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8 Settembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Il problema degli incendi nelle torbiere in Indonesia – 8/9/2026

In Indonesia gli incendi nelle torbiere continuano a peggiorare; l’ONU approva una mozione per adottare una mappa del mondo più fedele; a Livorno proteste contro la vendita e cementificazione degli Orti Urbani; in Svizzera si vota per aumentare l’autosufficienza alimentare.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Con l’estate che volge al termine e le ondate di calore estremo che, sebbene le temperature restino abbondantemente sopra la media, sono comunque inevitabilmente attenuate almeno in Europa, non si parla più granché di incendi. La stagione degli incendi si quest’anno è stata devastante e ci sta anche che le persone vogliano pensare ad altro una volta passato il peggio. Tuttavia c’è una zona del mondo in particolare dove gli incendi non solo non sono finiti ma anzi stanno peggiorando. E credo sia importante parlarne. 

Sto parlando dell’Indonesia, dove da qualche mese si registrano incendi molto gravi, che si sono intensificati soprattutto ad agosto, tanto da diventare i peggiori registrati nel paese negli ultimi dieci anni. In alcune regioni il fumo è diventato talmente denso che oltre 50mila persone — di cui più di 10mila bambini — hanno avuto problemi respiratori. E sono già andati in fumo più di 2mila chilometri quadrati fra foreste e torbiere tropicali, cioè una superficie più grande del comune di Roma.

Il precedente più drammatico nella storia recente del paese è quello del 2015, quando bruciarono oltre 25mila chilometri quadrati, più o meno quanto l’intera Sicilia. Siamo ancora lontani da quella cifra, ma il problema è che secondo gli esperti il momento più critico deve ancora arrivare: la fase peggiore è prevista proprio in questo mese di settembre, con conseguenze che potrebbero protrarsi fino a ottobre e novembre.

A dire il vero, come racconta un articolo del Post, gli incendi non riguardano solo l’Indonesia: in queste settimane hanno colpito anche Malaysia, Filippine, Brunei e Singapore. È un’area del mondo in cui gli incendi, purtroppo, sono una costante quasi annuale, perché la stagione secca — che va da maggio fino al picco di agosto-settembre — li rende strutturalmente più probabili. Quest’anno però la situazione è aggravata da El Niño, cioè quella particolare configurazioni di correnti che quando si attivano rendono il clima ancora più caldo e secco del solito. Che quest’anno è particolarmente forte, si parla di Super el Nino.

Come al solito però, quando parliamo di incendi, la crisi climatica è sempre o quasi un’aggravante. Non è quasi mai la causa primaria. Mi spiego: non è che un incendio scoppia a causa del cambiamento climatico. Ma il cambiamento climatico crea le precondizioni perché ne scoppino sempre di più, e più difficili da contenere. Lo stesso vale per El Niño, che da solo non basterebbe a spiegare incendi di questa portata. Se in Italia spesso il fattore scatenante è il dolo umano, in Indonesia il principale fattore scatenante è la cattiva gestione — e in molti casi la distruzione illegale — delle torbiere. 

Le torbiere sono ecosistemi umidi importsantissimi. Sono queste zone umide — simili a delle paludi o acquitrini — dove per migliaia di anni piante e materiale vegetale sono morti e si sono accumulati sul fondo senza decomporsi del tutto, perché l’acqua impedisce all’ossigeno di arrivare e quindi rallenta la decomposizione. Questo accumulo di resti vegetali parzialmente decomposti forma uno strato spugnoso e scuro che si chiama appunto torba, e che può essere spesso anche diversi metri.

Proprio perché quella materia organica non si decompone del tutto, il carbonio che le piante avevano assorbito nel corso della loro vita resta “intrappolato” lì dentro invece di tornare in atmosfera. Per questo le torbiere, anche se coprono una piccola percentuale della superficie terrestre, immagazzinano una quantità enorme di carbonio — più di quanto ne immagazzinino tutte le foreste del mondo messe insieme. E quindi sono fondamentali nella lotta alla crisi climatica.

Ora, le torbiere proprio perché sono umide, in condizioni normali, non bruciano. Il problema è che negli ultimi decenni molte torbiere indonesiane sono state drenate artificialmente, cioè sono stati scavati canali per far defluire l’acqua, proprio per poterle poi disboscare e convertire in piantagioni (soprattutto di palma da olio). Una volta prosciugate, la torba si secca e diventa altamente infiammabile — di fatto si comporta quasi come un combustibile fossile in superficie. 

Quando il fuoco penetra nel terreno, non si spegne come un incendio normale: cova sotto la cenere per settimane, a volte mesi, rilasciando nel frattempo nuvole di metano, monossido di carbonio, ozono e persino gas come il cianuro di ammonio. È per questo che gli incendi delle torbiere sono così insidiosi e difficili da spegnere, al punto che la NASA li ha definiti, il “predatore alfa” fra tutti i tipi di incendio. E l’Indonesia, giusto per dare la misura del problema, custodisce il 36% delle torbiere tropicali di tutto il mondo.

A questo, appunto, si aggiunge la stagione secca, resa ancora più intensa quest’anno da El Niño, che asciuga ulteriormente quello che rimane di umidità. E a questo si aggiunge un ulteriore elemento umano diretto: la pratica di dar fuoco ai campi per “pulirli” in vista di nuove coltivazioni, che appunto rischia di generare incendi che nelle torbiere già prosciugate possono propagarsi in modo incontrollato. 

Il problema si aggrava quando a farlo sono le grandi aziende, perché tutto il processo avviene su più larga scala e il rischio di perdere il controllo del fuoco è molto più alto. Non a caso il ministro delle Foreste indonesiano ha dichiarato a inizio settembre che la maggior parte degli incendi nelle regioni del Kalimantan e di Sumatra — fra le più colpite del paese — è stata quasi certamente appiccata deliberatamente. Ed è per questo che il ministero dell’Ambiente sta indagando su decine di aziende.

Di incendi comunque continueremo a parlare nei prossimi mesi, perché è forse più importante e utile parlare di prevenzione quando le cose attorno a noi non stanno bruciando.

Allora, cambio completamente argomento, perché questa è una di quelle notizie che sembra piccola ma in realtà ci dice molto su come guardiamo al mondo.

Venerdì scorso l’assemblea generale dell’ONU ha approvato, a larghissima maggioranza, una mozione per cambiare il tipo di mappa del mondo che usiamo di solito. 

La mappa del mondo che tutti abbiamo in testa — quella che si trova nei planisferi fisici ma anche su Google Maps — si basa su una proiezione cartografica che si chiama “di Mercatore”, dal nome del cartografo fiammingo che la ideò nel Cinquecento. Il problema è che rappresentare la sfera terrestre, come qualsiasi altra sfera, su una superficie piatta è, semplicemente, impossibile senza deformarla completamente. E quella di Mercatore, nello specifico, deforma le superfici man mano che ci si allontana dall’equatore. Le ingrandisce.

Succede quindi che l’Europa e il Nordamerica appaiono molto più grandi di quanto siano nella realtà, mentre la Groenlandia sembra grande quasi quanto l’Africa, quando in realtà l’Africa è 14 volte più grande della Groenlandia. In particolare, uno dei nodi più critici rispetto a questo tipo di cartina, è che il nostro cervello associa la grandezza fisica di qualocsa alla sua rilevanza, e quindi vedere l’Europa e l’America del Nord così gigantesche e l’Africa molto più piccola, in proporzione, rafforza un senso di importanza e supremazia di alcuni paesi rispetto ad altri. 

Ora, direte voi: ma se è così imprecisa, così smaccatamente sbagliata, perché continuiamo a usarla? La prima ragione per cui questa proiezione si è imposta nei secoli è che anche se non è visivamente accurata è molto funzionale: Mercatore la ideò perché era comodissima per la navigazione e permetteva di tracciare rotte con la bussola mantenendo angoli costanti. Poi, ci aggiungo io, credo che la dimensione geopolitica non sia stato un fattore irrilevante, nel senso che sono convinti che se ad essere sottorappresentati fossero stati i Paesi più ricchi e potenti, tipo gli Usa, l’avremmo cambiata decenni fa. Ma essendo che i paesi ricchi e potenti erano sovradimensionati, allora andava bene così.

Negli anni però le voci che criticavano la mappa di Mercadore sono aumentate. E così arriviamo alla mozione approvata all’ONU. Cosa propone? Di adottare una proiezione alternativa chiamata “Equal Earth”, inventata nel 2018 proprio per mantenere le proporzioni reali fra le superfici, con un aspetto dei continenti che resta comunque familiare e gradevole. La mozione era stata presentata dal Togo, con il sostegno dell’Unione Africana, che già nel 2025 aveva promosso l’introduzione di questa mappa nelle scuole di tutti i paesi membri.

Il voto in realtà è stato quasi plebiscitario: 164 sì, 6 astenuti, e un solo voto contrario — indovinate di chi? Già, quello degli Stati Uniti, che hanno dichiarato che la mozione promuoverebbe posizioni ideologiche e distrarrebbe dai “reali” ostacoli alla pace internazionale.

Ora, una mozione dell’assemblea generale non è vincolante, quindi non cambierà le mappe da un giorno all’altro. E in alcune applicazioni l’utilizzo di mercadore resterà semplicemente perché è più comodo. Ma è comunque un segnale. Ad esempio Togo ha già annunciato un evento a Lomé, in collaborazione con l’UNESCO e alcune aziende tecnologiche fra cui Google, per iniziare a pianificare l’attuazione, e ha detto che modificherà i libri di testo scolastici entro fine anno. Chissà, magari fra qualche anno lo vedremo anche nelle nostre scuole. 

Torniamo in Italia perché voglio parlarvi di una storia particolare: quella degli Orti Urbani di Livorno.

A Livorno – racconta l’Indipendente – c’è un’area di 6 ettari che negli ultimi 14 anni è stata autogestita dalla cittadinanza: uno spazio che era stato recuperato dal degrado e dall’abbandono e trasformato in un’oasi verde a disposizione di tutti, gli Orti Urbani. Il problema è che il 30 luglio di quest’anno quell’area è stata venduta all’asta — per un milione e duecentomila euro — a un imprenditore livornese, Stefano Frangerini. E il tribunale ha dato 120 giorni di tempo per consegnare il terreno “libero da persone e cose”, il che significa, in pratica, sgombero in vista nelle prossime settimane.

Le persone però non ci stanno e Sabato 5 giugno più di duemila persone hanno partecipato a Livorno a una manifestazione nazionale contro la cementificazione e il consumo di suolo, organizzata proprio dal comitato degli Orti Urbani ma sostenuta da comitati e associazioni arrivati da varie regioni d’Italia. 

L’ultimo tassello è che il 4 settembre gli attivisti hanno lanciato una campagna chiamata “Controllo Popolare in tutti i Cantieri”, con tre blitz simultanei nei cantieri della ditta Frangerini. In due di questi, gli operai sono stati trovati a lavorare all’aperto alle tre del pomeriggio, nonostante un’ordinanza regionale che, nelle giornate di massima allerta caldo, vieta il lavoro all’esterno dalle 12:30 alle 16 — e quel giorno era segnalato come “bollino rosso”. Gli attivisti hanno anche fatto notare che, a fronte di numerosi lavoratori visti nei cantieri, risultano assunti regolarmente solo 27 operai: gli altri sarebbero inquadrati tramite appalti esterni, un meccanismo che spesso serve proprio a scaricare su altri soggetti le responsabilità sulla sicurezza.

Insomma, la vicenda degli Orti Urbani di Livorno non è affatto chiusa, e ci saranno probabilmente altri sviluppi nelle prossime settimane. Ma è anche uno dei tanti casi che, a livello locale, raccontano qualcosa di più ampio: perché in tutta Italia si sta consolidando una rete di comitati che porta le proprie battaglie territoriali su un piano nazionale, attorno a un tema che immagino sentiremo sempre più spesso — quello della cementificazione e del consumo di suolo pubblico.

Ultima notizia del giorno, andiamo in Svizzera. Perché il 27 settembre in Svizzera si vota su un referendum molto interessante. Si chiama “Iniziativa sull’alimentazione”, ed è una proposta che punta a portare l’autosufficienza alimentare del paese almeno al 70% entro dieci anni. Ecco, considerate che oggi la Svizzera produce meno della metà di quello che consuma: quindi stiamo parlando di un salto piuttosto ambizioso.

La proposta si articola così: prima di tutto, aumentare la produzione e il consumo di alimenti vegetali rispetto a quelli di origine animale. Poi tutelare la fertilità del suolo, la biodiversità e l’acqua potabile. E infine ridurre l’impatto di fertilizzanti e prodotti fitosanitari, cioè i pesticidi.

Il punto di partenza dei promotori infatti è che la resilienza e sovranità alimentare non è solo una questione di “quanto cibo produciamo”, ma di come lo produciamo, e con quali conseguenze sull’ecosistema che lo rende possibile.

Interessante, certamente da seguire. 

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