Armenia e Perù, due elezioni che dividono il mondo a metà – 9/6/2026
Le elezioni parlamentari in Armenia vinte da Pashinyan nonostante le interferenze russe, il ballottaggio presidenziale in Perù e i risultati dei ballottaggi comunali in sei capoluoghi italiani tra cui Lecco, Arezzo e Agrigento.
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Fonti
#Armenia
Il Fatto Quotidiano – Elezioni Armenia, Pashinyan vince e porta il paese verso l’UE
Il Post – La Russia ce l’ha messa tutta per influenzare le elezioni in Armenia
Osservatorio Balcani Caucaso – Armenia al voto: molto più di una scelta tra Mosca e Occidente
Internazionale/Reuters – Armenia arrests six candidates for pro-Russian opposition day before vote
#Perù
El Comercio – Keiko Fujimori, Roberto Sánchez y los ballotages más reñidos de la historia peruana
#ElezioniComunali
Il Post – Risultati elezioni comunali: chi ha vinto ad Arezzo, Macerata, Lecco, Chieti, Trani e Agrigento
Il Post – L’affluenza definitiva al secondo turno delle elezioni comunali
Trascrizione episodio
Nel Caucaso meridionale, in Armenia, altro paese in cui si sono tenute elezioni molto importanti. Trattavasi di elezioni parlamentari per formare il nuovo governo, e come ormai avviene sistematicamente per tutta quella fascia di Paesi ce si trovano lungo il fronte freddo fra Europa dalla Russia, queste elezioni non riguardavano e non interessavano solo agli e alle armene, ma a un sacco di altre persone.
Facciamo un passo indietro perché serve un po’ di contesto. L’Armenia è una piccola repubblica nel Caucaso, tre milioni di abitanti, incastrata tra Russia, Turchia, Azerbaijan e Georgia. Per decenni è rimasta nell’orbita di Mosca, membro della Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, o CSTO — che è una specie di NATO a guida russa — e dipendente dal gas russo.
Poi è arrivato il 2018 e quella che viene chiamata la Rivoluzione di velluto: è sempre difficile giudicare una rivoluzione, perché per l’Occidente la rivoluzione di velluto è stata una rivolta popolare pacifica che ha spodestato un apparato oligarchico logoro; per la russia è un colpo di stato finanziato da Washington. A quanto ne sappiamo, la verità sta un po’ nel mezzo, nel senso che soprattutto il programma UsAid ha finanziato ampiamente la società civile armena, ma le rivolte che hanno portato alla caduta dell’oligrchia avevano ragioni endemiche e in buoina parte si sono discostate da quelle influenze esterne.
Fatto sta che al potere è andato, nel 2018, un giornalista, Nikol Pashinyan. Che è lo stesso uomo che ieri ha vinto le elezioni e che si appresta a governare per un terzo mandato.
In questi otto anni Pashinyan ha progressivamente allontanato l’Armenia dall’influenza della Russia. La cosa non è piaciuta a Putin, tant’è che quando nel 2023 l’Azerbaijan ha attaccato e riconquistato con la forza il Nagorno-Karabakh, una regione contesa dentro il territorio azero, e oltre centomila persone di etnia armena sono state costrette a scappare, la Russia, che aveva truppe di pace lì, non ha fatto nulla.
Per gli armeni è stato uno shock enorme, nel senso che per decenni avevano accettato la presenza russa in cambio di una garanzia di sicurezza. Da quel momento Pashinyan ha accelerato sulla rotta occidentale. Ha congelato la partecipazione alla CSTO, ha ottenuto il ritiro graduale delle truppe russe dai confini, e solo un mese fa — il 4 e 5 maggio — Erevan, la capitale, ha ospitato il primo summit ufficiale tra Armenia e Unione Europea. Un segnale politico chiarissimo, come racconta un articolo sul sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso.
A quel punto la Russia ha reagito cercando di influenzare le recenti elezioni, per far tornare il Paese nella sua sfera di influenza. Il Post ricostruisce bene cosa è successo negli ultimi mesi: Mosca ha ridotto le importazioni di prodotti armeni — alcolici, prodotti agricoli — e ha minacciato di rivedere le forniture di gas a prezzi agevolati. E parallelamente ha avviato una campagna di disinformazione sistematica contro Pashinyan, diffondendo notizie false su presunti casi di corruzione, accuse di aver organizzato attacchi contro la Russia, e persino voci su malattie gravi che starebbe nascondendo. Dietro alla campagna, a quanto pare, ci sarebbe il famigerato Storm-1516, un gruppo propagandistico organizzato che lavora per conto del Cremlino, lo stesso che ha operato in Moldavia e Romania.
Leggo sul Post:
Secondo alcune fonti di intelligence sentite dall’agenzia di stampa britannica Reuters ha partecipato a questa campagna anche Storm-1516, un noto gruppo propagandistico che genera e diffonde disinformazione online per conto del governo russo, e Social Design Agency (SDA), una società di marketing russa specializzata nella realizzazione di brevi video con cui diffonde notizie false contro avversari politici. Per via della sua attività SDA è stata sanzionata dall’Unione Europea.
Proprio secondo Reuters la Russia ha ideato un piano per spostare le persone armene residenti in Russia e farle votare per candidati filorussi. Secondo le leggi armene il voto dall’estero non è consentito e quindi bisogna recarsi fisicamente ai seggi in Armenia.
In Russia vivono circa 2 milioni di armeni. Le autorità russe avrebbero calcolato un costo di più di 40 milioni di euro per far votare 100mila persone. A metà maggio il governo russo avrebbe stabilito quanti armeni ogni regione russa doveva inviare e chiesto agli amministratori locali di fornire rapporti sui progressi di questo piano”.
Ora, non è chiaro se questo piano sia stato o meno attuato, in che misura, né possiamo essere certi che esistesse veramente.
Al tempo stesso, prima delle elezioni diversi leader dell’opposizione sono stati fatti fuori, politicamente parlando. Come riporta Reuters, “Le autorità armene hanno arrestato sabato sei candidati di un partito di opposizione filorusso, il giorno prima che si svolgessero le elezioni, senza fornire alcuna spiegazione pubblica per le detenzioni. I candidati appartenevano al partito Armenia Forte, guidato dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, che si trova agli arresti domiciliari con l’accusa di aver istigato al rovesciamento del governo — accuse che lui respinge come politicamente motivate”.
Fatto sta che alla fine Pashinyan ha vinto. Il suo partito ha sfiorato il 50% dei voti, contro le opposizioni filorusse che sono rimaste frammentate e indebolite anche dalle contorversie legali. Cosa dobbiamo aspettarci? E cosa comportano queste elezioni, su cui in tanti sembrano aver investito tanto, sull’assetto geopolitico dell’area?
Torno su Osservatorio Balcani Caucaso, per tracciare qualche linea generale: Pashinyan ha costruito la sua visione attorno all’idea di una “Armenia reale”, pragmatica, che accetta la realtà del Nagorno-Karabakh perduto e scommette sulla pace con l’Azerbaijan e persino Turchia, che tiene il confine chiuso dagli anni Novanta.
Una cosa positiva, direi, ma con qualche ma. La pace potrebbe essere motivata economicamente. Pashinyan è infatti uno dei principali supporter del progetto TRIPP, acrinimo che sta per “Trump Route for International Peace and Prosperity”, ovvero un corridoio logistico, energetico e digitale che collegherebbe l’Azerbaijan alla sua exclave del Nakhichevan passando attraverso il territorio armeno e gestito da un consorzio americano e integrato nelle rotte commerciali tra Asia e Europa. Pashinyan ci vede un’opportunità enorme per trasformare l’Armenia in un nodo strategico tra est e ovest. Tant’è che Trump aveva addirittura fatto un endorsement pubblico a Pashinyan su Truth Social.
E poi c’è la questione dei diritti. Leggo su Osservatorio Balcani Caucaso: “mentre lo spazio pubblico si satura di retoriche aggressive e narrazioni allarmiste, in una logica amico-nemico che diffida di ogni voce critica, i segnali di un’erosione dello stato di diritto appaiono più evidenti.
Pashinyan è arrivato al potere promettendo la democrazia, e sebbene l’Armenia non sia mai stata così libera, si rafforzano i sospetti di un’applicazione selettiva della giustizia, mentre i media indipendenti e le organizzazioni della società civile denunciano crescenti pressioni: una tendenza che non può essere legittimata dalla necessità di difendersi dalle interferenze esterne. È anche su questo terreno, non meno importante, che verrà definito il futuro del Paese”.
In Perù è successo di nuovo. Roberto Sánchez ha battuto Keiko Fujimori al ballottaggio per poche migliaia di voti, per uno 0 virgola 0 qualcosa. Un margine così sottile che l’autorità elettorale peruviana, l’ONPE, ha già avvertito che il conteggio definitivo arriverà a luglio, dopo che tutte le probabili controversie sui conteggi saranno state risolte. Per settimane, quindi, il Perù resterà tecnicamente senza un presidente eletto ufficialmente. Anche se al momento gli scrutinii sembrano indicare la vittoria del candidato di sinistra.
Se il risultato verrà confermato, sarà la terza volta di fila che Keiko Fujimori perde un ballottaggio per pochi voti. Nel 2016 fu battuta da Kuczynski per 41.000 voti, lo 0,2%, 48,8% contro 50,2. Nel 2021 perse contro Pedro Castillo per 44.000 voti, lo 0,3%. Stavolta lo schema si ripete, con la stessa precisione quasi matematica che a questo punto non può essere un caso.
Ma vediamo chi sono i due contendenti. Keiko Fujimori è un nome, e soprattutto un cognome, noto. È la figlia 51enne di Alberto Fujimori, il presidente autoritario che governò il Perù negli anni Novanta con il pugno di ferro, lasciando un’eredità fatta di violazioni dei diritti umani, massacri, i programmi di sterilizzazione forzata. La figlia Keiko guida Fuerza Popular, il partito che eredita quella storia, e propone continuità con il modello economico liberista che ha retto il Perù negli ultimi trent’anni, basato sull’apertura agli investimenti stranieri, garanzie per le grandi concessioni minerarie, stabilità per i mercati.
Roberto Sánchez, 54 anni, è invece un economista e politico di sinistra moderata, candidato di Juntos por el Perú. Ha promesso una profonda revisione del sistema economico peruviano, la rinegoziazione delle grandi concessioni minerarie, e — la cosa che spaventa di più i mercati — una riforma della Costituzione, quella stessa Costituzione del 1993 scritta sotto Fujimori padre che ha plasmato il modello economico del paese.
Sánchez vorrebbe una nuova Costituzione che restituisca allo Stato la sovranità sulle risorse naturali e la capacità di regolare i mercati, puntando a costruire un paese “plurinazionale e interculturale” dove il potere popolare sia al centro delle decisioni. L’idea dello Stato “plurinazionale” punta esplicitamente a includere il voto rurale, andino, quechua, aymara e amazzonico, che secondo Sánchez non è mai stato rispettato. Sono le stesse comunità indigene che abitano i territori minerari, e che volutamente sono stati tenuti ai margini del sistema democratico, per poter continuare a sfuttare quelle aree.
Considerate che il Perù è il terzo produttore mondiale di rame, e un fornitore importante di oro, argento e zinco. E che le grandi miniere — molte delle quali gestite da multinazionali straniere — sono al centro della contesa politica da anni, perché le comunità locali spesso vivono in condizioni di povertà proprio nei territori da cui si estraggono miliardi di dollari di metalli. Sánchez ha detto chiaramente che quelle concessioni vanno rinegoziare.
E infatti ieri, mentre l’ago della bilancia elettorale iniziava a pendere timidamente verso Sanchez, le azioni delle società peruviane quotate negli Stati Uniti hanno fatto registrare flessioni immediate: il gruppo minerario Buenaventura ha ceduto il 3%, Credicorp è scesa del 4,8%, Intercorp Financial Services ha perso il 2,8%. L’ETF che segue le aziende peruviane ha arretrato dell’1,4%. I mercati, insomma, hanno già dato il loro verdetto — e non è favorevole a Sánchez.
Ora, non posso nascondere di essere di parte, e di essere felice della vittoria si Sanchez. Al tempo stesso, la mia parte più obiettiva mi obbliga a vedere l’assurdità che due visioni del mondo così opposte, prevalgano l’una sull’altra di uno scarto così minimo. Questo significa che comunque vada metà della popolazione remerà contro a quelle politiche, e che difficilmente qualsiasi riforma sarà fatta.
In Perù questa divisione, come spiega il politologo Paulo Vilca su El Comercio, uno storico quotidiano peruviano, è anche frutto del fujimorismo e dell’antifujimorismo, che vanno oltre destra-sinistra.Sono due identità politiche che si sono calcificate nel tempo, che si definiscono l’una in opposizione all’altra più che per contenuto proprio.
Questo però determina una ingovernabilità quasi totale del Paese, che infatti ha cambiato dieci presidenti in dieci anni, con processi di impeachment, golpe, fughe all’estero. e non ci sono all’orizzonte segnali che questa volta possa essere diverso.
Al volo, domenica e ieri si votava anche per il ballottaggio delle elezioni amministrative in 42 comuni che non avevano eletto un sindaco al primo turno. Di questi, sei erano capoluoghi di provincia: Lecco, Arezzo, Macerata, Chieti, Trani e Agrigento. In tre ha vinto il centrodestra e in tre il centrosinistra: gli unici che hanno cambiato parte politica sono Lecco (dal centrosinistra al centrodestra) e Agrigento (dal centrodestra al centrosinistra). L’affluenza definitiva media nei comuni al voto è stata del 52 per cento, circa 8 punti in meno rispetto al primo turno.
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