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13 Luglio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

L’arrivo dei mega data center – 13/7/2026

A Pregnana Milanese tre data center cambiano il volto del comune; negli Usa gli incentivi federali scatenano una corsa allo stoccaggio di CO2; in Venezuela il bilancio del sisma sale.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

I data center sono questi giganteschi edifici dove dimorano migliaia di computer sempre accesi, che custodiscono le informazioni del mondo digitale. Ne abbiamo parlato già altre volte, spesso quando pensiamo al digitale, a internet, alle foto che stanno sul nostro telefono, alle e-mail, ai video, ai siti internet, pensiamo a qualcosa di immateriale, come se non esistesse per davvero e quindi non ci facciamo troppe domande sul suo impatto. 

In realtà tutte quelle cose stanno da qualche parte nel mondo fisico. Stanno sugli hard disk di un computer, che sta sempre acceso in un data center appunto, uno spazio fisico che occupa suolo, consuma un sacco di acqua ed energia per restare acceso ed essere raffreddato. Insomma la nostra vita digitale ha un impatto altrettanto importante di quella analogica, solo meno visibile perché spostato da altre parti.

L’avvento dell’Ia, assieme al progredire della digitalizzazione delle attività umane, sta facendo sì che i data center siano sempre di più, se ne costruiscono di nuovi a ritmi mai visti e quindi anche il loro impatto inizi ad essere fonte di preoccupazioni sempre meno nascoste. perché oggi i data center si vedono, ci sono paesi che ne hanno diversi nel giro di qualche chilometro. 

Ieri sul Post è uscito un articolo interessante a firma di Francesco Gaeta (noto che il Post sta iniziando a firmare di più i suoi articoli) dal titolo “Come cambia un piccolo comune se ci metti tre data center”. Leggo:

“A Pregnana Milanese, un comune di poco più di 7mila abitanti una quindicina di chilometri a nord-ovest di Milano, verranno presto costruiti tre nuovi data center. Sono le grandi strutture che ospitano server e impianti necessari ad archiviare, elaborare e far circolare dati per servizi cloud, app, siti e sistemi di intelligenza artificiale. Occuperanno tre ex aree industriali dismesse, un tempo usate da Olivetti, Citroën e Iveco-CNH: nel complesso quasi 500mila metri quadrati, un quarto della superficie edificabile del paese.

Il fatto che in un solo Comune ci saranno ben tre data center è il segnale di un settore in enorme espansione negli ultimi anni: in Italia i data center sono ormai circa 200, e altri 80 stanno per essere costruiti. Sono strutture sempre più essenziali nell’era digitale, causano molte polemiche sugli impatti ambientali e muovono investimenti sempre più rilevanti: secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni in Italia sono stati investiti 7 miliardi di euro. Una parte consistente di questo sviluppo si concentra nell’area milanese: nel raggio di 30 chilometri da Pregnana ci sono circa sessanta tra data center già operativi, cantieri o progetti per costruirli.

L’amministrazione di Pregnana prevede di incassare tra i 25 e i 30 milioni di euro tra gli oneri di urbanizzazione, cioè i contributi che chi costruisce paga alle amministrazioni locali per finanziare gli interventi strutturali necessari, e le compensazioni ambientali, che possono essere chieste in cambio del consumo di suolo. È cinque volte il valore di un suo bilancio annuale. Non solo: la costruzione dei data center sarà anche un modo per bonificare e riqualificare tre ampie zone industriali dismesse da tempo, cosa che il sindaco del Partito Democratico Angelo Bosani, al suo secondo mandato, definisce «un’occasione imperdibile», perché non finanziabile altrimenti”.

Con questi soldi, il sindaco (PD) conta di finanziare tra le altre cose la ristrutturazione di un complesso scolastico che vale circa 12 milioni di euro, senza bisogno di indebitarsi.

Inoltre il comune di Pregnana ha negoziato in modo scaltro: ha ottenuto di conteggiare ai fini degli oneri anche gli impianti esterni come i gruppi di continuità e i sistemi di raffreddamento, e ha già stabilito in anticipo un accordo con i comuni confinanti (Vanzago, Rho, Pogliano Milanese), che riceveranno circa 2,5 milioni di euro per forestazioni, piste ciclabili e aree verdi, per compensare l’impatto ambientale che ricadrà anche su di loro. 

Non sempre va così, e anzi, la mancanza di una legge e procedure chiare per la realizzazione dei data center causa non pochi problemi. Ogni amministrazione locale si è mossa in modo diverso e in alcuni casi, racconta l’articolo, le valutazioni di impatto ambientale vengono fatte a impianto già costruito.  

C’è poi un problema di speculazione sui terreni: negli ultimi mesi i valori dei terreni nell’area milanese sono cresciuti anche di cinque volte, secondo il presidente dell’associazione di settore IDA. Mi chiedo so se e quanto questo possa ripercuotersi anche su un ulteriore aumento dei costi dell’abitare.

L’impatto ambientale resta comunque il problema principale. In tanti comuni italiani sono nati comitati civici contrari, con proteste legate al consumo d’acqua per il raffreddamento dei server, al rumore e soprattutto al consumo di suolo. E le prossime strutture, quelle pianificate ma non ancora realizzate, saranno enormi: quasi il triplo della dimensione media attuale di 25mila metri quadrati. Metteteci anche che andiamo verso un clima più instabile e siccità più frequenti. Cosa prevedono i contratti dei comuni? Se manca l’acqua potranno scegliere di darla ai cittadini e staccarla i data center?

Anche i data center però potrebbero essere un bersaglio fantoccio verso cui indirizzare il proprio malcontento e la propria frustrazione. Sostiene questa ipotesi un editoriale del Guardian a firma di Bruce Schneier e Nathan Sanders, due fra i massimi esperti mondiali di sicurezza informatica e analisi dati, secondo cui l’opposizione ai data center dell’IA, pur legittima, rischia di distrarre dal problema vero.

La tesi centrale del pezzo è che le proteste contro i data center, che negli Stati Uniti uniscono persone di ogni orientamento politico, nascono da preoccupazioni concrete, tipo appunto consumo di suolo, crisi abitativa, pressione sui prezzi dell’energia, impatto ambientale. Ma, secondo gli autori concentrarsi sui data center rischia di essere esattamente quello che le aziende di IA vogliono. 

Queste aziende infatti possono permettersi di perdere alcune battaglie locali soprattutto quelle contro progetti ancora in fase iniziale, mentre i progetti già avanzati e ben finanziati riescono comunque a imporsi, anche scavalcando le decisioni locali. Ad esempio un maxi progetto realizzato da OpenAI e Oracle nel Michigan è sttao portato avanti nonostante il voto contrario delle autorità locali, grazie a una causa legale che ha costretto la cittadina a un accordo. Nel frattempo, l’amministrazione Trump si è mostrata disposta a scavalcare le obiezioni degli stati pur di far avanzare le infrastrutture IA.

Inoltre sempre secondo gli autori la corsa ai data center potrebbe rivelarsi una bolla temporanea, paragonabile a quella della fibra ottica dei primi anni 2000: man mano che si sviluppano modelli più piccoli ed efficienti eseguibili localmente sui dispositivi, la questione potrebbe essere riassorbita.

Il vero punto secondo loro, il bersaglio grosso, quello che dovrebbe essere la questione al centro delle proteste, è la concentrazione di potere economico e politico delle aziende di IA, che puntano a monopolizzare interi settori, dallo sviluppo software, al design, alla gestione, persino servizi legali, insegnamento, medicina, e che intanto investono enormi somme di denaro in lobbying politico. 

Insomma, secondo gli autori opporsi ai singoli data center dovrebbe essere solo un punto di partenza. Serve una battaglia più ampia, con obiettivi più strategici, tipo tassare il calcolo computazionale dell’IA, regolamentare le aziende a livello statale, limitare l’influenza dei soldi in politica, e sostenere l’idea di un’IA “pubblica”, sviluppata sotto controllo pubblico per il beneficio collettivo invece che per il profitto privato.

Restiamo in tema di impianti controversi e restiamo sul Guardia. Questa volta a scrivere è Erin McCormick, dagli Usa, che racconta i problemi legati ai tanti nuovi sistemi di stoccaggio di CO2 che stanno sorgendo. 

L’articolo ruota attorno a un impianto di etanolo nello stato dell’Indiana che ha proposto di seppellire enormi quantità di CO2 nella formazione geologica che corre sotto il paese e i campi circostanti. Melissa Harrison, una residente intervistata dalla giornalista, racconta che la sua famiglia vive lì da generazioni, e teme che il progetto sia “la fine” della comunità, fra cui serpeggiano timori perché le iniezioni di CO2 nel sottosuolo sono sospettate di causare terremoti, potrebbero esserci perdite di CO2 e contaminazioni delle falde acquifere. Ai residenti è stato chiesto di accettare appena 150 dollari all’anno in cambio di accettare il “pozzo di carbonio” sotto le proprie proprietà.

Clymers è solo uno delle decine di progetti simili che stanno per essere approvati negli Stati Uniti nel prossimo anno. Considerate che a spingere questa “corsa all’oro del carbonio”, così la definisce un analista di settore, è un generosissimo credito d’imposta federale, l’85Q, che offre 85 dollari di credito fiscale per ogni tonnellata di carbonio stoccato. Un progetto anche piccolo può arrivare a incassare 17 milioni di dollari l’anno solo con questo meccanismo — soldi che, per un impianto di etanolo, possono arrivare a raddoppiare i guadagni rispetto alla sola vendita del carburante.

Il credito è nato con l’amministrazione Biden per motivi climatici, ma è stato mantenuto, anzi rafforzato, anche dall’amministrazione Trump. Il fatto è che lo stoccaggio di CO2 non è di per sé sbagliato. 

Per chi non lo sapesse si tratta fare in modo che la CO2 prodotta dai processi indistriali, invece di essere immessa in atmosfera, dove andrebbe ad alimentare la crisi climatica, viene catturata e infilata da altre parti. C’è chi la pompa sottoterra, chi ci fa i mattoni, insomma un sacco di cose diverse.

Come al solito dipende da come lo si usa. L’uso corretto sarebbe trasformare la nostra economia, ridurre le emissioni fino a quasi zero, consumare meno energia, tutta da rinnovabili. E poi per quel poco che magari rimane escluso, per cui non si riesce a trasformare il processo in qualcosa di carbon free, allora si fa lo stoccaggio. È anche probabile che si debba fare la cattura e stoccaggio, cioé andarsi a riprendere in qualche modo la CO2 in eccesso presente in atmosfera, che ormai si aggira attorno alle 430 ppm.

Il problema è che quasi sempre (e le politiche di incentivi vanno in questa direzione), la cattura di CO2 viene usata come scusa per non cambiare modelli produttivi. Ad esempio dalle compagnie fossili, che continuano a bruciare petrolio e gas, ma invece di mettere CO2 in atmosfera la catturano, fra l’altro con costi giganteschi. Capite perché Trump ha aumentato gli incentivi no?

Charles Harvey, un professore del MIT che negli anni 2000 fu tra i pionieri di questa tecnologia oggi la definisce “il modo più stupido per ridurre le emissioni”, e dice di provare un senso di colpa paragonabile a quello di Oppenheimer per la bomba atomica. Gli esperti citano rischi concreti: terremoti, contaminazione delle falde acquifere, e perdite di CO2 potenzialmente letali. L’articolo cita due casi reali, le perdite nel 2024 sotto un lago che fornisce acqua potabile all’Illinois centrale, e la rottura nel 2020 di un gasdotto in Mississippi che ha causato l’ospedalizzazione di 45 persone e l’evacuazione di altre 200.

In Indiana, la legge statale di fatto toglie ai singoli proprietari terrieri il diritto di rifiutare questi progetti. Un agricoltore della zona, Dennis Crume, racconta di aver rifiutato i 150 dollari offerti, preoccupato per il proprio pozzo d’acqua.

Intanto mentre l’attenzione dei media sulla questione è praticamente svanita, in Venezuela si continua a scavare. Al momento i dati raccontano di oltre 4100 vittime e circa 17mila feriti. Ma la cifra che continua a spaventare è quella dei 50mila dispersi, che per i quali le speranze di salvataggio iniziano ad essere minime. Non è detto che nel caos di wqueste settimane, una parte di quei dispersi sia effettivamente disperso, magari sfuggito a sisma e riparatosi da qualche parte senza averlo comunicato. Però la sensazione è che si parli di decine di migliaia di morti.

Man mano che passano i giorni, gli sforzi principali passano dal recupero al primo soccorso. Gli ospedali venezuelani erano già al collasso prima del sisma. Perciò diversi paesi hanno inviato aiuti e installato degli ospedali da campo. 

Un articolo sul quotidiano venezuelano El Nacional racconta che dopo i primi giorni dedicati a traumi e interventi chirurgici d’urgenza, gli ospedali da campo di Messico, USA, Brasile e Spagna si concentrano ora sulla prevenzione di una crisi sanitaria “di seconda fase” nei 94 rifugi provvisori, quindi prevenzione soprattutto di malattie respiratorie e gastrointestinali dovute al sovraffollamento, oltre a pazienti cronici rimasti senza farmaci.

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