Tragedia Venezuela, le conseguenze del terremoto e il rischio shock economy – 26/06/2026
Due terremoti devastano il Venezuela, si temono migliaia di vittime; il segretario NATO Rutte afferma che 500 aerei americani sono partiti dalle basi italiane per l’Iran, smentito dal governo; il Parlamento Europeo approva l’euro digitale.
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Fonti
#Terremoto Venezuela
Al Jazeera – Venezuela quakes: How will sanctions impact aid operations?
Efecto Cocuyo – Sismo en Venezuela: primero vino el alerta y luego todo empezó a moverse como nunca antes
Agenzia Dire – La terribile notte del Venezuela: cos’è il doppietto sismico che ha messo in ginocchio il Paese in 39 secondi
#Rutte governo italiano
Corriere della Sera – Meloni, la chiamata a Rutte e i sospetti su Trump: «Questo è un tranello». Il caso dei voli Usa dall’Italia
#Euro digitale
Il Post – L’euro digitale, spiegato
Trascrizione episodio
Mercoledì 24 giugno, alle sei di sera ora locale, quando da noi era un po’ dopo mezzanotte, in Venezuela la terra è iniziata a tremare violentemente. Ci sono state due scosse fortissime, in rapida successione, di magnitudo 7,2 e 7,5, nel giro di un minuto.
L’epicentro è stato nello stato di Carabobo, a circa 300 chilometri a ovest di Caracas. Eppure anche a Caracas diversi video mostrano l’intera città tremare all’unisono, praticamente, alberi, palazzi. E la scossa è stata avvertita chiaramente anche in Colombia.
È il terremoto più violento che abbia colpito il paese in oltre un secolo, che ha colpito un paese già stremato da tanti punti di vista e in cui i palazzi e le infrastrutture sono spesso vecchie e malmesse, e i danni a persone e cose potrebbero essere stati elevatissimi. Ora ci arriviamo.
Le due scosse, come vi dicevo, si sono verificate a meno di un minuto di distanza l’una dall’altra. È un fenomeno abbastanza raro: in genere c’è una scossa principale seguita da scosse cosiddette di assestamento. In questo caso invece si è verificato, come raccontano diversi giornali, quello che i sismologi chiamano “doppietto sismico” la prima scossa, invece di scaricare tutta la tensione, ne ha trasmessa parte su un segmento adiacente della stessa faglia innescando quasi immediatamente una seconda rottura di dimensioni simili.
In questo caso l’USGS — il servizio geologico americano — ha spiegato che entrambe le scosse sono avvenute lungo il confine tra la placca caraibica e quella sudamericana, un sistema di faglie molto complesso e attivo. La prima scossa ha probabilmente modificato lo stato di stress su un tratto adiacente della faglia, che era già vicino al punto di rottura, facendolo cedere quasi istantaneamente.
Per dare un’idea di quanto sono stati forti questi terremoti considerate che quelli di Amatrice del 216 sono stati di 6,5 gradi. Quindi un punto in meno rispetto a questo, che uno potrebbe anche pensare: una cosa simile. In realtà tra un 6,5 e un 7,5 c’è molta più differenza: la scala dei terremoti infatti è una funzione logaritmica, quindi non cresce in modo lineare all’aumentare dei punti. In termini di ampiezza delle onde sismiche, quindi di quanto scuote, un 7,5 è 10 volte più intenso di un 6,5. E rilascia circa 32 volte più energia di un 6,5.
Veniamo ai danni e alle vittime, la parte ovviamente più dolorosa. Non ha molto senso adesso mettersi a dire quanti morti e quanti feriti, perché sappiamo ahimé che quel numero è destinato a salire molto nelle prossime ore. Diciamo che nel momento in cui registro si parla di un’ordine di centinaia di persone, ma le stime dell’USGS proiettano un numero di vittime potenzialmente molto più alto, nell’ordine delle migliaia. Avrete forse letto, ad esempio su Repubblica, 10mila dispersi.
Ma che vuol dire 10mila dispersi? Anche qui sono dati che dobbiamo prendere con le pinze. È possibile che alcune (molte?) di queste persone siano semplicemente incontattabili perché le linee telefoniche sono guaste o intasate. Non significa per forza che siano tutte sotto le macerie.
I danni maggiori, come ha dichiarato la presidente ad interim Delcy Rodriguez, si concentrano nello stato di La Guaira, nel litorale centrale, e nella capitale Caracas, dove diversi edifici sono crollati. L’aeroporto internazionale Simón Bolívar è stato chiuso. Le comunicazioni telefoniche sono andate in tilt per ore. La presidente ha anche dichiarato lo stato di emergenza nazionale.
Una delle poche note positive di questa storia è il corretti funzionamento del sistema di allerta di Android. Come scrive Repubblica, “La tecnologia ha salvato tanta gente, ieri notte, a Caracas, sconvolta dal terremoto. Circa 30 secondi prima che si sentisse la scossa, il Sistema di Allerta Sismica di Android ha dimostrato la sua efficacia anche in aree della città che hanno subito un basso impatto, come Macaracuay, a est della capitale”.
Voglio leggervi alcuni estratti di un articolo su Efecto Cocuyo un giornale online fra i pochi media indipendenti che ci sono in Venezuela, che racconta bene quegli attimi concitati:
“Il 24 giugno, alle 18:00 ora venezuelana, migliaia di persone hanno ricevuto un’allerta sui loro telefoni Android. Pochi secondi dopo, gli edifici hanno cominciato a muoversi con un’intensità che molti abitanti del paese non avevano mai sentito.
“Sta tremando, sta tremando, è terribile”, è riuscita a dire Gisela, da Barquisimeto, mentre era in videochiamata. Come lei, centinaia di persone hanno cominciato a condividere sui social la propria esperienza del sisma. Nel giro di pochi minuti hanno iniziato a circolare video che mostravano edifici crollati a Caracas, nelle zone costiere e in altre regioni del paese.
“Reynaldo, che si trovava in un edificio nel quartiere Catia, a ovest di Caracas, racconta che il tremore “è durato moltissimo”. “I vicini hanno aiutato a far scendere le persone anziane. Il movimento è stato molto brusco, le scale oscillavano troppo. Non lo paragono a nessun terremoto”, dice. Aggiunge che, prima di sentire la scossa, aveva ricevuto l’allerta sul telefono Android. “E poi abbiamo cominciato a sentire come si muoveva tutto l’edificio.”
Altri abitanti sono stati colti di sorpresa mentre partecipavano ai festeggiamenti per la festa di San Juan, ricorrenza tradizionale in Venezuela. “Sto bene, ma il mio edificio è molto danneggiato”, ha scritto Alexis, che vive nel quartiere San Bernardino a Caracas. Mentre tutti cercavano di comunicare, i servizi telefonici e internet sono stati interrotti, anche se progressivamente ripristinati.
In tutto ciò, il Venezuela non è un paese qualunque. È lo stesso paese dove a gennaio l’esercito americano ha rapito il presidente autoritario del Paese Nicolás Maduro in un raid illegale. Presidente poi sostituito da Delcy Ridriguez, che ha rapidamente firmato una legge per facilitare gli investimenti privati stranieri nel settore petrolifero da 8 miliardi di dollari.
È anche un paese dove sia la popolazione che le infrastrutture sono particolarmente vulnerabili. Significa che le persone vivono in edifici spesso vecchi e fragili, che la capacità di risposta e salvataggio non è ottimale, che il sistema sanitario non è attrezzato per gestire un gran numero di feriti.
Questo è una conseguenza della dittatura o simil dittatura di Maduro, così come anche delle sanzioni di USA, Canada e UE sul settore petrolifero e finanziario. Oggi quasi otto venezuelani su dieci vivono in povertà secondo le Nazioni Unite.
In un articolo molto interessante su Al Jazeera Federica Marsi cerca di immaginare come tutte queste cose hanno impattato e impatteranno nell’amplificare le conseguenze del terremoto.
Al suo interno viene intervistata un’esperta di logistica umanitaria Sarah Schiffling, che mette in guardia su come anche gli aiuti potrebbero essere gestiti in maniera politica, soprattutto dagli Usa. Schiffling dice che la situazione richiede l’invio urgente di aiuti umanitari, e che i principi umanitari richiedono che gli aiuti siano imparziali, neutrali e indipendenti. Ma dice anche che nella pratica non è sempre così, e che sospetta che gli USA cercheranno probabilmente di posizionarsi in modo da accrescere la propria influenza nel paese. Il terremoto potrebbe aprire la strada a investimenti americani diretti per le infrastrutture idriche e i progetti di ricostruzione a lungo termine
Insomma, la shock economy descritta da Naomi Klein, in purezza.
Comunque, ne riparliamo nei prossimi giorni, quando sarà più chiaro sia la situazione reale, sia anche cosa fare per aiutare.
Martedì sera il segretario generale della NATO Mark Rutte, intervistato da Fox News, ha lanciato lì una affermazione che ha fatto e sta facendo discutere, per usare un eufemismo, la politica italiana. Ha detto che negli ultimi mesi circa 500 aerei militari americani sarebbero decollati dalle basi USA in Italia per partecipare all’operazione “Epic Fury”, ovvero alla campagna militare americana contro l’Iran.
Ora, perché questa affermazione è problematica? Rutte, in teoria, stava cercando di difendere i paesi alleati dalle critiche di Trump, che da tempo accusa i partner NATO di non aver fatto abbastanza nella guerra in Medio Oriente. E quindi per farlo ha citato l’esempio italiano. Peccato che il governo italiano avesse sempre detto pubblicamente l’opposto: ovvero che dalle basi italiane erano stati autorizzati solo voli tecnici e logistici, non missioni offensive.
Al tempo stesso, è difficile pensare che Rutte non sapesse la posizione del governo Meloni sulla questione, per cui il suo potrebbe essere – ed è quello che sostiene il governo – un attacco mascherato al governo Meloni, una affermazione fatta volutamente per attaccarlo, anche perché sappiamo che Rutte è molto vicino a Trump e che Trump ce l’ha leggermente con la nostra premier.
Il ministero della Difesa italiano ha risposto con un comunicato stizzito, dicendo che la ricostruzione di Rutte “trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati”, e che “sarebbe bastato un approfondimento alla fonte”.
Le opposizioni però si sono buttate sulla notizia chiedendo spiegazioni urgenti a Meloni. Poche ore dopo, la NATO stessa ha fatto un parziale passo indietro, spiegando che Rutte intendeva riferirsi a supporto tecnico e logistico previsto dagli accordi bilaterali. Il caso comunque è tutt’altro che chiuso e il prossimo vertice Nato del 7-8 luglio si annuncia abbastanza acceso.
Martedì il Parlamento Europeo ha approvato per la prima volta il regolamento sull’euro digitale, un progetto su cui la BCE lavora, pensate, dal 2020. Nelle prossime settimane il regolamento sarà discusso in aula; se poi le negoziazioni finali tra Parlamento e Consiglio avranno un buon esito entro il 2026, l’entrata in vigore dell’euro digitale potrebbe avvenire già nel 2029. Cosa però tutt’altro che scontata.
Il Post dedica alla questione – passata piuttosto in sordina – un articolo dettagliato in cui spiega cosa sarà. L’euro digitale sarà una moneta a effettivo corso legale, accettata obbligatoriamente in tutti i paesi euro, gestita tramite un’app-portafoglio. La differenza principale con i pagamenti tradizionali è che non ci saranno commissioni per i clienti, mentre per gli esercenti saranno ridotte e regolate per legge togliendo potere ai circuiti privati come Visa, Mastercard e PayPal.
L’euro digitale sarà gestito direttamente dalla BCE, non dalle banche commerciali. E avrà un funzionamento tramite app, simile a un Satispay o a una ricaricabile PostePay, per intenderci.
Cioé avrai questa app-portafoglio su cui potrei mettere dei soldi, o dal tuo conto o anche direttamente allo sportello delle poste, in contanti, tant’è che non devi per forza avere un conto corrente per usufruirne. E quei soldi staranno nell’ap, non nel conto e potrai usarli per fare pagamenti direttamente col telefono.
C’è un limite massimo di 3-4mila euro che puoi caricare, per non fare concorrenza alle banche, e non si maturano interessi. Insomma è proprio come avere i soldi nel portafoglio, solo che quel portafoglio è digitale.
E questo è quanto. I contrari sono soprattutto a destra. Fratelli d’Italia teme una digitalizzazione forzata che penalizzi le fasce più anziane; la Lega sostiene che sia uno strumento di sorveglianza sui pagamenti, quest’ultima sembra un’obiezione infondata, perché il progetto prevede esplicitamente che i pagamenti in euro digitale siano non tracciabili, e possano avvenire anche senza connessione internet.
Il contante, in ogni caso, non sparirà: l’euro digitale è un’alternativa, non una sostituzione. Il vero obiettivo dichiarato dell’operazione, soprattutto in questo momento storico, è la sovranità europea: ovvero affrancarsi – o perlomeno ridurre la dipendenza – dai circuiti di pagamento americani in un momento in cui gli Stati Uniti non sono più un alleato affidabile.
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