Gli immensi e interminabili funerali di Ali Khamenei in Iran – 7/7/2026
In Iran è iniziato il funerale di sei giorni per Ali Khamenei; Trump rincara la polemica con Meloni e viene accusato di aver fatto pressioni sulla FIFA per far annullare la squalifica di un giocatore Usa ai Mondiali. Al Santuario Capra Libera Tutti serve aiuto dopo l’incendio.
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Fonti
#Iran
Il Post – Al funerale di Khamenei ci sono tante persone, ma quante?
The New York Times – Khamenei’s Burial Was Delayed, Breaking With Islamic Custom
Il Post – All’ultimo funerale di una Guida Suprema molte cose andarono storte
Il Fatto Quotidiano – Funerali di Khamenei, è il giorno della preghiera a Teheran: presenti i figli dell’ayatollah, ma non l’erede Mojtaba
The New York Times – Will the New Supreme Leader Attend His Father’s Funeral?
#Trump
Il Fatto Quotidiano – Trump e l’ordine restrittivo per Meloni: quando si applica
Fanpage – Trump l’ha umiliato e il Mondiale è falsato, Infantino non può più essere il presidente della Fifa
#Ambiente
Italia che Cambia – Incendio al santuario Capra Libera Tutti: gli animali sono salvi ma serve foraggio. Ecco come aiutare
Capra Libera Tutti – Emergenza Montagna Libera Tutti
Trascrizione episodio
In Iran in questi giorni va in scena uno spettacolo davvero sui generis, ovvero i funerali di Ali Khamenei, l’ex Guida Suprema iraniana ovvero la carica più alta sia politica che religiosa, ucciso a fine febbraio da un bombardamento israeliano. È un vero e proprio evento, una cerimonia gigantesca che dura 6 giorni, oggi è il quarto, e a cui partecipano migliaia, più probabilmente milioni di persone.
Prima di addentrarci su questa sorta di evento di massa, forse vi starete chiedendo: ma se Khamenei è stato ucciso il primo giorno di guerra, a febbraio, com’è che il funerale viene fatto 6 mesi dopo?
Allora, non c’è una spiegazione ufficiale, inizialmente i funerali dovevano svolgersi a marzo, ma poi sono stati rimandati ufficialmente per questioni logistiche, dato che il regime prevedeva un’affluenza mai vista. Probabilmente c’entra il fatto che Khamenei è morto il 28 febbraio, nel primo giorno di un conflitto che poi è andato avanti per settimane tra Iran, Stati Uniti e Israele, e quindi capite che con bombardamenti costanti era semplicemente impensabile organizzare un evento di massa del genere. Mohammad Ali Abtahi, un chierico sciita ed ex vicepresidente riformista iraniano, lo ha confermato ufficiosamente al NYT. Quindi si è aspettato che la situazione si normalizzasse almeno parzialmente.
Pensate che in un contesto molto diverso, più tranquillo diciamo, e per una cerimonia comunque minore rispetto a questa, ovvero il funerale del generale Soleimani nel 2020 morirono almeno 56 persone nella calca, quindi immaginate organizzare qualcosa di dieci volte più grande in un momento di massima tensione con Israele e Usa.
Quindi la salma è stata conservata, probabilmente in delle celle frigorifere, e i funerali – forse cogliendo a quel punto l’occasione per lanciare un messaggio agli Usa – sono iniziati il 4 luglio, giorno dell’indipendenza degli Stati Uniti, come a voler rubare la scena ai festeggiamenti di Trump, visto che l’uccisione di Khamenei è stata frutto dell’operazione militare congiunta Usa-Israele.
Detto ciò, è comunque una cosa strana. Come ricostruisce Erika Solomon sul New York Times, la sepoltura ritardata di Khamenei non è solo insolita per motivi organizzativi, è proprio una rottura con la tradizione islamica.
Secondo la prassi islamica, il corpo di un defunto va lavato ritualmente e sepolto il prima possibile, idealmente entro 24 ore. Il regime iraniano invece ha ammesso di aver conservato la salma di Khamenei — insieme a quella di alcuni familiari — per quattro mesi. Non è vietato esplicitamente dall’Islam, ma gli studiosi religiosi lo considerano generalmente irrispettoso verso la dignità del defunto, e servirebbe una giustificazione forte. Lo stesso Khamenei, tra l’altro, in vita aveva sostenuto questa posizione nella sua giurisprudenza religiosa.
Né il governo iraniano né la cerchia ristretta di Khamenei hanno mai dato una spiegazione ufficiale. E questo silenzio ha scatenato voci sui social, con alcuni iraniani che sospettano che sia già stato sepolto in segreto, e che la bara portata in processione per le strade di Teheran sia vuota. Una versione prontamente smentita dal regime.
Ma quindi, quanta gente c’era? Il Post ha provato a fare qualche stima, per capire l’ordine di grandezza: “È difficile anche solo stimare quante persone siano arrivate finora per vedere la sua bara, che è esposta in una teca di vetro nella Grande Moschea della città, dove per tutto il giorno ci sono state cerimonie e preghiere.
Il regime ha stimato fino a 15 milioni di partecipanti, e l’agenzia di stato Tasnim ha detto che da sabato mattina a domenica sono stati registrati 7 milioni di accessi alla metropolitana di Teheran, che è il mezzo fortemente raccomandato per raggiungere la Grande Moschea in questi giorni di grande affollamento.
Probabilmente – scrive il Post – sono numeri gonfiati, dato che il funerale ha soprattutto scopi politici: serve sia a mostrare forza e unità nei negoziati con gli Stati Uniti, sia a rafforzare il consenso attorno alla Repubblica islamica, trasformando Khamenei in un martire della resistenza”.
Un altro mistero, che continua ad infittirsi è quello relativo alla nuova guida suprema e figlio di Ali, Mojtaba Khamenei. Anche qui, le autorità dicono per motivi di sicurezza, ma in questi mesi lui non si è mai fatto vedere in pubblico, e si è speculato parecchio sulle sue condizioni di salute, incluso il sospetto che sia rimasto ferito in un bombardamento.
Secondo quello che sappiamo dalle fonti ufficiali, molto parsimoniose di notizie, Mojtaba è nascosto in un bunker dall’inizio della guerra, e i contatti con lui sono estremamente limitati. Secondo due membri dei Guardiani della Rivoluzione, che hanno parlato in forma anonima con un’altra giornalista del NYT, Farnaz Fassihi, il timore principale è che Israele possa sfruttare una sua apparizione pubblica per tentare un attentato o per risalire al nascondiglio. Per questo il suo team di sicurezza avrebbe bocciato l’idea di una sua presenza al funerale.
Mojtaba non si era presentato nemmeno alla cerimonia commemorativa per sua moglie, Zahra Hadad-Adel, morta insieme al figlio adolescente della coppia e ad altri familiari nello stesso attacco che ha ucciso Ali Khamenei. e in effetti per ora non lo ha fatto, anche se secondo le fonti dei Guardiani della Rivoluzione, Mojtaba avrebbe espresso il desiderio di partecipare almeno a una parte delle cerimonie, in particolare alla sepoltura del 9 luglio a Mashhad, per recitare lui stesso la preghiera dei morti sul padre.
Comunque, il funerale è caratterizzato, per quello che ci dicono le immagini, da una fiumana impressionante di gente e di messaggi minacciosi verso gli Usa.
È una dimostrazione di forza e coesione del regime, che sembra voler mostrare al mondo che la guerra degli Usa li ha solo rafforzato. C’è di mezzo molta propaganda, ovviamentre, però all’apparenza almeno in parte è così.
Non solo è sopravvissuto a un attacco con cui Trump prometteva di abbatterlo, ma adesso ha una nuova guida suprema ancora più estrema, a cui peraltro sono stati uccisi moglie e figlio, per cui ecco, magari sarei diventato estremista pure io; ha mostrato al mondo di poterlo tenere in scacco chiudendo lo stretto di Hormuz, ha stretto un accordo per il cessate il fuoco super favorevole, e ha anche potuto aumentare ancora di più il controllo e la repressione interna e una buona parte della popolazione ha visto l’attacco come un’aggressione alla nazione più che come una liberazione, come ha provato a presentarla con pochissima convinzione Trump all’inizio.
Il funerale, comunque, non finisce qui. Lunedì c’è una processione solenne a Teheran, poi la salma verrà portata a Qom, e poi in Iraq, a Najaf e Karbala, dove c’è una grande comunità sciita — un modo, per il regime, di mostrare che l’Iran mantiene ancora un’influenza regionale come potenza sciita. Alla fine tornerà in Iran, per essere sepolta a Mashhad, la città dove Khamenei era nato nel 1939.
Nel fine settimana sono successe due cose piuttosto gravi che riguardano Donald Trump. La prima è che dopo le schermaglie che c’erano state fra lui e Meloni, che sembravano essersi concluse, Trump è tornato all’attacco.
Nella notte tra domenica e lunedì Trump ha rincarato la dose postando su Truth un meme con la foto di Meloni che lo guarda in una posa che sembra adorante, accompagnato dalla scritta “Restraining order needed” — cioè “serve un ordine restrittivo”, ovvero il provvedimento che un giudice emette nei casi di stalking o molestie.
Un messaggio che arriva proprio nei giorni dell’apertura del vertice NATO ad Ankara, quindi il tempismo non è casuale. Al di là dello sfottò machista — che secondo diversi commentatori riduce ancora una volta una leader donna a uno stereotipo sentimentale — la cosa più interessante è che questo scontro sta di fatto spingendo Meloni, da sempre presentata come ponte tra Trump e l’Europa, ad avvicinarsi a Bruxelles, con possibili ricadute sui rapporti tra le destre di Usa ed Europa.
La seconda storia è ancora più assurda. Parliamo di Mondiali di calcio. In vista degli ottavi di finale fra Usa e Belgio, l’attaccante americano Folarin Balogun doveva essere assente per squalifica avendo preso un cartellino rosso diretto contro la Bosnia, con squalifica automatica per la partita successiva contro il Belgio. Trump però ha detto candidamente di aver chiamato personalmente il presidente della FIFA Gianni Infantino per chiedergli di rivedere la sanzione — la telefonata è avvenuta lo stesso giorno dell’espulsione, secondo fonti citate dall’AFP e dal New York Times. Nel giro di pochi giorni la FIFA ha sospeso la squalifica invocando un articolo del proprio codice disciplinare, la prima volta dal 1962 che succede qualcosa del genere ai Mondiali. Trump ha ovviamente esultato su Truth Social ringraziando la FIFA per aver “corretto una grande ingiustizia”. Nel senso che, la cosa ha scatenato un putiferio: la federazione belga si è detta “sbigottita”, la UEFA ha parlato di “decisione senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile”, e la Germania ha chiesto a Infantino di chiarire pubblicamente se ci sia stato traffico di influenze. Il tutto si inserisce in un rapporto già molto stretto tra i due — Infantino aveva persino consegnato a Trump il primo “FIFA Peace Prize” a dicembre — che fa discutere anche perché fu proprio l’FBI, negli Stati Uniti, a far esplodere il grande scandalo di corruzione della FIFA nel 2015.
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