Memorandum tra Italia e Israele, uno stop senza rottura – INMR Sardegna #119
Il mancato rinnovo del memorandum d’intesa tra italia e Israele, col commento di Fawzi Ismail di Sardegna Palestina. Quanto inquinano le guerre? Con l’Ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima per la Commissione Europea Roberta Bosu. Caro carburante e continuità territoriale a rischio. Infine il progetto Mare limpiu che trasforma i pescatori sardi in custodi dell’ambiente.
Fonti
#memorandum
Roma ci ripensa: sospeso il memorandum con Israele
Che cosa prevede l’accordo con Israele di cui l’Italia ha sospeso il rinnovo
Libano: proprietà e terreni civili distrutti da Israele
Giornalisti uccisi nel 2025: record globale, Israele responsabile di due terzi delle morti
Rapporto Onu: Israele sta commettendo genocidio a Gaza
#inquinamento
La guerra inquina più delle auto. In Iran 5 milioni di tonnellate di CO2 in poche settimane
#carocarburante
Continuità aerea a rischio? Regione e Governo in cerca di soluzioni
#marelimpiu
“Mare Limpiu”: i pescatori sardi diventano le “sentinelle” del Mediterraneo
#SCC
L’accessibilità culturale non è un optional ma un diritto. Il lavoro della cooperativa Sottofondo
Trascrizione della puntata:
Dopo che il rapporto presentato a settembre 2025 dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, ha concluso come le autorità e le forze israeliane abbiano commesso e stiano continuando a commettere genocidio nella Striscia di Gaza occupata. Dopo che Amnesty International ad agosto 2025 ha dichiarato che la distruzione estesa e deliberata di proprietà civili e terreni agricoli nel sud del Libano da parte dell’esercito israeliano deve essere indagata come crimine di guerra. O ancora dopo che gli attacchi israeliani in Palestina si sono rivelati essere anche i più mortali mai registrati prima per i giornalisti e giornaliste, dopo le testimonianze delle torture subite dalle persone palestinesi da parte dell’IDF, Giorgia Meloni ha annunciato questa settimana di non aver rinnovato il memorandum di cooperazione con Israele. Come riporta però il giornalista e inviato di guerra Sabato Angieri sul Manifesto, la decisione del governo, che ancora lunedì sera parlava di «fitte discussioni» in corso sul da farsi, non ha a che fare con l’occupazione dei territori palestinesi o la situazione di Gaza, ma è maturata nelle ultime settimane, dopo lo scoppio del conflitto in Iran – soprattutto dopo che Israele ha deciso di continuare a bombardare il Libano nonostante la tregua raggiunta: a quel punto, è il ragionamento che viene fatto nella maggioranza, la soglia era stata oltrepassata, in considerazione anche degli attacchi ricevuti dal contingente italiano dell’Unifil negli ultimi giorni. In merito vale la pena innanzitutto soffermarsi su che cosa preveda l’accordo e cosa il mancato rinnovamento – leggo da pagella politica. Innanzitutto, il memorandum d’intesa tra Italia e Israele firmato a giugno 2003 stabilisce un quadro generale per la cooperazione tra i due Paesi nel settore della difesa. L’accordo definisce i principi e gli ambiti entro cui i rispettivi ministeri della Difesa e le forze armate possono sviluppare attività comuni, con l’obiettivo di aumentare le rispettive capacità di difesa. Secondo le verifiche di Pagella Politica, la decisione di sospendere il rinnovo automatico non vuol dire che il trattato sia sospeso nella sua validità: è stato solo sospeso il meccanismo di rinnovo. Il trattato prevede infatti che si rinnovi ogni cinque anni automaticamente, senza bisogno di comunicazioni tra le due parti. Se una parte vuole però sospendere il rinnovo automatico, lo deve comunicare all’altra, come avvenuto nel caso del governo Meloni. In base allo stesso trattato, dal momento della notifica scatterà un periodo di sei mesi in cui il rinnovo dell’accordo sarà sospeso. Alla scadenza di questi sei mesi, quindi intorno alla metà di ottobre 2026, l’accordo cesserà effettivamente di validità, salvo eventuali altre decisioni da parte del governo italiano. È una notizia che è stata centrale in settimana e che probabilmente resterà tale, noi come sempre vi terremo aggiornati e aggiornate ma abbiamo anche voluto chiedere a Fawzi Ismail dell’associazione Sardegna Palestina un commento rispetto al tema.
Per la prossima notizia non ci discostiamo dal tema conflitti, varie guerre ci circondano e ci riguardano di conseguenza è inevitabile la questione sia centrale anche nelle cronache. In settimana infatti ulteriore notizia riguarda una ricerca condotta dalla Queen Mary University di Londra, dalla Lancaster University e dal Climate and Community Institute. Secondo lo studio, nel breve periodo compreso tra il 28 febbraio e il 14 marzo, lo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele ha generato oltre 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente. Per giungere a queste conclusioni – leggo dal fatto quotidiano – il team di ricerca ha analizzato le emissioni dirette e indirette, includendo nel computo non solo le operazioni militari sul campo, ma anche gli attacchi alle infrastrutture critiche e i gravi danni subiti dagli impianti petroliferi e dai depositi di carburante. In merito abbiamo chiesto a Roberta Bosu, esperta di strategie di comunicazione sulla sostenibilità e Ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima per la Commissione Europea, qual sia l’impatto della guerra sull’ambiente. Ma la domanda è anche: in tempo di crisi climatica e necessaria transizione ecologica, oltre i conflitti in se stiamo considerando anche quanto sia pericoloso inquinare pesantemente – e spesso irrimediabilmente – l’ambiente con guerre e esercitazioni?
Mercoledì a Roma si è svolto il confronto tra Regione e Ministero dei Trasporti sul rincaro dei carburanti e i potenziali rischi sui viaggi da e per l’Isola. Leggo da Sardiniapost che ci spiega come si è trattato di un tavolo tecnico, convocato già da qualche giorno proprio per studiare scenari e possibilità per affrontare il tema. Da settimane associazioni di consumatori, sindacati, agenzie di viaggi hanno lanciato l’allarme sui rischi legati all’aumento dei costi dei carburanti, dal trasporto merci alle materie prime fino ai voli da e per la Sardegna. Secondo la Cisl, “Se esiste un’emergenza legata all’aumento dei costi energetici, è il Governo nazionale che deve farsene carico, adottando misure straordinarie capaci di sostenere il sistema senza colpire i territori insulari. Non è pensabile che a pagare siano i cittadini sardi, né che venga indebolito un impianto costruito proprio per rimuovere gli ostacoli alla mobilità da e per l’Isola”. L’assessora regionale ai trasporti Barbara Manca ha ribadito le priorità della Sardegna, ovvero la tutela della continuità territoriale e degli oneri di servizio pubblico. Un’emergenza quella del caro voli che si fa sentire a poche settimane dopo l’avvio del nuovo sistema di continuità aerea, e che – come dichiarato in settimana dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini – vede le stesse compagnie aeree spingere per un aumento delle tariffe per affrontare l’innalzamento dei costi. Resta però netta la posizione della Giunta sarda: “Tuteleremo con ogni sforzo la continuità dei cittadini e delle cittadine della Sardegna“. Una partita quindi ancora aperta, in cui la questione non è solo economica ma di diritti: quando aumenta il costo di muoversi, a vacillare è prima di tutto l’accesso alla mobilità.
Chiudo con una buona notizia della settimana ovvero la nascita di “Mare Limpiu”, un’iniziativa strategica che vede la collaborazione delle principali associazioni della pesca sarde per affrontare l’emergenza dei rifiuti marini. Con un investimento di 400mila euro e una durata prevista di un anno, il progetto punta a ripulire le acque da plastiche, microplastiche e dalle cosiddette “reti fantasma”, le attrezzature ittiche abbandonate che continuano a danneggiare i fondali per decenni. Leggo da CagliariToday che ci spiega come il centro dell’operazione sarà tra Cagliari, Porto Torres e Terralba, dove i pescatori verranno formati e dotati di strumentazioni specifiche per il recupero e il corretto smaltimento dei rifiuti solidi. Non si tratta di una semplice attività di pulizia, ma di un vero e proprio protocollo di monitoraggio: ogni detrito raccolto verrà catalogato, fornendo dati preziosi per mappare lo stato di salute dei mari isolani. Sarà l’Università di Cagliari a garantire il supporto scientifico necessario per analizzare l’impatto dei rifiuti sull’ambiente marino e validare le procedure di recupero. Un progetto che prevede inoltre una massiccia campagna di sensibilizzazione nelle scuole per educare al rispetto del patrimonio naturale e a stare al mondo avendone cura.
Sardegna che cambia è il 7° portale regionale aperto da Italia che cambia. Nella rassegna stampa, oltre alle principali notizie raccontiamo anche le nostre pubblicazioni, vediamole insieme
L’accessibilità culturale non è un optional ma un diritto. In settimana abbiamo parlato del tema legato all’accessibilità dei vari prodotti culturali grazie a un’intervista della nostra Sara Brughitta alla cooperativa Sottofondo. Nato a Cagliari nel 2024 da Laura Cocco, Chiara De Giorgio e Valeria Tutino, il progetto è attivo nel campo dell’accessibilità audiovisiva, tra sottotitoli per persone sorde e audiodescrizioni per persone cieche e ipovedenti. Quello che emerge dall’intervista è che l’accessibilità culturale continua a essere trattata come un’aggiunta, un elemento secondario da inserire solo se restano tempo e risorse. Ma cosa accade quando l’accesso alla cultura non è garantito? Chi resta fuori? Basti pensare al settore audiovisivo: film, festival, musei e spazi culturali sono ancora pensati per uno spettatore implicito, senza disabilità, mentre tutto ciò che non rientra in quella norma resta – per usare un termine cinematografico – fuori campo. Quello che dalla cooperativa Sottofondo dichiarano – ve ne leggo un pezzo – è che “L’accessibilità non viene pensata: ci si arriva alla fine. Quando il prodotto è già chiuso, quando il budget è già stato speso. E a quel punto diventa un costo che non si riesce a sostenere. Ma questo succede proprio perché viene considerata un’aggiunta, non una base. Se invece fosse pensata fin dall’inizio cambierebbe tutto. Anche a livello di finanziamenti: se nei bandi fosse prevista una quota per l’accessibilità, quei soldi verrebbero messi da parte subito. Invece oggi succede il contrario: si arriva alla fine e si scopre che non ci sono più risorse”. Una situazione complessa ma quello che rincuora è l’esistenza di realtà come la cooperativa Sottofondo impegnate sia nel colmare le lacune che nel cambiare una mentalità in chiave sempre più inclusiva
Ma il razzismo antisardo esiste? Ne abbiamo parlato in settimana grazie a un prezioso approfondimento della nostra Federica Marrocu, che ci ha spiegato come si tratti di un fenomeno che va inscritto nella storia del razzismo europeo, che ha fatto da matrice alla rappresentazione negativa di popolazioni interne agli stati-nazione ottocenteschi. Le norme sociali, le istituzioni e persino la produzione del sapere concorrono alla riproduzione di gerarchie razziali, rendendo lo sfruttamento non solo tollerato, ma perfino giustificato. La Sardegna, in particolare, è stata oggetto di una lunga tradizione di rappresentazioni che collocano i sardi tra i “popoli primitivi”. Figure centrali della nascente antropologia italiana, come Paolo Mantegazza e Cesare Lombroso, contribuirono in modo decisivo a codificare il razzismo “scientifico” contro i sardi. Mantegazza descriveva la popolazione dell’isola come inerte e arretrata, destinata a essere “civilizzata” dalla scuola e dalle infrastrutture moderne; Lombroso, invece, attribuiva a determinati tratti fisici dei sardi – come la ridotta capacità cranica – la tendenza naturale al crimine, identificando nel “tipo sardo” una forma di degenerazione razziale. Nel complesso, queste e altre teorie non solo contribuirono a consolidare una narrazione razzista sulla Sardegna e sui suoi abitanti, ma offrirono anche una giustificazione pseudo-scientifica alla marginalizzazione politica, economica e culturale dell’isola nell’ambito dello Stato unitario italiano. Un approfondimento quello di Federica Marrocu decisamente da leggere, lo trovate integrale sui nostri social, Facebook e Instagram.
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L’accessibilità culturale non è un optional ma un diritto. In settimana abbiamo parlato del tema legato all’accessibilità dei vari prodotti culturali grazie a un’intervista della nostra Sara Brughitta alla cooperativa Sottofondo. Nato a Cagliari nel 2024 da Laura Cocco, Chiara De Giorgio e Valeria Tutino, il progetto è attivo nel campo dell’accessibilità audiovisiva, tra sottotitoli per persone sorde e audiodescrizioni per persone cieche e ipovedenti. Quello che emerge dall’intervista è che l’accessibilità culturale continua a essere trattata come un’aggiunta, un elemento secondario da inserire solo se restano tempo e risorse. Ma cosa accade quando l’accesso alla cultura non è garantito? Chi resta fuori? Basti pensare al settore audiovisivo: film, festival, musei e spazi culturali sono ancora pensati per uno spettatore implicito, senza disabilità, mentre tutto ciò che non rientra in quella norma resta – per usare un termine cinematografico – fuori campo. Quello che dalla cooperativa Sottofondo dichiarano – ve ne leggo un pezzo – è che “L’accessibilità non viene pensata: ci si arriva alla fine. Quando il prodotto è già chiuso, quando il budget è già stato speso. E a quel punto diventa un costo che non si riesce a sostenere. Ma questo succede proprio perché viene considerata un’aggiunta, non una base. Se invece fosse pensata fin dall’inizio cambierebbe tutto. Anche a livello di finanziamenti: se nei bandi fosse prevista una quota per l’accessibilità, quei soldi verrebbero messi da parte subito. Invece oggi succede il contrario: si arriva alla fine e si scopre che non ci sono più risorse”. Una situazione complessa ma quello che rincuora è l’esistenza di realtà come la cooperativa Sottofondo impegnate sia nel colmare le lacune che nel cambiare una mentalità in chiave sempre più inclusiva
Ma il razzismo antisardo esiste? Ne abbiamo parlato in settimana grazie a un prezioso approfondimento della nostra Federica Marrocu, che ci ha spiegato come si tratti di un fenomeno che va inscritto nella storia del razzismo europeo, che ha fatto da matrice alla rappresentazione negativa di popolazioni interne agli stati-nazione ottocenteschi. Le norme sociali, le istituzioni e persino la produzione del sapere concorrono alla riproduzione di gerarchie razziali, rendendo lo sfruttamento non solo tollerato, ma perfino giustificato. La Sardegna, in particolare, è stata oggetto di una lunga tradizione di rappresentazioni che collocano i sardi tra i “popoli primitivi”. Figure centrali della nascente antropologia italiana, come Paolo Mantegazza e Cesare Lombroso, contribuirono in modo decisivo a codificare il razzismo “scientifico” contro i sardi. Mantegazza descriveva la popolazione dell’isola come inerte e arretrata, destinata a essere “civilizzata” dalla scuola e dalle infrastrutture moderne; Lombroso, invece, attribuiva a determinati tratti fisici dei sardi – come la ridotta capacità cranica – la tendenza naturale al crimine, identificando nel “tipo sardo” una forma di degenerazione razziale. Nel complesso, queste e altre teorie non solo contribuirono a consolidare una narrazione razzista sulla Sardegna e sui suoi abitanti, ma offrirono anche una giustificazione pseudo-scientifica alla marginalizzazione politica, economica e culturale dell’isola nell’ambito dello Stato unitario italiano. Un approfondimento quello di Federica Marrocu decisamente da leggere, lo trovate integrale sui nostri social, Facebook e Instagram.
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