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30 Giugno 2026
Podcast / Io non mi rassegno

L’Ue, il Colle, il Papa: tutti contro il ddl caccia – 30/6/2024

Il DDL caccia è sotto la lente di Commissione Ue, Quirinale e Vaticano; il Piano Casa passa alla Camera con diverse criticità strutturali; in Venezuela i soccorsi procedono a rilento; il Burkina Faso interrompe le relazioni diplomatiche con la Francia.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Abbiamo già parlato del nuovo disegno di legge sulla caccia in discussione al parlamento. È passato alla camera, ora è al senato, nel frattempo sono cresciute le polemiche per una legge che a quasi 35 anni di distanza dall’ultima legislazione sulla caccia, va a modificare quella del 1992, in direzione abbastanza anacronistica. 

Perché, come raccontavamo già la scorsa settimana, se nel frattempo la caccia è praticata da sempre meno persone e una maggioranza schiacciante di persone vorrebbe persino abolirla, se diverse sentenze recenti hanno affermato il diritto delle persone a vietare la caccia sui propri terreni per la prima volta, ecco, di fronte a un Paese che va in una certa direzione il governo sceglie la strada opposta, aumentando le specie abbattibili, estende le aree in cui è consentita l’attività, allungando i calendari, consentendo le esche vive e tante altre cose. Insomma si va verso la deregolamentazione, e questo ha suscitato reazioni veementi da parte di organizzazioni ambientaliste, e una buona fetta di mondo scientifico e di società civile.

Ad avere gli occhi puntati sulla legge in discussione al Senato però non è solo la società civile. Ma anche l’Ue. Avevamo già parlato delle possibili infrazioni di questa legge rispetto alle due principali direttive europee, Uccelli e Habitat, che tutelano la biodiversità. Ora è arrivato un ulteriore segnale in questo senso. E non solo dall’Europa. Leggo sul Corriere: “Sul nuovo disegno di legge sulla caccia approvato al Senato e ora all’esame della Camera, che aumenta le specie abbattibili, estende le aree in cui è consentita l’attività e allunga i calendari, è alta l’attenzione di Commissione europea, Quirinale e anche del Vaticano”.

Durante il ponte (ieri a Roma si festeggiavano San Pietro e Paolo), gli uffici legislativi del Colle sono ovviamente chiusi eppure tra i parlamentari di Avs e Pd si spera che la moral suasion di Mattarella riesca a convincere la maggioranza a frenare l’iter per aprire una riflessione. Ma Lega e FdI spingono per correre verso l’approvazione finale. Al Quirinale non confermano contatti con i vertici dell’esecutivo per limare il testo, però fonti parlamentari si dicono certe che il governo abbia già fatto qualche ritocco per non incorrere nella censura di Bruxelles per problemi di compatibilità con la disciplina Ue. 

Il faro del Quirinale è acceso e puntato sulla legge. Già domani gli uffici diretti da Daniele Cabras riprenderanno l’esame degli articoli e anche il presidente Mattarella di certo guarderà con attenzione il testo. [curiosa la scelta del giornalista di nominare con nome e cognome un tecnico, Daniele Cabras, che sarebbe il Consigliere di Stato che dirige l’Ufficio per gli Affari Giuridici e le Relazioni Costituzionali della Presidenza della Repubblica. Ovvero. colui che analizza tecnicamente, o ancora meglio, che guida il team di tecnici che analizzano i testi di legge per verificare se sono costituzionalmente corretti o se violano norme europee]. 

Riprendo la lettura. Se verranno accertate violazioni del diritto comunitario, i giuristi della Presidenza della Repubblica potrebbero chiedere al governo di sbianchettare eventuali passaggi a rischio di incostituzionalità”.

Al tempo stesso la direttiva è attenzionata in Ue. “Il 18 dicembre scorso la Commissione Ue aveva inviato una lettera di quattro pagine al direttore generale della Tutela della biodiversità e del mare e per conoscenza al Dipartimento amministrazione generale, pianificazione e patrimonio naturale, entrambi del ministero dell’Ambiente”. La Commissione europea evidenziava diversi possibili conflitti con il diritto dell’Ue, in particolare con la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat.

Ieri la portavoce della commissione Ue Anna-Kaisa Itkonen, durante il briefing con la stampa a Bruxelles ha spiegato che – mi sposto su repubblica – “La Commissione europea sta seguendo “attentamente” il disegno di legge sulla caccia, approvato al Senato e ora all’esame della Camera, che aumenta le specie cacciabili, allunga i calendari venatori e amplia le aree in cui si può sparare alla selvaggina”. 

Il provvedimento, dice Itkonen, “è ancora in fase di bozza. Siamo in contatto con le autorità italiane. Continuiamo a esserlo, ma per quanto riguarda un eventuale commento sulla legislazione relativa alla caccia, lo faremo solo dopo che l’iter legislativo in Italia sarà concluso. Tuttavia, è corretto affermare che stiamo seguendo attentamente la questione e che ne seguiremo gli sviluppi”.

Non ultimo ci si è messo anche il Papa – che è molto più politico di come sembrava inizialmente. In pratica la Lipu aveva scritto un appello al Papa, che ha risposto in maniera rapida e solerte. Nella lettera l’associazione ambientalista aveva scritto “Sarebbe di inestimabile valore, Santità pur sapendola impegnata in altre e grandi questioni, spirituali e sociali, una Sua parola, un Suo pensiero di pace e attenzione rivolto alla natura e a chi ha la responsabilità di proteggerla”.

Con grande sollecitudine il Papa ha risposto alla Lipu, per tramite della Segreteria di Stato, con parole sentite e tutt’altro che di circostanza. Pur sottolineando l’indiscutibile terzietà della Santa Sede rispetto alle “tematiche legislative degli Stati”, Papa Leone ha definito il tema “una questione di grande rilevanza sociale e morale”, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera” svolta nei riguardi della natura e “pregando affinché siano esauditi i legittimi desideri della Lipu”.

Insomma, i dubbi sono tanti e arrivano da tante direzioni diverse. Vediamo se saranno sufficienti a convincere il governo a limare la proposta, per quanto, devo essere onesto, sono talmente tanti gli aspetti discutibili di questa legge che anche una sua approvazione in forma leggermente migliorata sarebbe comunque un grosso guaio.

Nel trambusto generale, ci eravamo persi che la Camera ha approvato il Piano Casa, il famoso piano del governo per far fronte alla crisi abitativa, attualmente passato quindi al Senato.

Nella newsletter Hubitare – oltre le Mura, di MeWe, Elisa Cutuli ha analizzato nel dettaglio cosa contiene questo testo, dandoci diversi spunti ulteriori di riflessione. Dico ulteriore perche della questione ci eravamo già occupati quando il governo aveva presentato il ddl. 

Il piano, leggo nella newsletter, si regge su tre pilastri. Primo: recuperare 60mila alloggi popolari oggi vuoti perché fatiscenti o non a norma. Secondo: creare un fondo da oltre 10 miliardi, che metta insieme risorse europee e nazionali da destinare all’housing sociale e alla crisi abitativa. Fra l’altro, piccola parentesi, la gestione di questo fondo viene affidata a INVIMIT SGR, società di proprietà del Ministero dell’Economia e dell Finanze, che fino a ieri aveva come unico compito quello di vendere il patrimonio immobiliare pubblico per fare cassa, e a cui il governo affida ora questo nuovo compito di gestire questo fondo.

Terzo pilastro: coinvolgere i privati. Come? Garantendo agevolazioni, semplificazioni amministrative, procedure accelerate per gli investitori – immagino che stiamo parlando soprattutto di choi vuole costruire nuove case – a patto che su 100 alloggi realizzati, almeno 70 siano destinati all’edilizia convenzionata, con prezzi o canoni inferiori di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato.

Questa è l’architettura della legge. Elisa Cutuli e MeWe però fanno anche un lavoro di analisi e commento che ho trovato particolarmente utile. Perché questo piano presenta anche diverse criticità.

La prima riguarda, leggo “la forte tendenza a individuare nella costruzione di nuove abitazioni la soluzione principale, se non esclusiva, alla crisi abitativa”. 

Questo è un problema per due motivi: innanzitutto, questo punto voglio stressarlo particolarmente io, perché abbiamo già cementificato troppo, e proprio in questi giorni ne vediamo gli effetti. Città con superfici verdi ridotte sono delle bombe di calore, e poi rischiano di diventare delle bombe idrogeologiche quando tutta l’energia accumulata in atmosfera dal calore si trasforma in fenomeni meteo altrettanto estremi come downburst, uragani ecc.

E poi perché non risolve il problema. Cioé: il problema dell’abitare in Italia oggi non è che mancano fisicamente le case, è che per come è strutturato il sistema, le case non sono accessibili a tutti. È lo stesso meccanismo per cui non si riesce a risolvere la fame nel mondo semplicemente producendo più cibo, se non si cambia il meccanismo distributivo. 

In questo caso il problema, come mostrano i dati riportati nell’articolo, è principalmente economico. L’Osservatorio CPI su dati Istat ci dice che il disagio abitativo oggi non è concentrato nelle aree più povere, ma nelle regioni del Centro-Nord, quelle economicamente più dinamiche, dove i prezzi delle case sono cresciuti molto più velocemente degli stipendi. Gli affitti brevi hanno ridotto ulteriormente l’offerta facendo salire i prezzi alle stelle. Queste sono le dinamiche attuali.

E come spiega il pezzo, pensare di risolvere questa dinamica semplicemente introducendo più appartamenti a prezzo calmierato è abbastanza illusorio. Innanzitutto perché canoni del 33% inferiori al mercato, sono comunque canoni alti in luoghi – prendiamo Milano – dove il prezzo medio supera i 5.000 euro al metro quadro.

E poi il decreto mescola fra loro l’edilizia popolare, le case popolari classiche, e l’housing sociale. Che sono due cose diverse: le case popolari sono case che vengono distribuite in base a una graduatoria pubblica, basata sull’Isee, e hanno un canone concordato molto molto basso, sono pensate per le famiglie o le persone in stato di povertà o giù di lì. L’housing sociale è una cosa diversa, pensata per una zona grigia di persone o famiglie che non rientra nei criteri per accedere all’edilizia pubblica, ma non riesce a permettersi una casa nel mercato tradizionale. L’housing sociale ha canoni più alti e logiche di mercato. Se tratti queste due cose come equivalenti, il rischio è che i soldi pubblici scivolino verso chi può permettersi canoni un po’ più alti, lasciando indietro chi ha davvero più bisogno.

Insomma, ci sono diverse cose da sistemare. Adesso la legge è in discussione al Senato, e poi se passerà, e anche in base a come passerà, ci saranno gli altrettanto importanti decreti attuativi da seguire, che daranno corpo e gambe alla legge. Ci aggiorniamo

Fra le tante cose incomprensibili nei comportamenti di noi esseri umani, ce n’è una più incomprensibile delle altre. L’acqua in bottiglia. Non è un’accusa verso chi la compra e la beve, però mi sembra un esempio incredibile della potenza del marketing e di come sia in grado di condizionare i nostri comportamenti e spingerci a fare cose assurde. 

Vedetela così: c’è una sostanza essenziale per la nostra sopravvivenza, che ci arriva gratuitamente a casa, controllatissima. E molti di noi preferiscono andare al supermercato, comprarla in bottiglia, facendo anche la fatica di portarla a casa e pagandola. 

A questo tema Daniel Tarozzi ha dedicato l’ultima puntata di Soluscions, in compagnia di del gironalista esperto Luca Martinelli. Ve ne faccio ascoltare un estratto:

Contributo disponibile nel podcast

Ieri è stata una giornata da caldo record in varie città italiane. Sono ormai più di dieci giorni consecutivi che l’Italia è dentro questa cupola di calore, che sovrasta anche la Francia, la Germania, il Regno Unito, La Spagna, insomma diversi paesi europei. Un’ondata di calore straordinaria, ma al tempo stesso sempre più ordinaria. 

Oggi però dovrebbe esserci il primo cambiamento, anzi in alcune città già da ieri sera, è previsto uno switch abbastanza violento. Il fatto è che tutta l’energia potenziale accumulata in atmosfera dall’ondata di calore, rischia di trasformarsi in alcune zone in temporali molto violenti. E come dicevamo prima, le nostre città non sono state progettate, pensate, per questo clima. e dobbiamo adattarle. 

A quattro giorni dai terremoti che hanno colpito la zona nord del Venezuela, quella che si delinea è una tragedia enorme, e mi stupisco, ma forse nemmeno troppo, che la faccenda stia già lentamente sparendo dalla maggior parte dei media mainstream. 

Come raccontavamo venerdì, il problema non è stata solo la violenza del terremoto, ma il fatto che le infrastrutture fossero vecchie e fatiscenti e che adesso i soccorsi vadano a rilento e gli ospedali siano al collasso. leggo sul Post. “L’arrivo degli aiuti internazionali, seppure ingente, non è sufficiente per la portata del disastro. Il regime al governo si è mostrato incapace di fornire una risposta adeguata, in parte per la propria corruzione e inefficienza e in parte per la gravissima situazione economica nazionale: mancano infrastrutture e mezzi da anni”. 

Tant’è che gran parte delle operazioni di soccorso è ancora svolta dalla popolazione, che scava per lo più con le mani o con mezzi di fortuna. Il governo dichiara 1.450 morti e oltre 3.100 feriti, ma una piattaforma pubblica che raccoglie le segnalazioni dei dispersi ne conta quasi cinquantamila. L’esercito è presente nelle zone colpite, ma secondo numerose testimonianze si rifiuta di aiutare nei soccorsi — il suo compito, come sempre sotto questo regime, è mantenere l’ordine. In alcune località la popolazione si è rivoltata contro i soldati, costringendoli ad aiutare.

Intanto il 26 giugno, venerdì, il Burkina Faso ha interrotto ufficialmente le relazioni diplomatiche con la Francia, accusandola di “attivismo incessante” contro i suoi interessi e di “ambizioni neocoloniali” legate al sostegno di reti sovversive. È l’ultimo atto di un deterioramento dei rapporti iniziato dopo il colpo di Stato del 2022 che ha portato al potere la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré, e si inserisce in un quadro più ampio: anche Mali e Niger, anch’essi guidati da giunte militari, hanno progressivamente allontanato la Francia, rafforzando invece la cooperazione regionale attraverso l’Alleanza degli Stati del Sahel. Parigi ha definito la decisione “ostile e infondata” e sta valutando misure di reciprocità. 

Dietro alla scelta si muovono tante tensioni e dinamiche sotterranee, come le pressioni di potenze estere, in primis la Russia, ma anche uno spirito di rivalsa rispetto al passato/presente coloniale che Ibrahim Traorè vuole cancellare.

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