal gas fossile entro il 2050 per gli usi energetici.

Di nuovo, è una dichiarazione d’intenti, se la Francia non rispetterà la sua roadmap non le succederà niente, ma tanto non succede niente lo stesso, anche con accordi vincolanti come abbiamo visto. Quindi mi sembra una roba interessante e importante, da celebrare. 

Così come, anche se ne abbiamo già parlato ma voglio risottolinearlo, interessantissima è anche la nascita di un panel di esperti permanente, con sede nell’università di Rio de Janeiro, presieduto da due pesi massimi della scienza climatica come Johan Rockdtrom e Carlos Nobre per aiutare i governi che vogliono seriamente fare la transizione energetica verso le energie rinnovabili.

Quindi per me, bilancio positivo. È già prevista una seconda conferenza, a Tuvalu all’inizio del 2027. 

La scorsa settimana un fatto ulteriore ha scosso i mercati energetici e promette conseguenze importanti soprattutto sul futuro del petrolio. Andiamo sul Guardian, artiolo firmato da Jillian Ambrose:

“Il conflitto in Medio Oriente ha fatto dell’OPEC l’ultima vittima della guerra. L’uscita a sorpresa degli Emirati Arabi Uniti dal cartello petrolifero, annunciata martedì dopo 60 anni, dovrebbe indebolire l’alleanza, che per decenni, sotto la guida dell’Arabia Saudita, ha contribuito ad attenuare la volatilità del mercato petrolifero globale.

Giovedì i prezzi globali del petrolio hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi quattro anni, superando i 126 dollari al barile. Ma mentre la regione fa i conti con il conflitto in corso, una nuova guerra potrebbe essere in preparazione sui mercati petroliferi internazionali, con il rischio di una maggiore volatilità per gli anni a venire”.

Piccola parentesi, l’OPEC, ovvero l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio è l’organizzazione nata negli anni Sessanta che riunisce alcuni grandi produttori di greggio, fra cui Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. È un cartello della produzione del petrolio, che decide artificialmente quando aumentare o ridurre l’offerta di petrolio sul mercato globale, con l’obiettivo di evitare oscillazioni troppo forti dei prezzi.

Ovviamente tutto questo funziona se i Paesi membri rispettano le quote decise insieme. Se ognuno inizia a produrre quanto vuole, il cartello perde forza e il mercato diventa più instabile. 

Per ora, spiega l’articolo, gli effetti di questa novità sono limitati, perché il blocco iraniano dello stretto di Hormuz impedisce agli Emirati di aumentare davvero le esportazioni. Ma quando la guerra finirà e il petrolio tornerà a circolare, potrebbe aprirsi una guerra dei prezzi fra Arabia Saudita (paese leader dell’OPEC) ed Emirati.

Secondo l’analista del Guardian gli Emirati vogliono produrre più petrolio possibile, senza rispettare le quote OPEC. E l’Arabia Saudita potrebbe rispondere duramente, vendendo il proprio petrolio sottoprezzo, soprattutto ai compratori asiatici, per difendere la propria leadership e punire Abu Dhabi. Entrambi i Paesi hanno costi di estrazione molto bassi, quindi possono permettersi di vendere a prezzi ridotti per conquistare quote di mercato.

Il risultato potrebbe essere un mercato molto più instabile: più petrolio in circolazione, prezzi più bassi nel lungo periodo, e conseguenze pesanti per i Paesi produttori più fragili. L’articolo paragona questo scenario ai crolli del prezzo del petrolio degli anni Ottanta, del 2014 e del 2020, quando l’Arabia Saudita aveva già usato l’aumento della produzione come arma geopolitica.

Nel frattempo c’è un altro effetto già all’orizzonte: mentre il Golfo è bloccato dal conflitto, altri produttori come Stati Uniti, Brasile e Guyana potrebbero approfittarne per aumentare la loro quota di mercato. E intanto molti Paesi accelerano i piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, rendendo ancora più incerta la domanda futura di petrolio.

Insomma, si intravede un futuro in cui i prezzi del petrolio sono molto più volatili. Questo potrebbe avere effetti ambivalenti anche sulla transizione energetica. In un primo momento, la competizione fra Arabia e EAU potrebbe portare a prezzi del petrolio molto bassi e questo potrebbe penalizzare le rinnovabili. Al tempo stesso, potrebbe portare nel medio termine i governi a diffidare dal petrolio e farci meno affidamento proprio per via della sua volatilità, e quindi ad accelerare sulla transizione.

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