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14 Aprile 2026
Podcast / Io non mi rassegno

La folle giornata di Trump, dalla chiusura di Hormuz agli attacchi al Papa – 14/4/2026

Aggiornamento sulla crisi con l’Iran e sul blocco di Hormuz, elezioni in Perù, prima carta africana per la sicurezza stradale, condanna di un’azienda per finanziamento dell’ISIS e Milei contro i ghiacciai.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Va bene, giusto un breve aggiornamento sulla situazione in Iran e dintorni. Ieri è entrato in vigore un blocco navale dello stretto di Hormutz anche da parte degli Usa. In che senso, direte voi, visto che era già bloccato? Nel senso che prima lo bloccava solo l’Iran, e quindi impediva di passare solo alle imbarcazioni provenienti da paesi che considera nemici, ma non ad esempio alle sue stesse imbarcazioni, o comunque stabilendo le condizioni, dazi, ecc. Questa cosa stava giovando molto anche economicamente all’Iran, che continuava a vendere il suo petrolio peraltro a prezzi molto alti.

La contromossa di Trump è di – a quel punto – bloccare anche le navi iraniane. Trump spera così facendo di costringere il regime iraniano a trattare, bloccandogli la principale fonte di ingresso economico. O di convincere la Cina a fare pressioni sull’Iran, perché buona parte del petrolio iraniano finisce in Cina. 

ma è una mossa rischiosa, perché se non funziona finisce solo per peggiorare la crisi energetica, bloccando anche quel poco di petrolio che passava. E poi potrebbero crearsi incidenti diplomatici, ad esempio se le navi da guerra Usa, che dovrebbero posizionarsi sufficientemente vicine allo stretto da poter minacciare di affondare le imbarcazioni che provano a passare, ma non troppo da essere esse stesse bersaglio dei missili iraniani, dovessero bloccare anche una nave cinese, o turca, e non solo iraniana. 

Nel frattempo Trump, pensando di non avere abbastanza nemici, ha pensato bene di prendersela col Papa, dicendo che se è stato eletto è solo merito suo, che è un debole e che non dovrebbe impicciarsi di politica, rinfacciandogli al tempo stesso di preferirgli suo fratello Louis, che invece è uno che ci capisce, e che è “all MAGA”, quindi una sorta di attivista politico del suo partito, secondo Trump. Non ho idea se sia vero o no, di certo però definire qualcuno all MAGA implica che si impicci di politica. Insomma, gli ecclesiastici possono occuparsi di politica solo se sono dalla parte giusta. Contestualmente Trump pubblicava una foto fatta con l’IA in cui lui stesso è ritratto nei panni di Gesù, mentre guarisce gente e crea la pace e la giustizia nel mondo.

Il che rende più chiaro come abbia fatto ad eleggere il Papa, il papa è scelto direttamente da Dio, Trump è figlio di Dio, in quanto Gesù, e quindi avrà avuto voce in capitolo. 

Oltre che in Ungheria, domenica si votava anche in Perù, per eleggere il nuovo  ola nuova Presidente. E anche qui a giocarsela al ballottaggio saranno due esponenti di destra. infatti domenica a primeggiare, ma senza che come previsto nessuno ottenesse la maggioranza assoluta, necessaria per evitare il secondo turno, sono stati Keiko Fujimori, del partito Fuerza Popular e Rafael Lopez Aliaga, del partito di estrema destra Renovacion Popular.

Il ballottaggio sarà il prossimo 7 giugno. Fujimori ha ottenuto circa il 17% dei voti mentre Lopez Aliaga il 13%. Ma poi gli altri candidati erano tutti attaccati, c’era un candidato centrista, uno di destra e due di sinistra che hanno preso tutto attorno al 10%, punto piu punto meno.

Fujimori è figlia ed erede politica dell’ex presidente Alberto Fujimori che ha governato il Paese dal 1990 al 2000, in modo via via più autoritario, che sciolse il Congresso nel 1992 ed è poi stato condannato per corruzione e violazioni dei diritti umani. La figlia Keiko andrà a un ballottaggio presidenziale per la quarta volta consecutivai precedenti li ha persi tutti.

Rafael López Aliaga invece è un imprenditore, ex sindaco di Lima e a livello politico è considerato di estrema destra, contrario ad aborto e diritti LGBTQ+, con un profilo legato al tradizionalismo cattolico.

In pratica è una specie di Bolsonaro in versione peruviana: molto conservatore sui temi sociali, molto duro su ordine pubblico e sicurezza, e con una forte immagine populista. In Perù è noto anche col soprannome “Porky” per la sua somiglianza con il personaggio fdi porky pig, il maialino della Looney Tunes, lui stesso si è spesso travestito da maiale in alcune manifestazioni contro la corruzione.

Domenica è entrata in vigore l’African Road Safety Charter, ovvero il primo accordo quadro continentale africano giuridicamente vincolante sulla sicurezza stradale. L’idea di questo accordo sulla sicurezza stradale non è una cosa nuova. Era stato adottato dall’Unione Africana nel 2016, ma per diventare operativo servivano 15 ratifiche; la quindicesima è arrivata con il Mozambico l’11 febbraio 2026, e visto che il testo prevede l’entrata in vigore 30 giorni dopo il deposito del 15° strumento di ratifica, eccoci qua

Considerate che l’Africa è oggi, secondo l’Oms, il continente con la situazione più critica sulla sicurezza stradale: i decessi sono aumentati del 17% fra 2010 e 2021, si parla di quasi 250 mila morti l’anno, e il continente ha ancora il tasso di mortalità stradale più alto al mondo

Ma cosa fa questa carta? come racconta L’Indipendente, In concreto la Carta obbliga gli Stati che la ratificano a fare una serie di azioni che dovrebbero migliorare la sicurezza stradale.Ad esemoio, creare o rafforzare un’agenzia nazionale per la sicurezza stradale; approvare e far rispettare leggi su velocità, alcol alla guida, casco, cinture e seggiolini; migliorare i dati sugli incidenti; investire in strade e veicoli più sicuri; e rafforzare i sistemi di soccorso pre-ospedaliero e post-incidente. Il tutto è allineato con l’obiettivo di dimezzare morti e feriti gravi entro il 2030

Il trattato vale solo per i Paesi che lo ratificano, quindi al momento Benin, Repubblica Centrafricana, Eswatini, Etiopia, Mali, Marocco, Mozambico, Namibia, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo, Uganda e Zambia. Ma potrebbe estendersi ulteriormente.

Il produttore di cemento francese Lafarge e otto suoi ex responsabili sono stati riconosciuti colpevoli lunedì dal tribunale di Parigi di finanziamento del terrorismo nel 2013 e 2014, per aver pagato gruppi jihadisti affinché lasciassero funzionare un impianto nel mezzo della guerra in Siria, il cementificio di Jalabiya da poco inaugurato e in cui erano stati investiti 680 milioni di euro. È stata riconosciuta anche la violazione di sanzioni europee.

L’impresa dovrà pagare l’ammenda massima di 1,125 milioni di euro, una cifra estremamente contenuta in confronto agli oltre 700 versati nel 2022 per evitare un processo analogo negli Stati Uniti. Ma le pene per i dirigenti sono pesanti: vanno dai 18 mesi ai 7 anni di detenzione. È stata fra l’altro disposta la carcerazione immediata dell’ex CEO Bruno Lafont, condannato a 6 anni.

La società, assorbita in seguito dalla multinazionale svizzera Holcim, ha effettuato versamenti a tre organizzazioni jihadiste tra cui l’autoproclamato Stato islamico, per un importo di quasi 5,6 milioni di euro, ha stabilito il tribunale correzionale nella sua sentenza. La Corte ha sottolineato come ciò abbia permesso loro di “preparare attentati terroristici”, in particolare quelli del gennaio 2015 in Francia. Alcune vittime del 13 novembre (data del Bataclan e degli attacchi ad esso legati, che avevano insanguinato Parigi) si erano peraltro costituite parti civili.

“Questa modalità di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, e principalmente dell’IS, è stata essenziale in quanto ha contribuito al controllo dell’organizzazione terroristica sulle risorse naturali della Siria, permettendole di finanziare atti terroristici sul posto e pianificati all’estero, in particolare in Europa”, ha sottolineato la presidente del tribunale, Isabelle Prévost-Desprez.

Per finire il cementificio di Jalabiya aveva dovuto essere evacuato nel settembre del 2014, per poi essere occupato dall’IS. “Ci si può lavare le mani e andarsene, ma che ne sarebbe stato dei dipendenti dell’impianto se ce ne fossimo andati?”, ha sostenuto durante l’interrogatorio Christian Herrault, ex direttore generale aggiunto di Lafarge. “Avevamo la scelta tra due cattive soluzioni, la peggiore e la meno peggiore”.

Per Bruno Pescheux, direttore all’epoca della filiale siriana di Lafarge, le decisioni di allora si possono spiegare con il fatto che la compagnia era convinta che il conflitto siriano sarebbe stato di breve durata.

Intanto va avanti in Argentina il piano delle 90 riforme da realizzare entro la fine dell’anno. Dopo le pensioni e il lavoro, il governo Milei ha messo le mani anche sui ghiacciai. La Camera dei Deputati ha infatti approvato con 137 voti favorevoli e 111 contrari la riforma che liberalizza le zone protette, autorizzando la conduzione di «attività produttive ed estrattive» anche nelle aree periglaciali, tutelate da una legge del 2010. Di fronte alla riduzione della tutela ambientale, a vantaggio di pochi interessi privati, le opposizioni hanno levato gli scudi, dando vita a una sessione fiume in Parlamento. Fanno sentire la propria voce anche le associazioni ambientaliste e persino le Nazioni Unite, che denunciano i rischi di una misura del genere sul clima.

A seguito della riforma Milei, la tutela ambientale per i ghiacciai resterà in vigore soltanto per quelle aree con «una funzione idrica comprovata o rilevante». La legge 26.639, del 2010, riconosceva invece i ghiacciai e gli ambienti periglaciali come delle riserve strategiche di acqua dolce, fondamentali per la vita umana. Pertanto venivano vietate le attività produttive ed estrattive. Come denunciato dalle opposizioni, la nuova definizione voluta dalla maggioranza Milei lascia ampia discrezionalità alle autorità provinciali, che stabiliranno quali zone periglaciali sfruttare, autorizzando attività minerarie e di estrazione degli idrocarburi. L’Argentina ha un enorme potenziale estrattivo, tra rame, oro e argento. Ci sono poi litio, terre rare, gas e petrolio. La più alta concentrazione di idrocarburi si trova nel giacimento di Vaca Muerta, in Patagonia, nell’estremo sud del Paese.

Di fronte alla riduzione della tutela ambientale, la società civile argentina non ha perso tempo e ha lanciato una campagna per chiedere l’abrogazione della riforma. In poche ore sono state raccolte più di 300mila adesioni, per quella che Greenpeace ha già definito «una pietra miliare nella storia ambientale argentina». Anche alcuni relatori delle Nazioni Unite hanno espresso perplessità nei confronti della misura, in un’epoca già segnata dai cambiamenti climatici. Questi ultimi, come denunciato da cittadini e associazioni, hanno contribuito allo scioglimento dei ghiacciai di cui l’Argentina è ricca. Le riserve idriche del Paese si sono ridotte del 17% nell’ultimo decennio.

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