Italia divisa fra grandinate giganti e incendi: le due facce della crisi climatica – 23/7/2026
Grandine e incendi devastano l’Italia tra crisi climatica ed emergenze locali; l’Unione Europea discute Chat Control 2.0, la sorveglianza AI sui messaggi crittografati; due modelli di OpenAI superano l’ambiente isolato di un test e violano i sistemi di Hugging Face.
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Fonti
#Maltempo
Il Fatto Quotidiano – Grandinata a San Benedetto del Tronto: 60 feriti in pronto soccorso. Danni a centinaia di auto
Rai News – La Sicilia nella morsa del fuoco: decine di roghi in tutta l’isola
#ChatControl
Agenda Digitale – Chat Control 2.0: cosa cambia per messaggi e verifica dell’età
#OpenAIHuggingFace
Il Post – Quanto possiamo fidarci delle AI che fanno da sole?
Hugging Face – Security incident disclosure — July 2026
#Acciughe
Entangled – El Niño, le acciughe peruviane e il prezzo del pesce
Trascrizione episodio
Fuoco e ghiaccio. Sono gli elementi che stanno caratterizzando il meteo degli ultimi giorni in Italia. E non in senso figurato, per dire che da qualche parte fa freddo e da qualche altra fa caldo, ma proprio in senso letterale, perché c’è un pezzo di Paese che continua a bruciare e uno che è stato riempito di ghiaccio sotto forma di violente grandinate.
Partiamo da queste ultime. La grandine ha sferzato soprattutto il versante adriatico, e in particolar modo il ferrarese, danneggiando vetri, finestre, pannelli solari, auto.
Leggo sul Fatto Quotidiano: “Chi circolava sull’autostrada A13 ha vissuto cinque minuti di terrore: gli automobilisti sono stati costretti a fermarsi, letteralmente bombardati da chicchi di grandine “grossi quasi come un pugno” che hanno distrutto i vetri delle auto, ferendo alcuni dei conducenti a bordo”.
“Ci trovavamo verso Padova, all’improvviso è diventato tutto nero, si è alzato il vento ma si riusciva ancora a camminare, poi è arrivata la grandine e mi ha sfondato tutto”, spiega uno di loro nel video. “Mi sono coperto la faccia, per fortuna è finito tutto in cinque minuti, ma lo spavento è stato tanto”. Un altro automobilista racconta di essersi accucciato per non farsi colpire da “uno di quei sassi”, ma che “i vetri sono schizzati dappertutto“.
Fenomeni come questo possono spaventare e sembrare assurdi e anomali, tant’è che spesso sono accompagnati da un alone di teorie cospirazioniste. Com’è possibile che fino a poco fa ci fosse il sole a 40 gradi e poi improvvisamente vengano giù robe di questo tipo?
In realtà, come spiegano i climatologi, i due fenomeni sono strettamente connessi, sono le due facce della crisi climatica. Tant’è che questa alternanza di caldo estremo e temporali violenti è qualcosa a cui dobbiamo abituarci. Succede infatti che le temperature molto elevate accumulino molta energia, sotto forma di vapore acqueo in atmosfera. L’atmosfera calda è come una spugna capace di assorbire molta più umidità, che poi si riversa violentemente a terra.
Temporali come quelli che si sono verificati nel modenese, in particolare, si chiamano supercelle. Sono una roba nuova alle nostre latitudini. In una supercella c’è una fortissima corrente ascensionale, che va verso l’alto e ruota su se stessa come un ciclone. Proprio questa corrente d’aria fortissima è il motivo della grandine così grossa.
La grandine infatti si forma quando delle gocce d’acqua, dentro un temporale, vengono spinte da una corrente ascensionale verso l’alto, in quota, dove le temperature sono sotto zero anche se è piena estate. Lì l’acqua forma un piccolo nucleo di ghiaccio.
Quel nucleo, però, non cade subito. Rimane sospeso dentro la nuvola, trasportato su e giù dalle correnti d’aria, e continua ad agglomerare nuove goccioline, nuovi strati. È un po’ come una pallina di neve che rotola e si ingrossa.
Il chicco continua a crescere finché la corrente ascensionale riesce a sostenerne il peso. Quando diventa troppo pesante, cade. Quindi capite che più è forte la spinta dell’aria verso l’alto, più diventano grossi i chicchi di grandine quando alla fine cadono giù.
Iniziare a capire questi fenomeni e come mettersi al sicuro è un pezzo importante di adattamento climatico.
Quindi ecco, purtroppo non c’entrano le scie chimiche. Dico purtroppo perché sarebbe molto più semplice, basterebbe tirar giù qualche aereo e tutto risolto. Invece ci tocca cambiare nel profondo le nostre società, decarbonizzare, cambiare modo con cui produciamo energia, ridurre i consumi, riscoprire il senso della voita e chissà magari essere persino più felici.
Va bene, torniamo coi piedi per terra. Dicevo che oltre alle grandinate ci sono anche gli incendi. Che attualmente sono concentrati soprattutto in Sicilia, una delle regioni dove ogni anno questo problema è più serio. Nella sola giornata di ieri sono stati fatti oltre 200 interventi in tutta la regione, che si sommano al centinaio di martedì. Sono andate distrutte coltivazioni, sono state danneggiate aziende ed evacuate oltre un centinaio di persone dalle loro case.
Per quanto riguarda gli incendi, la questione se volete è ancora più complessa perché i fattori climatici si mescolano e si sommano con quelli umano, sia nel crearli, sia nel provare a contrastarli. Ho chiesto un commento a Elisa Cutuli, giornalista di Sicilia che Cambia.
Contributo disponibile nel podcast
Ogni volta che mandate un messaggio su WhatsApp, o su qualsiasi caltra app di messaggistica crittografata, oggi, succede questo: il messaggio viene chiuso dentro quella che potremmo immaginare come una scatola di cui solo chi lo riceve possiede la chiave. Chiunque lo intercetti mentre viaggia, un hacker, un governo, un’azienda, la stessa Meta, si ritrova tra le mani una scatola chiusa che non può aprire. È la cosiddetta crittografia end-to-end, uno dei pilastri della privacy digitale così come la conosciamo.
Da dopo l’estate, però, le cose potrebbero cambiare: prima ancora che il vostro messaggio finisca dentro quella scatola, un software installato sul vostro telefono potrebbe leggerlo, e un’intelligenza artificiale potrebbe decidere se è sospetto oppure no. Se lo giudica pulito, parte come sempre. Se lo giudica sospetto, lo blocca, ti impedisce di inviarlo, e lo manda a un revisore umano.
Si chiama Chat Control 2.0, ed è una storia che vi consiglio di seguire con attenzione, perché cambierebbe il modo in cui comunichiamo tutti quanti, ma se ne parla pochissimo. La racconta la newsletter The Feed, di Factanza.
Facciamo un passo indietro per capire da dove arriva. Il 9 luglio 2026 il Parlamento Europeo ha approvato la proroga di Chat Control, la versione attualmente in vigore, che permette alle piattaforme di monitorare i messaggi non crittografati, quindi perlopiù mail e chat non protette, per individuare materiale pedopornografico già noto alle autorità.
Provo a spiegarvi come funziona il meccanismo, senza entrare troppo nel tecnico. Quando le forze dell’ordine, in un’indagine, trovano un’immagine o un video di abuso su minori, quel file viene analizzato e gli viene assegnato un codice alfanumerico unico, calcolato sul contenuto del file stesso. Questo codice finisce dentro database condivisi a livello internazionale, che raccolgono milioni di queste impronte.
A quel punto, quando una piattaforma scansiona i messaggi non crittografati, non è che “guarda” davvero il contenuto delle vostre foto o legge cosa scrivete. Il sistema calcola l’impronta digitale del file che state per inviare e la confronta con quelle già presenti nel database. Se combaciano, scatta la segnalazione.
Quindi la versione attuale del Chat Control è “relativamente contenuta”. Dopo l’estate, però, il parlamento discuterà la versione 2.0. E lì cambia tutto: il controllo si estenderebbe anche ai messaggi crittografati, quelli di WhatsApp per intenderci, e soprattutto non cercherebbe più solo contenuti già noti, ma userebbe l’AI per scovare autonomamente materiale illecito nuovo.
È una roba potenzialmente grossa. Il punto è che da una parte è vero che la crittografia è ciò che oggi rende impossibile alle autorità intercettare chi organizza traffici illegali o scambia materiale pedopornografico dentro quelle chat.
Quindi l’idea di Chat control 2.0 è provare a intercettare subito questo scambi e traffici illeciti, e visto che è considerato troppo rischioso (e anche troppo lungo) affidare questo compito a degli umani, lo si fa fare all’intelligenza artificiale.
Questo però, secondo molti non risolve il problema. Anzi. Tant’è che centinaia di ricercatori hanno firmato una lettera che definisce la legge “un pericolo per la democrazia” — individuando tre punti critici distinti.
Il primo è l’errore. Le AI sbagliano, anche abbastanza spesso. E con circa 10 miliardi di messaggi che circolano ogni giorno in Europa, anche un margine di errore minimo produrrebbe milioni di segnalazioni sbagliate al giorno. Già oggi, con il sistema attuale, che cerca solo contenuti già noti nei messaggi non crittografati, tra il 50 e l’80% delle segnalazioni si rivela un falso positivo: foto innocenti, tipo quella che un genitore manda al pediatra, finite comunque sotto gli occhi di un revisore umano.
Il secondo problema è più strutturale, e forse è quello più preoccupante. Nel senso che, per far funzionare questo sistema, bisogna creare una falla dentro l’architettura stessa dei nostri dispositivi. Una cosiddetta backdoor, una porta sul retro. E una porta sul retro, una volta costruita, non resta necessariamente riservata all’uso per cui è nata. Oggi serve a cercare pedopornografia. Domani potrebbe servire a cercare materiale coperto da copyright, simboli politici, oppositori di un governo. Ed è un rischio che cambia completamente scala se pensiamo a paesi che non sono democrazie. Dato che le grandi aziende tendono a mantenere un solo sistema per tutto il mondo quella stessa backdoor pensata per l’Europa rischia di trasformare 2 miliardi di dispositivi WhatsApp nel mondo in potenziali microspie. E poi potremmo leggere anche queste norme in Europa come un rischio di scivolare in nuovi autoritarismi.
Il terzo problema riguarda l’efficacia. Molti sostengono che i criminali, semplicemente, si sposterebbero su altre piattaforme fuori dalla giurisdizione europea. E quindi a restare esposti alla sorveglianza di massa sarebbero soprattutto i cittadini comuni, senza un beneficio reale sul fronte della sicurezza.
Quindi, ecco, sebbene il tema di fondo, ovvero combattere gli abusi sui minori online, sia importantissimo, è probabile che lo strumento scelto offra più rischi che benefici, perlomeno per la popolazione. Ricordiamocelo, a settembre, quando se ne parlerà in Parlamento Ue.
Dicevamo prima che far controllare i nostri messaggi alle AI sarebbe più sicuro che farlo fare a degli esseri umani, e violerebbe meno la privacy. Probabilmente è così. Probabilmente. La verità è che non sappiamo molto di come funzionano le AI: Possiamo osservare i loro comportamenti, ma non sappiamo in base a quali meccanismi esatti forniscano certe risposte o compiano certe azioni. Non abbiamo idea di quali direzioni possano prendere, né perché lo facciano.
Faccio tutto questo preambolo non a caso. Leggo sul Post, l’articolo si chiama “Quanto dobbiamo fidarci delle AI che fanno da sole?”:
“Nei giorni scorsi si è verificato uno dei casi più sorprendenti di comportamento autonomo osservato in un sistema di intelligenza artificiale negli ultimi tempi. Mentre stavano eseguendo un test di sicurezza informatica, due modelli di intelligenza artificiale di OpenAI hanno attaccato i sistemi di Hugging Face, una delle piattaforme più usate da chi sviluppa le AI. I modelli avrebbero dovuto lavorare in un ambiente isolato, ma sono riusciti a superarlo trovando un modo per accedere a Internet e infine alla piattaforma”.
In pratica gli sviluppatori di OpenAI stavano organizzando un test chiamato ExploitGym, pensato per misurare quanto due loro modelli fossero bravi a eseguire attacchi informatici complessi. Sono cose che le aziende high tech fanno abitualmente in quelle che vengono chiamate strategie di sicurezza offensiva.
Per fare questo test in sicurezza, i due modelli erano stati chiusi dentro quello che si chiama una sandbox: un recinto digitale pensato apposta per impedire a un programma di interagire liberamente col resto del mondo.
Solo che secondo la ricostruzione di OpenAI, i modelli hanno trovato una vulnerabilità mai vista prima proprio dentro il software che li teneva isolati, e l’hanno usata per superare il recinto e arrivare su internet.
A quel punto, i modelli non è che hanno “deciso” malevolmente di attaccare Hugging Face. Hanno semplicemente continuato a cercare una soluzione al compito che gli era stato assegnato e, cercando online, hanno concluso che fosse molto probabile che Hugging Face avesse le informazioni utili per farlo. Una volta individuato il bersaglio, hanno messo insieme credenziali di accesso rubate trovate online e altre vulnerabilità dei sistemi della piattaforma, riuscendo a entrare nei computer dell’azienda e a eseguire codice al loro interno. I responsabili della sicurezza di Hugging Face si sono accorti del problema solo dopo, notando un’attività anomala: più di 17mila eventi generati dai tentativi automatici dei modelli di forzare le protezioni della piattaforma.
Questo processo è un esempio di quello che gli esperti chiamano “disallineamento” — misalignment, in inglese. I modelli non hanno preso coscienza di sé, non hanno sviluppato un desiderio di libertà o di ribellione contro chi li ha creati. Semplicemente hanno trovato, in totale autonomia, il modo più efficace per raggiungere l’obiettivo. Solo che quel modo non era quello che gli sviluppatori avevano immaginato, e comportava violare i sistemi di un’altra azienda.
Insomma, questa storia ci insegna che l’IA può essere molto rischiosa per la sicurezza anche senza tirare in ballo ipotetiche rivolte delle macchine. E che forse dovremo rifletterci prima di affidarle compiti delicati e sensibili.
In chiusura vi segnalo che ieri è uscita la nuova puntata di Entangled tutto è connesso. In Perù decine di pescherecci industriali stanno ormeggiati in porto per via di un divieto a tempo indeterminato imposto dal governo sulla pesca all’acciuga.
Dietro allo stop c’è El Niño, che quest’anno si preannuncia particolarmente forte. Si tratta di un fenomeno climatico che i pescatori peruviani osservano e raccontano da secoli, molto prima che la scienza ne capisse il funzionamento. Sulle coset peruviane del Pacifico le acque si scaldano, i nutrienti che alimentano il plancton restano bloccati in profondità, le acciughe adulte inseguono il cibo scendendo dove le reti non arrivano, e in superficie restano soprattutto quelle giovani, che, se pescate, comprometterebbero il futuro dell’intera popolazione.
Il Perù pesca quasi il 40% delle acciughe di tutto il mondo, e le trasforma quasi interamente in farina di pesce: l’ingrediente base dei mangimi con cui vengono nutriti salmoni, gamberi, spigole e orate allevati in ogni angolo del pianeta.
Da qui la storia si allarga agli allevamenti globali di pesce, alla Cina (che da sola importa quasi metà della farina di pesce peruviana), e alle nostre abitudini alimentari. Perché con meno pesce allevato nei supermercati, e a prezzi più alti, una fetta di popolazione globale dovrà scegliere altre fonti proteiche. Integratori, carne, insetti, legumi?
Da quale sarà l’alternativa che prevarrà dipenderanno, a loro volta, altri cambiamenti e riassestamenti del sistema.
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