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21 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Escavatori e bulldozer: Israele sta adottando la strategia Gaza in Libano – 21/4/2026

E poi i negoziati Usa-Iran, l’intervista a John Dryzek, il summit colombiano sui fossili, l’incendio che ha distrutto migliaia di case in Malesia e la morte di Desmond Morris.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Sembra che Israele voglia fare in Libano quello che ha fatto a Gaza dopo il cessate il fuoco, ovvero delimitare una fascia di territorio da controllare militarmente in maniera perenne, in cui radere tutto al suolo. Tutto ciò mentre sulla carta è in vigore un cessate il fuoco fra i due paesi. Se suona piuttosto brutale e molto distante da qualsiasi interpretazione, anche a maglie larghe, del internazionale è perchè lo è.

Leggo sul Post: “Nonostante il cessate il fuoco concordato con il governo libanese, Israele sta procedendo con una sistematica operazione di demolizioni nel sud del Libano. Il suo esercito rimane schierato in un’area circa 20 chilometri all’interno del territorio libanese, a sud del fiume Litani (o Leonte): in base agli accordi non può superare questa linea, che è stata rinominata “linea gialla”, come quella che nella Striscia di Gaza separa l’area controllata dall’esercito da quella dove vivono i palestinesi.

Come nella Striscia di Gaza, in quest’area Israele sta usando decine di escavatori e bulldozer per demolire edifici pubblici, case, scuole e moschee, anche facendo ricorso ai privati.

L’operazione di demolizione è cominciata coi bombardamenti all’inizio della guerra, quando la milizia libanese sciita Hezbollah ha cominciato a lanciare razzi verso Israele a sostegno dell’Iran. Lo scorso 2 marzo l’esercito israeliano ha prima ordinato l’evacuazione dei civili dall’area lungo la linea di demarcazione tra Israele e Libano (che non è proprio un confine), e poi l’ha espansa gradualmente fino a includere tutti i territori a sud del fiume Zahrani, circa 40 chilometri in territorio libanese”.

Ok, piccola parentesi. Perché la linea di demarcazione fra Israele e Libano si chiama così e non appunto confine? Perché di fatto è frutto di un’altra invasione israeliana, che nel 1978 in risposta a un’attentato dell’OLP aveva invaso e occupato militarmente il Libano del Sud. Una risoluzione dell’Onu chiese all’esercito israreliano di abbandonare l’occupazione, cosa che però avvenne completamente 22 anni dopo, e così nel 200 venne istituita questa cosiddetta Linea Blu di demarcazione, lungo la quale poi negli anni Israele aveva costruito una gigantesca barriera di cemento lunga 130km, che ora in parte è stata distrutta dai bombaramenti.

Torno a leggere: “Secondo un’indagine condotta da BBC Verify sulle immagini satellitari a disposizione, in quest’area dall’inizio della guerra l’esercito israeliano ha abbattuto più di 1.400 edifici, radendo al suolo interi villaggi, coi bombardamenti e con le demolizioni controllate. BBC scrive anche che è probabilmente un numero sottostimato. Anche il quartier generale della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (UNIFIL), nella città di Naqura, è stato danneggiato.

Il governo israeliano ha detto di voler prendere il controllo di quella che definisce un’«area cuscinetto» estesa, che coprirebbe all’incirca il 10 per cento del territorio libanese, e che dovrebbe servire a mettere in sicurezza il nord di Israele dai lanci di razzi di Hezbollah. Nelle sue intenzioni, le operazioni di demolizione servono a quello, perché sostiene che i miliziani del gruppo si nascondano tra le strutture civili.

È opinione di molti esperti di diritto che demolizioni sistematiche di edifici civili, a volte descritte con la parola «domicidio», siano una violazione del diritto internazionale e probabilmente costituiscano un crimine di guerra.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato apertamente che in questa porzione di territorio verrà utilizzato lo stesso modello usato a «Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza che sono state rase al suolo. Lo scorso 22 marzo Katz ha ordinato all’esercito di «accelerare» la distruzione del Libano.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, per farlo l’esercito sta facendo ricorso anche a ditte private appaltatrici. Le fonti militari sentite dal giornale hanno detto che alcune di queste ditte avrebbero già lavorato nella Striscia di Gaza, e che alcuni lavoratori sarebbero pagati in base al numero di edifici distrutti. Nella Striscia, molte delle ditte appaltatrici avevano legami con il movimento delle colonie, cioè gli insediamenti illegali costruiti da Israele in Cisgiordania, o con gruppi ancora più estremisti.

Con gli ordini di evacuazione, più di un milione di persone sono state sfollate: da venerdì, dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, in migliaia si sono messe in viaggio per rientrare, col rischio di trovare la propria casa danneggiata o completamente distrutta, o di ritrovarsi nuovamente sotto le bombe in caso di grosse violazioni dell’accordo. Anche il viaggio è complicato: i collegamenti tra il nord e il sud sono rallentati dal fatto che dall’inizio della guerra Israele ha distrutto vari ponti lungo i fiumi del Libano, con lo scopo di ostacolare Hezbollah”.

Ovviamente, come vi dicevo, è una roba grossa e molto problematica. Ieri il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha detto che vista la situazione Israele non può mantenere relazioni normali con l’Unione europea mentre continuano queste gravi violazioni dei diritti umani. Non credo che al momento l’Ue voglia dar seguito alla questione, ma è comunque un segnale. Vediamo.

Al solito c’è una certa confusione nell’aria, riguardo ai negoziati fra Stati Uniti e Iran. Provo a ricostruirvi i fatti principali degli ultimi giorni.

Se ricordate, il primo riund di negoziati, dell’11 e il 12 aprile 2026 erano stati un buco nell’acqua. Il vicepresidente JD Vance era volato a Islamabad, la capitale del Pakistan, il paese che più di ogni altro si è adoperato per mediare. Ma le posizioni erano troppo distanti e dopo poche ore la delegazione Usa era tornata a casa. Sembra che i motivi principali di distanza fossero la tregua in Libano, che per l’Iran era una condizione necessaria, ma Israele non sembrava intenzionata a fermare i bombardamenti, e la questione del programma nucleare, del quale gli Usa chiedevano uno smantellamento totale, mentre – questo è un dettaglio emerso in seguito – l’Iran aveva proposto uno stop per i prossimi 5 anni. 

Qualche giorno dopo però la situazione torna a cambiare. Israele accetta almeno sulla carta un cessate il fuoco in Libano, e l’Iran accetta di riaprire lo stretto di Hormuz, pretendendo però che anche gli Stati Uniti mettessero fine al blocco navale dei porti iraniani. 

Di nuovo, dura poco. Gli Usa non fermano il blocco, e a quel punto, dopo poche ore e con meno di una decina di imbarcazioni transitate, l’Iran blocca di nuovo lo stretto. 

a quel punto, il 19 aprile gli Stati Uniti sequestrano una nave cargo iraniana che, secondo Washington, stava cercando di aggirare il blocco. L’Iran reagisce promettendo ritorsioni. Ma poi il 19 stesso Trump inizia a dire che il giorno successivo, ieri, ci sarebbero stati dei nuovi negoziati a Islamabad e che l’accordo era praticamente fatto. Vance riprende l’aereo e vola di nuovo in Pakistan, rischiando grosso a livello politico dopo il fallimento dei primi negoziati. Da Teheran iniziano ad arrivare segnali contrastanti, poi però nella serata di ieri la notizia dei colloqui viene confermata. Trump corregge il tiro e dice che l’accordo non sarebbe arrivato ieri, ma oggi. 

Se siete confusi, siete in buona compagnia. 

Qualche giorno fa ho avuto il piacere e l’onore di intervistare quello che probabilmente è uno dei maggiori teorici al mondo di democrazia deliberativa, John Dryzek, Professore presso il Centre for Deliberative Democracy and Global Governance dell’Università di Canberra. Oggi su ICC pubblichiamo quell’intervista. La democrazia deliberativa è concezione della democrazia secondo cui le decisioni pubbliche dovrebbero nascere dal confronto ragionato tra cittadini, istituzioni ed esperti. Al centro c’è l’idea che, se messi nelle giuste condizioni di informazione, ascolto reciproco e discussione, le persone comuni possano formarsi opinioni più consapevoli e contribuire in modo significativo alle scelte collettive.

Questo modello non si affida quasi mai al voto per scegliere i rappresentanti, ma coinvolge direttamente le persone nei processi decisionali, spesso attraverso forme di sorteggio strutturate, in modo da selezionare gruppi di persone il più possibile rappresentativi della società, che poi vengono poi messi nelle condizioni di informarsi, ascoltare posizioni diverse, confrontarsi in modo strutturato e formulare proposte su questioni complesse.

Dryzek è anche coautore di un libro in cui si interroga come si possono applicare su vari livelli forme di democrazia deliberativa in quelli che definisce tempi diabolici, dominati da autoritarismi, populismi, negazionismi ed estremismi. Ve ne leggo un passaggio secondo me molto significativo, ma vi consiglio vivamente di leggerla tutta:

Quali strade vede per ricostruire fiducia e partecipazione?

Ricostruire la fiducia non è di per sé un bene: ci sono istituzioni, partiti e leader politici che meritano di essere guardati con diffidenza. Il quadro, dunque, è più complesso di quanto sembri. Proprio per questo credo che oggi la democrazia deliberativa sia più necessaria che mai e che abbiamo già a disposizione idee, strumenti ed esperienze utili per rafforzarla.

Più avanti gli chiedo:

È possibile dialogare con tutti, oppure dobbiamo porre alcuni limiti?

Credo che sia impossibile avviare un confronto davvero significativo con leader e attivisti autoritari o estremisti. Diverso è il discorso per molte delle persone che si lasciano attrarre dai messaggi di questi leader e finiscono per votarli: con loro il dialogo è possibile. Bisogna capire quali narrazioni li intercettano, quali linguaggi li influenzano e in che modo sia possibile costruire messaggi capaci di parlare anche a loro.

Insomma, penso che sia possibile dialogare con quasi tutti: ma non con le élite plutocratiche, le corporation dei combustibili fossili e i loro “mercanti del dubbio”, i magnati dei media che usano la rabbia come arma, i populisti e gli altri demagoghi, i leader autoritari ed estremisti. 

Leggetela se vi va, la trovate fra le fonti.

“Tutti sanno che i combustibili fossili causano la crisi climatica, ma fino a tempi recenti citarli ai summit annuali dell’Onu sul clima era quasi impossibile. L’anno scorso, due settimane di discussioni si sono concluse senza che i combustibili fossili venissero nemmeno menzionati nel documento finale”.

Siamo sul Guardia, articolo a firma di Fiona Harvey e Jonathan Watts, che raccontano di una spinta molto interessante, nata dal fallimento di quei negoziati, quelli della COP30 di Belen. Leggo:

“La frustrazione per quei negoziati ha spinto un piccolo Paese in via di sviluppo con un grande settore fossile — la Colombia, il maggiore esportatore di carbone e il quarto esportatore di petrolio delle Americhe — a riscrivere le regole. Insieme ai Paesi Bassi, co-promotori dell’iniziativa, e con il sostegno di oltre 50 Paesi, la Colombia ospiterà questo mese una nuova conferenza globale, destinata a segnare un punto di svolta, per avviare finalmente la tanto attesa “transizione fuori dai combustibili fossili”.

Ora, con i Paesi coinvolti in un’altra guerra impregnata di petrolio e con i prezzi dei carburanti alle stelle in tutto il mondo come conseguenza, la conferenza di Santa Marta del 28 e 29 aprile appare più lungimirante che mai”.

Secondo la ministra dell’Ambiente colombiana Irene Vélez, il momento è particolarmente significativo perché la guerra legata all’Iran e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia mostrano in modo molto chiaro quanto la dipendenza dai fossili renda il mondo fragile, instabile e più esposto anche ai conflitti. Per questo la Colombia vuole riunire una sorta di “coalizione dei volenterosi”: Paesi che vogliono andare avanti anche senza aspettare il consenso di tutti.

Parteciperanno 54 Paesi, fra cui Regno Unito, Unione Europea, Canada, Australia e vari Paesi del Sud globale, compresi alcuni grandi produttori di fossili. Però mancheranno diversi grandi inquinatori e grandi produttori, come Stati Uniti, Cina, India, Russia e i Paesi del Golfo.

L’obiettivo non è sostituire i negoziati Onu, ma affiancarli, provando a rompere lo stallo. Uno dei nodi centrali sarà capire come finanziare la transizione energetica nei Paesi più poveri, senza caricarli di nuovo debito e senza lasciare indietro le popolazioni più vulnerabili. Alla conferenza parteciperanno anche rappresentanti dei popoli indigeni e di altri gruppi sociali spesso esclusi.

La Colombia si presenta anche come esempio politico, perché ha deciso di non concedere nuove licenze per l’esplorazione di petrolio, gas e carbone, e vuole spostare la propria economia verso rinnovabili, agricoltura e turismo.

Ieri ha iniziato a circolare la notizia, spesso trattata in poche righe, di un grande incendio che ha distrutto più di mille case in una piccola città dello stato di Sabah, in Malaysia, nell’isola del Borneo. “La città, Kampung Bahagia – scrive il Post – è fatta in gran parte di palafitte e abitata da persone indigene, che vivono in condizioni di estrema povertà. L’incendio è iniziato sabato, per cause al momento sconosciute, e ha bruciato più di 4 ettari di terreno: oltre 9mila persone sono attualmente sfollate. Kampung Bahagia è costruita quasi completamente sull’acqua, ma la bassa marea ha reso molto complicato per i vigili del fuoco raggiungere fonti dove attingere abbastanza acqua per spegnere l’incendio. Diverse persone sono rimaste ferite nel tentativo di recuperare i propri averi, ma non ci sono morti”.

Più di mille case bruciate sono una cifra importante, così come 9mila sfollati. Ricordate a gennaio 2025 quando a bruciare furono le case a Los Angeles? Erano di più, parliamo di circa diecimila abitazioni, di persone statunitensi perlopiù molto ricche. Però, ecco, i giornali ne parlarono per settimane, in tutte le prime pagine anche da noi. Abbiamo un doppio standard un po’ imbarazzante. Anche io, interiorizzato. Però penso che ogni tanto sia utile riconoscerlo, anche in noi, osservarlo e rendercene conto.

Ieri è morto Desmond Morris, un etologo molto molto importante noto per il celeberrimo saggio La scimmia nuda. Torniamo sul Post:

“L’etologo inglese Desmond Morris, noto soprattutto per il libro La scimmia nuda, che fu pubblicato nel 1967 ed ebbe enorme successo, è morto a 98 anni. Il saggio paragonava il comportamento dell’uomo (la “scimmia nuda” del titolo) a quello dei primati da cui discende, raccontandolo attraverso l’approccio da zoologo di Morris, dunque in modo distante e divertito.

Morris aveva studiato zoologia all’università di Birmingham, dove si era rifiutato di condurre esperimenti sugli animali, privilegiando lo studio del loro comportamento (l’etologia, appunto). Nel Regno Unito si fece conoscere in particolare attraverso i programmi televisivi andati in onda sulla televisione privata ITV tra il 1956 e il 1967: prima di diventare suo amico fu una specie di rivale del celeberrimo divulgatore scientifico e naturalista David Attenborough, che invece lavorava per la BBC.

Tra le altre cose Morris fu anche pittore surrealista, con opere esposte all’estero, e le sue teorie sul fatto che l’espressione artistica non fosse un’esclusiva dell’uomo, ma ne fossero capaci anche le scimmie, piacquero sia a Picasso che a Joan Miró. In Italia si riparlò molto di lui e del suo libro più famoso nel 2017, quando Francesco Gabbani vinse il festival di Sanremo con una canzone che lo citava nel ritornello, che diceva proprio «la scimmia nuda balla». Morris raccontò di averla apprezzata, e in seguito i due si incontrarono.

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