La rivoluzione delle batterie in Australia – 12/6/2026
La rivoluzione delle batterie domestiche in Australia, la transizione rinnovabile record della Lituania, i dati sulle acque balneabili e le foreste italiane, e le proteste in Albania contro un progetto immobiliare di Jared Kushner.
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Fonti
#Batterie e rinnovabili
The Guardian – Australia is pioneering a revolution in home renewables and battery use Sostenibile Oggi – Lituania, la transizione energetica più rapida dell’UE
#Italia
Ansa – L’Italia è diventata una nazione forestale: superati i 100mila km quadrati
SNPA – Litorali d’eccellenza: il 95% è ai massimi livelli di qualità
#Albania
Euronews – Non si arrestano le proteste in Albania, chieste le dimissioni del premier Rama
#5×1000
Italia che Cambia – 5×1000
Trascrizione episodio
A fine maggio, mentre l’Europa subiva i colpi di una pesante ondata di calore e mentre i mercati petroliferi continuavano a sobbalzare per via della guerra in Iran, dall’altra parte del mondo – rispetto a noi – è successo un fatto piuttosto clamoroso di cui in pochi si sono accorti. In Australia hanno abbattuto i due enormi camini di una delle più grandi centrali a carbone del paese. E mentre le macerie erano ancora calde, il ministro dell’energia, in una conferenza stampa, annunciava che le bollette della luce erano scese anche del 10% in alcune parti del paese.
Il Guardian ci ha dedicato un lungo pezzo la settimana scorsa, e vale la pena raccontarlo, cosa sta succedendo laggiù, perché è una storia che ci riguarda. O per meglio dire, che potrebbe riguardarci. E che ha a che fare con un gorsso balzo in avanti nel campo delle energie rinnovabili.
Allora. L’Australia è già da anni uno dei leader mondiali nel solare domestico: circa una casa su 3 ha pannelli fotovoltaici sul tetto. Ma negli ultimi mesi, racconta Adam Morton sul Guardian, è successa una cosa ulteriore. Sono esplosi, a livello di mercato e di diffusione, gli accumuli domestici, cioè le batterie collegate ai pannelli per conservare l’energia prodotta di giorno e usarla di sera.
Da luglio scorso sono state connesse circa 415.000 batterie — una ogni 25 abitazioni. Pensate che secondo un’analisi di Green Energy Markets quasi il 60% di tutta la nuova capacità di batterie domestiche installata quest’anno nel mondo, Cina esclusa, finirà proprio in Australia.
Ok, ma che significa questa cosa e perché è così importante? Provo a spiegarvelo. Il problema storico delle rinnovabili è la famosa discontinuità: il sole di giorno produce energia, ma di sera non c’è. E allora comunque tocca attingere ad altre fonti, spesso fossili e inquinanti, quasi sempre il gas, che è pure molto caro ultimamente.
Le batterie risolvono esattamente questo: prendono l’energia solare in eccesso del pomeriggio e la restituiscono alla rete alle sei di sera, quando la domanda sale. Il risultato è che la generazione da gas in Australia è calata del 24% in un trimestre rispetto all’anno precedente. Tennant Reed, direttore energia del gruppo industriale Australian Industry Group, lo descrive così al Guardian: le batterie “stanno irrompendo nel mercato alle 18 ogni giorno”, sostituendo le centrali a gas che per anni avevano dettato i prezzi serali.
Questo significa prezzi dell’elettricità più bassi, meno dipendenza dai combustibili fossili, rete più stabile.
Ora, ci sono diverse cose importanti in questa storia. Innanzitutto, viene da chiedersi: le batterie non è che le hanno inventate ieri? Qual è la novità?
Ce ne sono diverse in realtà: La prima è di mercato. Le batterie domestiche esistono da anni, è vero, ma fino a poco tempo fa erano proibitive per la maggior parte delle famiglie. Negli ultimi due anni il costo delle batterie a scala industriale è crollato, e questo si sta trasferendo anche sul mercato domestico.
Poi c’è una novità legata alle reti elettriche. Con l’esplosione del solare, le reti elettriche si trovano ora con un problema che prima non esisteva su questa scala: di giorno producono troppa energia e non sanno dove metterla, di sera ne hanno poca. In Australia — e in California, in Spagna — questo squilibrio è diventato così evidente che ha reso le batterie non più un optional ma una necessità strutturale.
E infine c’è il tema della spesa pubblica. Perché tutta questa operazione è successa non solo o non tanto per magia del mercato ma come conseguenza dei tempi maturi, e di un intervento pubblico massiccio. Il governo laburista di Anthony Albanese ha inizialmente stanziato prima 2,3 miliardi di dollari australiani (un po’ meno di un miliardo e mezzo di euro) per tagliare del 30% il costo alla vendita delle batterie per le famiglie. La risposta è stata così superiore alle aspettative — più di mille installazioni al giorno — che il programma è stato triplicato, quindi parliamo di oltre 4 miliardi di euro, con l’obiettivo raddoppiato a 2 milioni di batterie entro fine decennio.
Quindi la cosa interessante di questa notizia è se osserviamo tutta la questione nel suo complesso. Fra l’altro c’è da dire che anche le batterie oggi sono una roba molto diversa anche solo rispetto a due anni fa. Le batterie infatti storicamente sono state il tallone d’achille delle rinnovabili non solo per il tema dei costi, ma anche del loro impatto ambientale e della sicurezza.
Ma come racconta sempre al Guardian un analista: “Le batterie domestiche sono nel mezzo di una rivoluzione. Le batterie su scala industriale hanno registrato un crollo dei prezzi negli ultimi due anni, e la loro qualità è migliorata in modo notevole: richiedono molti meno minerali critici, hanno una vita molto più lunga, e il rischio di incendio è stato praticamente eliminato. Tutto questo si sta ora trasferendo sul mercato delle batterie domestiche, e la batteria di casa di oggi è enormemente superiore a quella di appena due anni fa.”
Parliamo di una tecnologia diversa, per cui non serve ad esempio il cobalto, l’unico materiale critico è il litio (di cui fra l’altro l’Australia è uno dei principali produttori). E all’orizzonte si intravede una nuova possibile rivoluzione delle batterie agli ioni di sodio, che ovviamente è ancora più comune.
Restando in tema transizione energetica c’è un’altra notizia che mi ha colpito non poco e che riguarda la Lituania. Paese di soli tre milioni di abitanti, affacciato sul Baltico, confinante con la Russia e la Bielorussia, che negli ultimi cinque anni ha compiuto la transizione energetica più rapida di tutta l’Unione Europea.
Leggo su Sostenibile Oggi: “In pochi anni la Lituania è diventata uno dei casi più interessanti della transizione energetica europea. La quota di elettricità da fonti rinnovabili destinata ai consumi interni è passata dal 15% di cinque anni fa al 50% nel 2025, grazie a una rapida espansione di impianti eolici e fotovoltaici. Un percorso che ha permesso al Paese baltico di diventare il primo in Europa a raggiungere la completa indipendenza dai combustibili fossili russi.
La trasformazione è stata trainata sia dagli investimenti pubblici e privati sia dal coinvolgimento diretto di cittadini e imprese. Secondo i dati presentati al Parlamento europeo, i cosiddetti prosumer – famiglie e aziende che producono la propria energia rinnovabile – sono passati da 18.800 nel 2021 a 174.500 nel 2025. Nello stesso periodo, la capacità installata del solare è cresciuta da 225 MW a 3.284 MW, mentre quella eolica è salita da 623 MW a 2.535 MW. Nell’aprile 2026 sole e vento hanno coperto l’84% della domanda elettrica nazionale, mentre la produzione interna ha soddisfatto il 99% del fabbisogno del Paese”.
Al Parlamento europeo, la settimana scorsa, la Lituania è stata definita il primo paese UE ad aver raggiunto la “completa indipendenza dai combustibili fossili russi”. Perché sì, questa non è solo una storia ambientale, è anche una storia geopolitica. La spinta decisiva verso le rinnovabili infatti, racconta euronews, è arrivata nel febbraio 2025, quando i tre paesi baltici — Lituania, Lettonia ed Estonia — si sono disconnessi fisicamente dalla rete elettrica russa e si sono sincronizzati con la rete europea. Per decenni avevano dipeso da Mosca anche per i servizi di rete essenziali, come il controllo della frequenza. Tagliare quel cordone significava avere bisogno di produrre molta più energia in casa propria, e in fretta. Le rinnovabili sono state la risposta più rapida e concreta.
Restano, ovviamente delle sfide importanti da affrontare per il paese baltico, come indica la IEA: la dipendenza dai combustibili fossili nei trasporti, un parco auto datato, e la necessità di potenziare ulteriormente le infrastrutture di rete e lo stoccaggio. Ma è una storia importante da raccontare perché, un po’ come per l’Australia, mostra che la velocità della transizione dipende soprattutto dalla volontà politica di farla davvero.
Torniamo in Italia con due notizie che vanno abbastanza a braccetto. La prima è che ISPRA e SNPA hanno appena pubblicato i dati sulla qualità delle acque di balneazione italiane per il 2026: il 94,9% delle coste monitorate — quasi 6.000 chilometri su 6.242 — è classificato “eccellente”, ed è il livello più alto previsto dalla normativa europea. La Puglia guida la calssifica con il 99% delle proprie coste in classe massima.
Non era scontato: fino agli anni Ottanta e Novanta il mare italiano era in condizioni ben diverse, con scarichi industriali non trattati e depurazione carente. Il miglioramento è il risultato di decenni di investimenti, e oggi il nostro sistema di monitoraggio è tra i più capillari d’Europa.
Nel comunicato gli stessi enti ci tengono anche a precisare che la balneabilità è solo uno degli indicatori. E che su altre questioni come microplastiche, qualità dei fondali, biodiversità marina il quadro è meno roseo. Ma ecco, in vista dell’estate prendiamo e portiamo a casa.
La seconda notizia è che è uscito un altro rapporto, chiamato ‘Foreste in Comune’, che è la prima Indagine socio economica sul patrimonio forestale dei comuni italiani. E anche qui ci sono dati interessanti. leggo su Ansa, che ne da notizia:
“A livello generale, il rapporto conferma come l’Italia sia diventata una nazione forestale, con le foreste che hanno superato i 100mila chilometri quadrati di estensione, occupando oltre un terzo del territorio nazionale e superando, dal 2020, la stessa Superficie Agricola Utilizzata, fatto che non accadeva dal Medioevo”.
“Il fatto che oltre tre quarti delle foreste italiane siano concentrate nei Comuni montani racconta meglio di qualsiasi altra statistica il ruolo delle montagne nella tutela del capitale naturale nazionale – commenta Marco Bussone, presidente Pefc Italia, Uncem e Aiel -. Le foreste producono servizi ecosistemici fondamentali per tutto il Paese e rendono evidente la necessità di rafforzare strumenti di governance territoriale e politiche che sostengano concretamente le comunità che custodiscono questi patrimoni”.
“Mercoledì sera migliaia di persone sono scesi nuovamente in piazza in Albania, per il decimo giorno consecutivo di proteste, chiedendo le dimissioni del primo ministro Edi Rama. I manifestanti si sono radunati in piazza Skënderbej, nel centro della capitale Tirana, da dove sono partiti in corteo verso il Parlamento. Hanno scandito lungo il percorso slogan come “Rama in prigione, Berisha in prigione”, in riferimento a Sali Berisha, ex primo ministro e oggi presidente del Partito democratico d’Albania”.
Così Euronews racconta quelle che sono ormai diventate le principali proteste dell’ultimo decennio in Albania. Nate per un fatto curioso, e preso estesesi.
“Il movimento di protesta, nato contro un progetto turistico previsto nell’area di Pishe Poro e sull’isola di Sazan, è arrivato mercoledì al suo decimo giorno consecutivo, con quella che gli organizzatori hanno definito una manifestazione a carattere nazionale. I leader della protesta hanno invitato infatti gli albanesi di tutto il Paese (e all’estero) a unirsi all’ultima protesta, fissata volutamente in coincidenza con l’anniversario della fondazione della Lega di Prizren, un evento ottocentesco considerato un simbolo dell’unità nazionale albanese.
Il movimento è stato inizialmente innescato da timori per un progetto immobiliare legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner, in un’area costiera protetta. Da allora si è però trasformato in una più ampia campagna che contesta diverse politiche e norme del governo.
Nel corso delle manifestazioni i partecipanti hanno avanzato cinque richieste principali: le dimissioni del governo; l’abrogazione della legislazione e delle disposizioni sullo status speciale per gli investitori strategici; il ritiro di una normativa specifica chiamata “Pacchetto Montagna”; l’annullamento delle modifiche alla legge sulle aree protette; e l’abrogazione delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale.
Il governo sostiene che lo sviluppo sulla costa adriatica sarebbe trasformativo per il Paese ex comunista, che punta a entrare nel mercato del turismo di lusso e a proseguire il percorso di adesione all’Unione europea. Il progetto di Kushner (e di Ivanka Trump) prevede due interventi: uno sviluppo costiero nell’area della laguna di Narta, che è una riserva naturale, e un resort più piccolo sulla vicina isola disabitata di Sazan, già base militare dell’epoca comunista.
La popolazione però non è d’accordo. Ed è interessante notare come una questione principalmente ambientale stia fomentando proteste di massa.
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