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17 Settembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Agricoltori, pescatori, camionisti: le proteste contro il caro carburanti incendiano il Mondo – 17/9/2026

Il caro carburante scatena proteste in decine di Paesi; in Indonesia una squadra di donne vigili del fuoco combatte gli incendi delle torbiere; i risultati delle elezioni in Svezia; gli Stati Uniti ammettono per la prima volta di avere armi in orbita.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

“Noi agricoltori siamo tutti fermi, non per protesta ma perché il carburante agricolo è ad € 1,50. Per fare un pieno al trattore ci vogliono € 400,00”. A scrivere queste poche parole in un Post FB è Giuseppe Li Rosi, un agricoltore siciliano di Raddusa, in provincia di Catania. Giuseppe non è un agricoltore qualsiasi. La sua è stata una delle prime storie che abbiamo raccontato su ICC, è il fondatore di Terre Frumentarie, l’azienda con cui dagli anni ’90 è stato fra i primi a dedicarsi al recupero dei grani antichi siciliani che nel dopoguerra erano stati abbandonati in favore delle varietà nane, più produttive ma anche più dipendenti da diserbanti e chimica.

Ed è uno dei protagonisti della nascita di Simenza, l’associazione che in Sicilia si occupa di custodire e diffondere la biodiversità agricola dell’isola.

Ho pensato di aprire con questa voce perché mi sembra che mostri bene come gli effetti del caro carburante, generato dalla guerra in Medio oriente, investano a cascata tutti i livelli di tanti settori diversi e nel caso dell’agricoltura interessino sia quella industriale che quella, passatemi il termine, alternativa. E come anche l’agricoltura più sostenibile e attenta dipenda ancora profondamente dai combustibili fossili. E diverse altre cose, ma ci arriviamo dopo.

Al solito partiamo dai fatti. Negli ultimi giorni c’è stato un nuovo rincaro dei carburanti: il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, per effetto dei nuovi attacchi fra Stati Uniti e Iran, del blocco dello stretto di Hormuz che continua e della nuova offensiva degli Houthi in Yemen che può compromettere la navigazione anche nello stretto di Bab el Mandeb, che è un altro passaggio fondamentale per il petrolio.

Questo nuovo rincaro, forse ancora più dei precedenti, sta causando un sacco di disagi a diversi settori primari in tutto il mondo e in molti Paesi ci sono proteste anche violente che riguardano agricoltori, pescatori, trasportatori e non solo. Le più violente e raccontate sono state quelle in Siria, ma ci sono state manifestazioni, scioperi dei trasporti e problemi in molti paesi del sudest asiatico e dell’Europa, ma anche in Guatemala e in Nigeria.

Un articolo del Post prova a mettere in fila le principali proteste. Ve lo riassumo. Nelle Filippine, ad esempio, molti pescatori sono rimasti in porto dicendo che i costi del gasolio troppo alti rendono impossibile guadagnare qualcosa dal loro lavoro. Ma ancora più partecipate sono state le proteste degli autisti di taxi, bus privati e jeepney, che sarebbero le tipiche jeep colorate modificate per il trasporto pubblico. Hanno interrotto le attività e manifestato per le strade delle maggiori città delle Filippine bloccando alcune strade principali.

Anche in altre zone del sudest asiatico ci sono stati molti disagi. Ad esempio in Bangladesh, paese che importa oltre il 90 per cento del petrolio che utilizza, perlopiù dai paesi del Golfo e che dall’inizio della guerra in Medio Oriente sta razionando i carburanti. Manca anche il gas naturale liquefatto, che viene utilizzato per produrre elettricità: la carenza dura da mesi, alcune aziende erano passate a generatori alimentati a diesel, ma i prezzi ora li rendono troppo cari. Ci sono frequenti blackout e alcune aziende tessili hanno subìto chiusure temporanee.

Manca il carburante anche in alcune zone dell’Indonesia, dove è stato imposto un razionamento a targhe alterne, basato sui numeri di targa pari e dispari dei veicoli. Ci sono state proteste dei tassisti che hanno creato lunghe code, ma anche manifestazioni di studenti a Yogyakarta. L’aumento del prezzo dei carburanti sta mettendo in crisi anche i conti pubblici, perché il governo fornisce carburanti a prezzo calmierato per le abitazioni, ma rischia di aumentare il suo deficit pubblico.

La Siria è forse il Paese dove queste proteste sono più evidenti. Sono le proteste più estese da quando è caduto il regime di Assad, quasi due anni fa. Nel weekend Il governo di Ahmed al-Sharaa ha aumentato i prezzi dei carburanti — fino al 40% per il gasolio — e da domenica migliaia di siriani sono scesi in piazza in almeno otto province, bloccando strade, autocisterne e persino un tratto della M5, l’autostrada principale che collega Aleppo a Damasco. In un Paese dove circa il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e gli stipendi medi si aggirano sui 50-60 euro al mese, ogni rincaro del carburante si traduce subito in un rincaro di tutto il resto. Tanto che il parlamento ha dovuto convocare il ministro dell’Energia per un’audizione, dopo le richieste di decine di deputati.

Ma ci sono state proteste simili anche in Guatemala, con strade e autostrade bloccate e auto incendiate. Le manifestazioni qui sono guidate da gruppi di camionisti, che chiedono sussidi statali per limitare il prezzo della benzina. Alle proteste si sono uniti vari gruppi indigeni, particolarmente colpiti dagli aumenti dei prezzi del gasolio, indispensabile per i mezzi agricoli. Hanno organizzato cortei nel centro della capitale, Città del Guatemala. Nelle scorse settimane c’erano state proteste simili in Bolivia.

In Nigeria hanno scioperato e manifestato gli autisti di autobus, perché il costo della benzina ha superato i 1.600 naira al litro (poco più di un euro).

In Portogallo ci sono state manifestazioni organizzate online da gruppi di automobilisti che circolavano sulle strade a velocità molto ridotta, causando ingorghi e blocchi del traffico. Una protesta con alcune decine di manifestanti è terminata di fronte alla casa del primo ministro Luís Montenegro, a Espinho.

In Francia e in Spagna ci sono state manifestazioni di pescatori, contro i prezzi del gasolio. Martedì a Fos-sur-Mer, sulla costa mediterranea francese, i pescatori hanno bloccato alcune strade e si sono scontrati con la polizia. A Frontignan, vicino a Montpellier, i manifestanti hanno bloccato l’accesso a un deposito petrolifero.

Anche in Italia si stanno praparando proteste, con gli autotrasportatori che minacciano di bloccare i porti in Sicilia e i tassisti che a Roma promettono scioperi e mobilitazioni. 

Insomma da Nord a Sud del pianeta, dai pescatori filippini ai contadini siciliani, dai tassisti di Manila ai manifestanti siriani, tutti protestano contro il caro carburante. E questo ci dice diverse cose. La prima, un po’ scomoda, è che nonostante gli sforzi fatti siamo ancora, profondamente, un mondo che cammina a benzina e gasolio. E questo è tanto più vero per la parte produttiva.

I progressi ci sono stati, e sono anche notevoli, ma quasi tutti concentrati su un unico fronte, quello dell’elettricità, settore in cui pannelli solari, pale eoliche, reti sempre più intelligenti stanno aiutando a rendere più sostenibile il modo in cui illuminiamo le nostre case, facciamo andare elettrodomestici, in alcuni casi in cui ci riscaldiamo e raffreddiamo. Il problema è che l’elettricità è il solo tipo di energia che si può produrre in maniera pulita, al momento. L’altro tipo di energia che produciamo in quantità, quella endotermica, quella dei motori a combustione interna, quella degli altiforni ecc, si fa solo bruciando qualcosa. Perlopiù petrolio. 

E tutto quello che si fa bruciando petrolio ha almeno due grossi problemi. Ci rende dipendenti dal petrolio, e quindi dipendenti da una risorsa esterna, di cui non disponiamo e che viene usata per fare guerre e ricatti geopolitici. E soprattutto modifica il clima del pianeta, rendendolo via via sempre meno compatibile con le nostre società umane per come le abbiamo create. 

La soluzione più sensata è elettrificare tutto. Fare in modo che qualsiasi cosa funzioni con energia elettrica. Solo che, anche qui, in genere quando pensiamo ad elettrificare i trasporti pensiamo all’auto elettrica, che però è solo un pezzo della produzione. Prendiamo la Norvegia, primo paese al mondo dove ci sono più auto elettriche che a benzina, dove oltre il 90% delle nuove auto vendute sono elettriche. In Norvegia, chi guida una macchina non si è quasi accorto dei rincari. Ma anche in un Paese così avanti come la Norvegia, il gasolio continua a far muovere i camion, le navi, i macchinari pesanti, i trattori per l’agricoltura. Insomma, la maggior parte dei settori produttivi, quelli che producono il cibo che mangiamo, gli oggetti che compriamo vanno ancora a petrolio. E questo significa che quando il petrolio rincare, anche se tutto il resto lo abbiamo elettrificato, rincara comunque il costo di produzione e quindi il costo al consumi di cibo e beni essenziali. 

Quindi, ecco, riflettiamoci: dovremmo dare una spinta importante all’elettrificazione non solo dei trasporti pubblici e privati, ma dei settori produttivi, perché sono quelli che incidono di più sulla resilienza del sistema. 

Qualche giorno fa vi ho raccontato dei gravi incendi che stanno colpendo l’Indonesia, e in particolare le torbiere. Incendi molto difficili da spegnere perché le torbiere, che vengono prosciugate illegalmente per far spazio ai pascoli, possono bruciare in maniera silenziosa per settimane, senza che questi incendi siano nemmeno visibili, come la brace.

Un articolo del Guardian firmato da Garry Lotulung racconta però di come delle squadre di vigili del fuoco donne stiano combattendo contro gli incendi e nel frattempo cambiando la cultura patriarcale del paese.

Le protagoniste di questa storia sono le donne del “Power of Mama”, il primo gruppo di vigili del fuoco tutto al femminile dell’Indonesia. Sono 146 donne, tra i 20 e i 58 anni, provenienti da dieci villaggi del Kalimantan Occidentale, nella parte indonesiana del Borneo, una delle zone a più alta biodiversità del pianeta. Il gruppo è nato nel 2022 grazie a un’ONG, la YIARI, e le partecipanti ricevono una formazione vera e propria su tecniche antincendio, uso di droni per la sorveglianza, e attività di educazione nelle comunità.

Il loro lavoro non è solo spegnere gli incendi, cosa che pure fanno, pattugliando le zone a rischio dalle 10 del mattino alle 4 del pomeriggio e segnalando i focolai alle autorità forestali. Ma la parte più difficile, raccontano, è convincere la gente del posto a non praticare più il “taglia e brucia”, cioè disboscare bruciando la vegetazione, un metodo economico ma pericoloso, molto diffuso perché usato per far spazio alle piantagioni di palma da olio. Lo stesso praticato anche nelle torbiere.

Le donne intervistate raccontano poi un altro grosso ostacolo che stanno riuscendo a cambiare, quello della cultura patriarcale locale: all’inizio gli uomini del villaggio le prendevano in giro, chiedendo perché mai delle donne dovessero fare le pattuglie invece di occuparsi di altro. Oggi invece lavorano fianco a fianco con la comunità.

Il problema è che quest’anno il loro lavoro è particolarmente duro: migliaia di focolai hanno già bruciato oltre 57mila ettari in Kalimantan, molti dei quali appunto fra le torbiere. A complicare tutto c’è anche un “super” El Niño, che sta rendendo la stagione ancora più critica: a Sungai Putri, uno dei villaggi coinvolti, non piove dalla fine di giugno, e fiumi e canali si sono prosciugati.

Ciononostante la squadra va avanti nel suo prezioso lavoro, e come racconta a un certo punto la direttrice della YIARI, Karmele Llano Sanchez, è bellissimo vedere queste donne proteggere la foresta e al tempo stesso guadagnare fiducia in se stesse e prendersi, finalmente, un ruolo forte nella loro società.

Intanto in Svezia sono arrivati i risultati dello speglio dei voti all’estero e col 99% dei seggi scrutinati possiamo dare questo risultato praticamente per definitivo. Risultato che sembra confermare che l’opposizione di centrosinistra di Magdalena Andersson dovrebbe aver vinto, con un margine risicatissimo, le elezioni. Il centrosinistra avrebbe 175 seggi contro i 174 del centrodestra dell’attuale Presidente Kristersson (e della sua coalizionre che include anche i Democratici Svedesi, ovvero l’estrema destra).

La SVT, l’emittente pubblica svedese, dice che a questo punto la probabilità di un ribaltone è talmente bassa da poter affermare con sicurezza che l’opposizione otterrà più seggi in questa elezione.

Quindi ecco, la sostanza è simile a quella che vi avevo dato martedì: centrosinistra che vince le elezioni, di pochissimo, Paese spaccato a metà, destra radicale che non sfonda anzi retrocede rispetto a 4 anni fa, probabili difficoltà nella formazione di un governo e nella governabilità.

Lunedì scorso — il 15 settembre — Troy Meink, segretario del dipartimento dell’Aeronautica e della Space Force americana (cioè la branca delle forze armate USA che si occupa di operazioni militari nello spazio), ha ammesso una cosa che si sospettava/sapeva da anni, ma che nessun alto funzionario americano aveva mai ammesso pubblicamente prima: ovvero che gli Stati Uniti hanno armi già schierate in orbita.

Meink non ha rivelato quali siano queste armi, quali capacità abbiano, né da quanto tempo siano in orbita. È stata una dichiarazione volutamente vaga, ma che rompe un tabù diplomatico che durava da decenni: gli Stati Uniti avevano sempre evitato di ammettere ufficialmente la militarizzazione dello spazio, pur sviluppandola nei fatti. Così come – si sospetta – abbiano fatto Cina e Russia.

Le reazioni, come potete immaginare, non si sono fatte attendere. La Cina ha esortato gli Stati Uniti a “smettere di espandere le proprie capacità militari nello spazio”, parlando apertamente del rischio di una corsa agli armamenti orbitale. La Russia, dal canto suo ha ribadito che “il cosmo deve essere privo di armamenti”, e il ministero degli Esteri russo ha annunciato l’intenzione di portare la questione all’ONU per proporre iniziative che vietino il dispiegamento di armi nello spazio. Fra l’altro esiste già un Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, che prevede che lo spazio dovrebbe restare un dominio pacifico.

Ma a quanto pare non è molto rispettato. Fra l’altro questa ammissione coincide con l’accelerazione del progetto “Golden Dome”, cioè l’ambizioso sistema di difesa antimissile voluto dall’amministrazione Trump per proteggere gli Stati Uniti da attacchi con missili balistici, ipersonici e da crociera, che fa ampio uso proprio del dominio spaziale. 

Siamo al paradosso per cui lo spazio, che potrebbe essere il luogo dove l’umanità intera si lancia alla ricerca dell’ignoto, dove l’essere umano può girarsi a osservare la Terra e vedere che non esistono confini e barriere e lanciarsi verso l’esplorazione dell’infinitamente grande, diventa una estensione delle piccolezze, delle scaramucce, del nostro modo di stare al mondo.

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