Uno scarafaggio vuole rivoluzionare la politica indiana – 8/6/2026
Un movimento giovanile nato in India da una frase di un giudice, il caso dei dati delle telecamere di Genova venduti per addestrare l’IA e uno studio che rivela il declino delle conversazioni quotidiane.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#CockroachJantaParty
Digital Terminal – Cockroach Party Holds Jantar Mantar Protest in Delhi Today With Unusual Participation Guidelines
BBC – India’s Cockroach Janta Party: the viral protest movement taking on Modi
#Genova
Instagram – Reel Alice Salvatore
Difesa Online – Genova, 1,2 Petabyte di immagini per addestrare l’intelligenza artificiale. E la sovranità?
#ParolePerdute
Vita – Le parole perdute: che cosa c’era nei 338 vocaboli al giorno che non ci diciamo più
Trascrizione episodio
“Ci sono già dei parassiti sociali che attaccano le istituzioni, e voi volete dargli man forte? Ci sono giovani che si comportano come scarafaggi: non trovano lavoro, non riescono a inserirsi nel mondo delle professioni. E allora chi finisce sui giornali, chi sui social, chi diventa attivista del diritto di accesso agli atti, chi si inventa qualche altra forma di attivismo — e da lì cominciano ad attaccare tutti indiscriminatamente…”
Quando il presidente della Corte Suprema indiana Surya Kant ha pronunciato questa frase durante un’udienza, frase che di fatto paragona i giovani disoccupati e quelli che si avvicinano al giornalismo e all’attivismo a “scarafaggi e parassiti” suppongo che non immaginasse quello che avrebbe scatenato.
Le conseguenze che sono seguite a questa frase vanno oltre l’immaginabile, e ringrazio davvero un nostro abbonato, Luca Preziosa, per averci segnalateo questa vicenda attraverso la nostra chat Telegram che abbiamo con gli abbonati.
È il 15 maggio 2026. L’udienza riguarda un ricorso considerato dalla Corte come frivolo, relativo alla designazione di avvocati senior. Le parole di Surya Kant vengono pronunciate in aula aperta e nel giro di poche ore fanno il giro del paese, rimbalzando di social in social con una velocità che nessun comunicato ufficiale avrebbe mai potuto raggiungere. L’indignazione è immediata, ma assume fin da subito le caratteristiche tipiche della GenZ, la generazione di chi ha oggi fra i 15 e i 30 anni, cresciuta con i social, i meme. Che mischia impegno politico e una buona dose di ironia e autoironia.
Il giorno dopo, 16 maggio, Abhijeet Dipke — trentenne esperto di comunicazione politica, con un master alla Boston University — pubblica su X l’annuncio di una nuova “piattaforma per tutti gli scarafaggi là fuori”. La chiama Cockroach Janta Party, Partito del Popolo Scarafaggio, o CJP. Il nome è chiaramente una parodia del BJP di Narendra Modi, al potere dal 2014.
Dipke non è una persona del tutto estranea alla politica. In passato è stato collaboratore dell’Aam Aadmi Party, un partito anti-corruzione indiano che ha avuto un discreto successo nel decennio passato e che ha diverse similitudini con il M5S in Italia.
comunque, questa sua nuova iniziativa nasce fra il serio e il faceto. I criteri di adesione alla nuova piattaforma politica sono: essere disoccupati, pigri, cronicamente connessi e avere “la capacità di indignarsi professionalmente”. Come ha dichiarato alla BBC, «Quando ho creato la piattaforma ho pensato semplicemente che avremmo dovuto unirci tutti». Ma quello che è successo dopo è andato ben oltre le sue aspettative.
Fin da subito si è capito che la cosa sarebbe diventata virale. Tant’è che sempre il 16 maggio, Surya Kant – il presidente della Corte suprema che aveva fatto la dichiarazione originaria – tenta di correre ai ripari con una precisazione ufficiale: sostiene di essere stato mal citato dai media, e che le sue parole erano dirette esclusivamente a chi esercita professioni con “titoli falsi e fasulli”, non alla gioventù indiana in generale. Ma è troppo tardi. La frase originale ha già preso vita propria, e la precisazione — percepita da molti come una retromarcia imbarazzante — non fa che alimentare ulteriore ironia.
Nei giorni successivi il CJP cresce a una velocità che lascia di stucco anche i suoi fondatori. Le adesioni tramite Google Form si contano a decine di migliaia. L’hashtag #MainBhiCockroach — “Anch’io sono uno scarafaggio” — invade i social. A quel punto diversi politici dell’opposizione iniziano a dichiarareil proprio sostegni al movimento, cercando forse di cavalcare l’onda. Il fenomeno tracima anche offline: giovani volontari si presentano vestiti da scarafaggi a manifestazioni e iniziative di pulizia urbana.
Il 22 maggio l’account Instagram del CJP supera i 10 milioni di follower, scavalcando quello ufficiale del BJP — comunemente descritto come il partito con più iscritti al mondo — fermo a 8,7 milioni. Nel momento in cui registro questa puntata i follower sono 22,6 milioni. Nel frattempo, l’account X del movimento viene oscurato in India “in risposta a una richiesta legale”: chi tenta di visualizzarlo riceve un messaggio di blocco. Ma come spesso accade anche questa circostanza che non fa che aumentare la visibilità del caso e alimentare nuove polemiche sulla libertà di espressione.
Ora, ci sono diverse cose interessanti da osservare. Perché il BJP sembra essere riuscito in pochi giorni a fare quello che le opposizioni indiane, stanche e frammentate, non riescono a fare da più di un decennio: radunare le persone e organizzare una contestazione al governo sempre più autoritario di Modi. Tuttavia è presto per gridare alla rivoluzione e il movimento mostra anche diverse fragilità.
Ma andiamo con ordine. Il successo del BJP ha innanzitutto una spiegazione demografica. l’India, il paese più popoloso al mondo, ha metà della sua popolazione sotto i 30 anni, su 1,4 miliardi di abitanti. Ma un recente sondaggio ha rilevato che il 29% dei giovani indiani evita del tutto la politica, e solo l’11% è iscritto a un partito. Considerate che in India la politica è molto sentita e questi dati mostrano che anche il Paese sta iniziando ad accusare la cosiddetta sindrome da stanchezza democratica.
Come dice Dipke alla BBC, «Le persone sono frustrate perché non si sentono ascoltate né rappresentate. La Gen Z ha rinunciato ai partiti tradizionali e vuole creare un proprio fronte politico in un linguaggio che capisce.» In questo il movimento sembra essere simile agli altri che hanno attraversato diversi paesi soprattutto asiatici negli ultimi anni, e che hanno instaurato una nuova grammatica della protesta giovanile che mescola cultura pop, ironia e rivendicazioni politiche concrete.
Nel 2024 in Indonesia migliaia di giovani sono scesi in piazza contro una legge elettorale considerata un colpo di mano dinastico, sventolando bandiere di One Piece — il manga in cui un mondo ingiusto governato dai potenti viene sfidato da un equipaggio di outsider. In Bangladesh, Sri Lanka e Kenya movimenti simili hanno fatto cadere governi, guidati da ragazzi che si organizzavano su TikTok e Telegram prima ancora che nei partiti.
Il denominatore comune, più che un’ideologia di fondo, è una sensazione comune, di una generazione cresciuta iper-connessa e iper-informata, che si sente sistematicamente esclusa dalle stanze in cui si decide il suo futuro. In questo lo scarafaggio indiano e il pirata di One Piece parlano la stessa lingua.
Anche in India, come in molti di questi Paesi, l’insofferenza giovanile sembra essersi rivolta soprattutto, più che contro le idee politiche di Modi, contro l’apparato burocratico del suo potere. Una delle rivendicazioni più sentite è quella di smantellare le fughe di documenti nei test di ingresso alle università e alle professioni. Che in India è un problema serio: ad ogni test di ingresso ci sono funzionari corrotti che si fanno pagare per vendere i test prima dell’esame e così chi paga spesso sta avanti a chi studia, ovunque. Ci sono stati anche centinaia di suicidi fra gli studenti negli ultimi anni per questo motivo. che la prima vera richiesta concreta del BJP sono le dimissioni del ministro dell’istruzione.
Al tempo stesso, il BJP almeno per adesso sembra aver fallito, almeno in parte, la prova della piazza. Sabato c’è stata la prima vera manifestazione. Dipke ha riunito i sostenitori a Jantar Mantar, la storica piazza delle proteste di Nuova Delhi, con cartelli e slogan, a cui però hanno partecipato non così tante persone. I media governativi la descrivono come un fallimento, con poche centinaia di manifestanti. Al Jazeera, con una corrispondente sul posto, dice che contando media e spettatori il numero era nell’ordine delle “migliaia”, ma che la presenza non rifletteva appieno la scala di quello che si vedeva online. Il CJP stesso, rivendica un generico “migliaia di persone” sono venute alla protesta pacifica” e ha definito Jantar Mantar solo un “trailer”, annunciando una mobilitazione nazionale se il ministro dell’istruzione Pradhan non sarà licenziato entro sette giorni.
Tuttavia, visto il clamore suscitato online, in molti si aspettavano una partecipazione maggiore. Ovviamente è presto per bollare l’operazione come una bolla che si è già sgonfiata, così come era presto prima per gridare alla rivoluzione. Probabilmente quello che manca adesso è un innesco che coinvolga anche altre fette di popolazione. Sicuramente una storia molto interessante da seguire.
Oggi solo notizie segnalate dagli abbonati. Un po’ perché sono pigro, ma in realtà perché sono davvero super interessanti. Un altro abbonato, Marco Fossati, mi segnala una vicenda piuttosto strana, ma con dei precedenti, che avviene a Genova, dove si viene a scoprire per vie traverse che il comune ha venduto la mole immensa di dati raccolti dalle telecamere pubbliche a una società privata per addestrare i sui modelli di AI, senza nessuna delibera pubblica e senza che la cosa sia stata in alcun modo comunicata ai cittadini.
A sollevare la questione è una consigliera regionale, Alice Salvatore, ex 5 Stelle e candidata alla presidenza della regione con il suo movimento Il Buonsenso.
Provo a riassumervela. L’11 giugno 2025, quindi circa un anno fa, Milestone Systems — un’azienda danese controllata dal 2014 dal gruppo giapponese Canon — annuncia, in collaborazione con il colosso Usa NVIDIA, l’arrivo in Europa del suo Project Hafnia,
Si tratta di un Vision Language Model: un sistema di intelligenza artificiale che impara a collegare immagini e testo per restituire interpretazioni a partire da flussi video. Il primo servizio di Hafnia in Europa è un modello per la gestione dei trasporti addestrato su un ampio volume di dati di traffico.
E la città pilota è proprio Genova. In pratica il modello si nutre dei dati raccolti dalle quasi 3mila telecamere comunali, dispositivi video e sensori. La società dice che al momento dell’annuncio, quindi un anno fa, la mole di dati già acquisita e in fase di catalogazione è di circa 1,2 Petabyte di immagini. Chè è una cifra difficile da immaginare ma a spanne possiamo dire che siano circa 10-140 anni di video ininterrotto.
Il lavoro prevede la categorizzazione di milioni di veicoli per tipologia, colore e uso, oltre al conteggio dei pedoni e al rilevamento degli incidenti.
L’annuncio resta per circa un anno confinato negli ambienti tecnici, finché pochi giorni fa la consigliera regionale decide di verificare se ci sia qualche forma di autorizzazione pubblica alla vendita di tutti questi dati a due aziende private. Solo che questa autorizzazione non esiste. A oggi non risulta pubblicamente reperibile un atto amministrativo formale — una delibera di Giunta o una determinazione dirigenziale — con cui il Comune di Genova autorizza la messa a disposizione delle immagini per l’addestramento dell’AI.
La consigliera ha fatto quindi due richieste di accesso agli atti, per capire chi, quando e come ha deciso questa cosa. Il comune ha 60 giorni di tempo per rispondere. Vicenda da seguire. In realtà come vi dicevo, esiste un precedente.
A Trento l’11 gennaio 2024 il Garante per la protezione dei dati personali ha dichiarato illecito il trattamento effettuato dal Comune nei progetti Marvel e Protector, che raccoglievano informazioni personali in spazi pubblici tramite telecamere e microfoni per addestrare software di intelligenza artificiale. Da seguire.
Chiudiamo con un ultima notizia che, ebbene sì, anche questa è segnalata da un abbonato, Nello De Padova. Io dico, ma che abbonati abbiamo? C’è una chiara correlazione fra essere persone belle e interessanti e abbonarsi a ICC. Non so qual esia la causa e quale l’effetto, se abbonarsi fa diventare automaticamente più interessanti o se le persone interessanti sono più propense ad abbonarsi, ma ecco io fossi in voi non perderei l’occasione.
Comunque quest’ultima notizia devo dire mi ha colpito perché mostra attraverso un dato una direzione preoccupante delle nostra società. Un articolo su Vita, racconta di uno studio pubblicato nel marzo 2026 su Perspectives on Psychological Science rivela che tra il 2005 e il 2019 nei paesi occidentali abbiamo pronunciato in media 338 parole in meno al giorno ogni anno — passando da 16.000 parole quotidiane a 12.700, un calo del 28%.
In pratica i ricercatori hanno fatto una sorta di meta-analisi di 22 ricerche condotte per scopi completamente diversi, sul divorzio, sulla meditazione, sulle relazioni. E incrociando i dati a posteriori, quasi per caso, è emerso questo trend.
Ma quali parole sono scomparse? Secondo la ricerca, ad essere drasticamente diminuite non sono le grandi conversazioni, ma i piccoli scambi incidentali: la chiacchiera col barista, il tragitto in macchina coi figli, la pausa caffè in ufficio, la telefonata improvvisata, le conversazioni col medico che si sono fatte più brevi.
Leggo dall’articolo di Riccarda Zezza su Vita: “Nessuna di queste conversazioni sembrava necessaria nel momento in cui è stata ottimizzata: erano tutte sostituibili con qualcosa di più efficiente, per esempio il silenzio o uno sguardo al cellulare. Ma insieme formavano una trama connettiva della giornata, una rete invisibile che ci rassicurava proprio grazie alla sua casuale ricorrenza e alla prossimità che creava, perché alimentavano quelli che la scienza chiama “legami deboli”.
Secondo la chimica, i legami deboli sono “forze attrattive di natura elettrostatica che si formano tra molecole diverse o all’interno della stessa macromolecola. Sono molto più deboli dei legami intramolecolari, ma sono fondamentali nel determinare lo stato fisico, la solubilità e la forma delle molecole”. Nella società, il concetto di legami deboli è stato tradotto dal sociologo Mark Granovetter con delle “funzioni ponte” che uniscono cerchie sociali differenti, permettendo di accedere a notizie, idee e opportunità inedite.
Quelle 338 parole rappresentano, insomma, una porzione di momenti relazionali che, pur richiedendo un investimento emotivo e di tempo limitato, ci permettono di mantenere una rete di conoscenze molto più ampia e possono diventare vettori di mobilità sociale.
Ora che sappiamo che quella rete si sta assottigliando al ritmo di 338 parole all’anno. I legami deboli sono quelli che preservano le nostre società dalle estreme polarizzazioni, dalle bolle autoreferenziali. Sono quelli che le tengono unite come un unico organismo.
Come sempre, la diagnosi è sempre una cosa utile e accorgersi del problema è il primo passo. Quindi la prossima volta che sarete al bar a fare colazione, mettete un attimo in pausa inmr e scambiate due parole col barista.
Segnala una notizia
Segnalaci una notizia interessante per Io non mi rassegno.
Valuteremo il suo inserimento all'interno di un prossimo episodio.






Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi