L’uccisione di Fakir Abderrahim e il problema della violenza – 21/7/2026
A Bologna un uomo muore durante un fermo di polizia; in India la protesta del Cockroach Janta Party porta in piazza oltre diecimila persone contro il governo Modi.
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Fonti
Trascrizione episodio
“Domenica al Pilastro, un quartiere periferico nella parte nord est di Bologna, un uomo è morto mentre veniva immobilizzato a terra da due poliziotti, davanti ad alcuni soccorritori del 118 e ad alcuni residenti. Si chiamava Abderrahim Fakir e aveva poco più di 40 anni. Un residente ha ripreso dall’alto con il telefono l’intervento degli agenti, e il video è stato successivamente diffuso dalla famiglia di Fakir”.
Sono sul Post che racconta un caso molto controverso successo domenica a Bologna, di cui stanno parlando tutti in Italia. E che si va a sovrapporre, almeno in parte, tematicamente, ad un’altra vicenda molto dibattuta, quella di un gioielliere condannato per duplice omicidio verso due rapinatori.
Ma ci arriviamo. Il video è impressionante, ritrae Fakir sdraiato a terra a faccia in giù, con due poliziotti a cavalcioni sulla schiena e sulle gambe, e con un’altra persona, apparentemente un civile, che gli tiene ferme le caviglie: lo si sente gridare e chiedere aiuto per oltre due minuti, per poi restare immobile. Quando gli agenti lo girano, è già morto.
Come siamo arrivati qui? I giornali ricostruiscono la vicenda all’incirca così. Abderrahim Fakir aveva 42 anni, era di origini marocchine e viveva in Italia da quando aveva sette anni. Non aveva ancora la cittadinanza, aveva fatto domanda d’asilo. Viveva a Borgonuovo, vicino Bologna e aveva un’azienda di facchinaggio e pulizie. Quel giorno era andato al Pilastro per trovare degli amici che aveva in zona.
Verso mezzogiorno, però, alcuni abitanti della zona chiamano la polizia perché Fakir è agitato. La questura di Bologna ha diffuso una nota in cui dice che la polizia era stata chiamata sul posto da alcuni condomini, che avevano segnalato una persona «in escandescenza». La nota dice anche che «gli agenti, per contenere il soggetto», erano «stati aiutati da altri cittadini, anche a seguito del danneggiamento di un’auto».
Gli agenti arrivano, lo bloccano a terra con l’aiuto di un residente, gli mettono fascette ai polsi e alle caviglie, e a un certo punto — dopo oltre due minuti in cui lui grida e chiede aiuto — smette di muoversi. I soccorritori del 118 erano lì accanto, ma si avvicinano solo dopo che un poliziotto si accorge che non risponde più. Fakir era già morto.
Non è ancora chiaro se avesse problemi di salute pregressi (la famiglia parla di cuore e asma): lo dirà l’autopsia. A quel punto la famiglia accusa la polizia di averlo ucciso, e la sera stessa circa 300 persone si sono radunate al Pilastro per un presidio spontaneo di solidarietà. Ieri c’è stata anche una manifestazione in piazza Nettuno.
La vicenda poi è proseguita sul piano giuridico, con un fatto del tutto nuovo. Lunedì mattina la procura ha aperto un procedimento per omicidio colposo, ma invece di iscrivere subito le sei persone coinvolte, due poliziotti e quattro sanitari, nel registro degli indagati, le ha iscritte in un registro nuovo, il “modello 45-bis”, che permette di prendersi più tempo prima di procedere formalmente, se si ritiene che abbiano agito con una giustificazione. È uno strumento nato col decreto sicurezza, molto criticato, che secondo i suoi detrattori introdurrebbe una sorta di scudo penale per le forze dell’ordine.
Questa è la prima volta che viene usato in un caso del genere in Italia, e questo non fa che alimentare le polemiche.
Va detto per correttezza che non è una immunità, nel senso che se dalle indagini emergesse che c’è un presunto reato queste persone verranno comunque indagate, diciamo che c’è un passaggio legale in più. Il procuratore capo Paolo Guido ha detto che verranno fatti «tutti i necessari accertamenti» e che si terrà conto «dell’intero sviluppo dei fatti», compresi i minuti prima di quelli ripresi nel video circolato online, grazie alle immagini delle bodycam. Che peraltro, la bodycam, è un’altra novità introdotta dal decreto sicurezza, che era stata immaginata soprattutto come modo di identificare meglio aggressioni rivolte contro la polizia, ma che in questo caso potrebbe avere la funzione opposta.
La tragedia, richiama da vicino quello del ragazzo egiziano di 19 anni morto a Milano lo scorso novembre durante un inseguimento della polizia, sta dividendo l’opinione pubblica, soprattutto il comportamento dei poliziotti. Dando per buono che non ci sia intenzionalità nell’omicidio, che chi sostiene che i poliziotti abbiano agito nel perimetro di quanto gli p consentito, altri che sostengono che abbiano fatto un uso eccessivo della violenza, invocando il modello ICE.
Ci penserà la procura a indagare e ricostruire i fatti per capire se la morte dell’uomo sia un esito sfortunato di un esercizio diciamo legittimo, oppure se si sia andati oltre.
La questione però si è inserita in una polemica già viva, legata ad alcuni fatti di cronaca delle ultime settimane. Pochi giorni prima, infatti, si è chiusa in Cassazione un’altra storia che parla sempre di un uso eccessivo della forza.
È il caso di Mario Roggero, il gioielliere del Cuneese, che nel 2021 uccise due dei rapinatori che avevano appena assaltato il suo negozio, e ne ferì un terzo. Il 15 luglio scorso la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a 14 anni e 9 mesi, respingendo la tesi della legittima difesa, perché — dicono le sentenze — Roggero ha sparato quando i rapinatori erano già in fuga, quindi quando il pericolo era ormai cessato.
Roggero rra è in carcere, e Matteo Salvini ha chiesto al presidente Mattarella di valutare la grazia. Mentre Elon Musk, l’uomo che dovrebbe occuparsi di portare l’umanità su Marte, ha detto che è un’assurdità e che sono i giudici e i pm che andrebbero condannati.
Ironizzo, ma conosciamo ormai bene il pattern dietro agli interventi di Musk, che è quello dell’accelerazionismo turbocapitalista, per cui Musk si diverte a aizzare le estreme destre europee per destabilizzare il continente.
Andiamo indietro di qualche altro giorno e c’è il caso, a San benedetto del Tronto, nelle Marche, di un sedicente imprenditore del lusso e membro di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci che ha pestato in strada un rifugiato iracheno che stava protestando per via di un esproprio di beni personali da parte della polizia. E non pago di averlo pestato, ha pubblicato lui stesso il video sui social cercando consensi per la sua azione.
Allora, proviamo a mettere in fila qualche considerazione. Perché mi sembra che si stiano moltiplicando questi casi e che si stia diffondendo la logica – anzi forse il mito – del giustiziere, di colui che nella giungle urbana si fa giustizia da solo. Innanzitutto, cosa non è utile in un contesto così? Non è utile entrare nella logica della tifoseria. Capisco che di fronte a un’ingiustizia -qui parliamo anche di omicidi – è difficile resistere alla tentazione di scagliarsi contro i presunti colpevoli. Però se ci pensate è la stessa logica che forse porta a quegli omicidi.
Nella testa del militante di Futuro Nazionale, il povero cristo iracheno è il colpevole di qualcosa e lui sta ristabilendo l’ordine. Così come nella testa di qualcun altro i colpevoli da punire sono i poliziotti, o il gioielliere.
Il bello però di vivere in uno stato di diritto, però, è che non siamo noi a dover ristabilire la giustizia. E quindi il nostro odio non serve a niente, anzi crea solo un mondo peggiore in cui vivere. Non voglio fare il santone predicatore, ma rifletteteci. Noi possiamo provare compassione tanto per i ladri, che stavano facendo qualcosa di sbagliato e hanno pagato con la vita, quanto per il gioielliere, che si è trovato aggredito e ha reagito in maniera spropositata, e che comunque si è rovinato la vita. Non c’è nessun vincitore in questa storia. Noi possiamo provare compassione per il gioielliere pur riconoscendo che ha sbagliato e che è corretto che gli sia riconosciuta una pena, perché non può passare il messaggio che io posso farmi giustizia da solo.
Posso provare compassione per la persona uccisa e per i poliziotti, avendo fiducia (fino a prova contraria, s’intende) che la giustizia faccia il suo conto. Il bello dello stato di diritto è che possiamo permetterci il lusso di provare compassione al posto della rabbia.
E vi dirò di più, la compassione rinforza lo stato di diritto e rinforza la giustizia. Non ho la prova contraria, ma è probabile che in un clima d’odio i poliziotti siano più carichi e violenti, Perché si sentono investiti di una missione di giustizieri. In un clima di compassione il poliziotto può fermare lo stesso chi infrange la legge, ma con lo stesso spirito con cui un genitore ferma il figlio che si sta menando con un altro bambino.
Non voglio volare troppo con l’immaginazione, sto estremizzando per far capire il concetto e per immaginare dove potremmo arrivare, in una società evoluta. Per crearla però è importante iniziare noi per primi. Se gli altri fomentano l’odio, la risposta migliore non è rispondere con la stessa moneta, ma giocare a un altro gioco.
Intanto in India la protesta dei cosiddetti scarafaggi contro il governo Modi ha scritto un nuovo capitolo importante, continuando ad allargarsi settimana dopo settimana e arrivando finalmente a portare in piazza una folla importante.
Ne abbiamo già parlato di questa storia ma ve la riracconto, riassumendola. Tutto parte da un’aula di tribunale, il 15 maggio scorso. Il presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, durante un’udienza che non c’entrava nulla con tutto questo, si lascia andare e attacca chi si lamenta online e fa attivismo contro il governo: li chiama «scarafaggi», «parassiti della società», gente che non trova lavoro e per questo se la prende con il sistema. Considerate che non è un politico qualunque a dirlo, è il capo della magistratura indiana, il custode della Costituzione.
A quel punto un ragazzo di trent’anni, Abhijeet Dipke, che ha studiato a Boston comunicazione politica, risponde su X con una provocazione. Scrive: «E se tutti gli scarafaggi si unissero?». Nel giro di un giorno fonda online il Cockroach Janta Party — il Partito popolare degli scarafaggi, un gioco di parole che scimmiotta il nome del partito di governo di Modi, il Bharatiya Janata Party. Il manifesto si presenta come “la voce dei pigri e dei disoccupati”, e in pochi giorni la pagina Instagram supera i 20 milioni di follower.
Online il fenomeno diventa globale e di massa. Inizialmente però, come avevamo raccontato la volta scorsa, il salto alla piazza era stato deludente e alla prima manifestazione avevano partecipato qualche migliaia di persone.
La manifestazione si era incentrata su una serie di scandali legati al sistema scolastico e universitario indiano, culminati con l’annullamento e la ripetizione del test di ammissione a medicina, dopo che era emerso che le domande erano trapelate in anticipo, come avviene ogni anno (un fatto che causa anche migliaia di suicidi fra gli studenti, che si vedono superare da chi ha barato) e che genera molta rabbia nelle generazioni più giovani.
Il secondo tentativo è andato diversamente. Complice anche il fatto che il 28 giugno alle proteste si è unito un nome molto pesante per l’opinione pubblica indiana, l’ambientalista e attivista Sonam Wangchuk, che ha iniziato uno sciopero della fame a Jantar Mantar, l’antico osservatorio astronomico di Delhi diventato il quartier generale della protesta. Sabato scorso, dopo oltre venti giorni senza mangiare, la polizia lo ha prelevato con la forza e lo ha porta in ospedale per cure mediche essenziali, scatenando critiche anche dall’opposizione, con Rahul Gandhi in prima fila. Wangchuk, dall’ospedale, ha fatto sapere che vuole continuare comunque il digiuno, arrivato al ventitreesimo giorno.
Ieri, i manifestanti si sono spostati da Jantar Mantar verso il parlamento per una marcia molto partecipata, soprattutto di giovani. Non ci sono numeri precisi, ma a giudicare dal risalto che la marcia ha avuto per il governo parliamo di diverse migliaia di persone. La polizia risponde con lacrimogeni e cariche per impedire che superassero le barriere, e diverse persone presenti — compresi gli inviati della BBC — hanno segnalato difficoltà ad accedere a internet nella zona, cosa che in questi contesti raramente è un caso.
Il governo, per ora, tiene una linea durissima: il ministro dell’Istruzione, molto vicino a Modi, liquida i manifestanti come «terroristi di serie B». L’unica apertura, molto piccola, è arrivata nella serata di ieri con un incontro lampo tra due portavoce del movimento e il ministro della Sanità Nadda, che si limita a dire che ne parlerà con il resto del governo. Dipke intanto invita tutti a continuare la mobilitazione finché non arriverà una risposta concreta dal governo.
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