Cinquanta giorni di blocchi e stato d’emergenza: le proteste in Bolivia fanno sul serio – 22/6/2026
In Bolivia il governo dichiara lo stato di emergenza e schiera l’esercito contro i blocchi stradali; lo scandalo Zapatero in Spagna; iniziano i negoziati Usa-Iran; nel Regno Unito Keir Starmer è vicino alle dimissioni.
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Fonti
#Bolivia
Il Post – Il presidente della Bolivia ha dichiarato lo stato di emergenza per fermare le proteste contro il governo
LaPresse – Bolivia, l’esercito rimuove i blocchi stradali delle proteste contro il governo
L’Indipendente – Bolivia, la rivolta di cui non si parla: da 50 giorni i contadini bloccano tutto
#Spagna
Italia che Cambia – Spagna: lo “scandalo Zapatero” e un modello che rischia di crollare – Io non mi rassegno + #40
#Iran-Usa
Rainews – [titolo da confermare, link non accessibile dal mio lato]
#RegnoUnito
Il Post – La strada da Manchester a Downing Street
Trascrizione episodio
Mentre in Colombia sono ancora in corso lo spoglio dei voti, mentre registro questa puntata, per decidere il futuro del paese fra un presidente marxista e uno ultraliberista-MAGA, nella relativamente vicina Bolivia sta succedendo di tutto.
Leggo sul Post: “Sabato il presidente della Bolivia Rodrigo Paz ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il paese e ha dato all’esercito il compito di rimuovere i blocchi stradali dovuti alle proteste antigovernative che da settimane paralizzano i rifornimenti di carburante, cibo e medicine. La capitale La Paz è quasi isolata: i blocchi hanno fermato migliaia di camion, i supermercati sono vuoti e molte persone non hanno potuto raggiungere gli ospedali.
Dalla fine del governo di Evo Morales, lo storico ex presidente di sinistra che ha governato il paese tra il 2006 e il 2019, la Bolivia è politicamente instabile e sta attraversando anche una grave crisi economica che ha ridotto molto il potere d’acquisto della popolazione. L’obiettivo dei manifestanti è ottenere le dimissioni di Paz, eletto a novembre. Protestano soprattutto per le misure di austerità del nuovo governo, in particolare per l’eliminazione dei sussidi sui carburanti decisa per ridurre il deficit in un momento di grave carenza di dollari e di trattative con il Fondo monetario internazionale”.
Provo a ricostruirvi un po’ meglio il contesto e il senso di queste proteste. Considerate che la Bolivia è un Paese caratterizzato da molte disparità e in particolare da una frattura sociale irrisolta fra élite urbane, ricche, e popolazioni-indigene, perlopiù contadine. Il governo ventennale di Evo Morales, indigeno e socialista, aveva provato a cambiare le cose, con un approccio multiculturale, con il Paese che era stato definito “Stato Plurinazionale”, riconoscendo dignità politica ai popoli originari.
L’attuale governo di Rodrigo Paz però ha preso una direzione praticamente opposta. Si è insediato a novembre scorso, primo governo di centrodestra da vent’anni a questa parte, con la promessa di risollevare un’economia allo stremo. Paz in realtà è una figura diciamo di centro, era stato votato anche da chi sperava in un cambiamento sociale, ma una volta al potere ha formato il governo soprattutto con esponenti del mondo conservatore e imprenditoriale, lasciando fuori i rappresentanti indigeni e i settori sindacali e contadini.
Una delle prime azioni si Paz è stata quella di togliere i sussidi ai carburanti, che per questioni economiche e non certo ecologiche, e in maniera indiscriminata e questo ha colpito soprattutto i piccoli contadini. Ma la vera bomba sociale è stata la legge 1720, entrata in vigore il 10 aprile, che ha introdotto la possibilità di usare la terra come garanzia collaterale per ottenere prestiti. Questo per le comunità indigene e contadine significava aprire la porta alla perdita della terra in caso di insolvenza, era un attacco diretto alla proprietà comunitaria che in Bolivia ha un valore identitario fortissimo. Paz ha ritirato la legge il 13 maggio, ma ormai le proteste si erano già allargate a macchia d’olio.
La protesta però non è semplicemente una rivolta indigena. A protestare è un fronte ampio e piuttosto variegato: minatori, insegnanti, contadini e altri lavoratori, oltre alle organizzazioni indigene dell’altopiano come la Federazione Túpac Katari e il movimento aymara dei Ponchos Rojos. Anche le rivendicazioni sono leggermente diverse fra loro, i minatori chiedono riforma del lavoro, i trasportatori protestano per la qualità pessima del carburante che gli sta rovinando i mezzi, gli insegnanti per salari e per una riforma scolastica che giudicano peggiorativa.
Ma il filo comune è la percezione di tradimento di chi aveva votato Paz sperando in un miglioramento e si è invece ritrovata tagli, carovita e — per le comunità indigene in particolare — scarsa rappresentanza nei posti di responsabilità del governo. E questo è un grosso passo indietro in un Paese che per vent’anni, con Evo Morales, era andato verso il riconoscimento della dignità politica ai popoli originari. Quella conquista oggi molti la sentono minacciata.
Le proteste, sono state molto pesanti. Torno sul Post: “Secondo le autorità gli scontri tra polizia e manifestanti hanno causato almeno 365 arresti e 37 feriti. L’ufficio del difensore civico e alcune organizzazioni per i diritti umani parlano di almeno 17 morti, la maggior parte legati all’impossibilità di ricevere cure a causa dei blocchi.
A un certo punto si è aperta una spaccatura anche nel fronte delle proteste: “Venerdì sera Paz aveva firmato un accordo con il principale sindacato del paese, la Centrale operaia boliviana (COB), per sospendere le proteste. Ma le associazioni rurali e indigene vicine all’ex presidente Evo Morales, che controllano materialmente molte strade nella zona di Cochabamba, non hanno preso parte ai negoziati e continuano a tenere i blocchi. «Le proteste continueranno finché non si dimetterà il presidente Rodrigo Paz», ha detto in conferenza stampa Isidro Auca, leader del sindacato dei coltivatori di coca del Tropico di Cochabamba”.
Che vuol dire stato di emergenza? “Lo stato di emergenza ha effetto immediato ma deve essere approvato dal Congresso entro 72 ore. Il decreto vieta di bloccare strade e autostrade e ordina alle forze armate di aiutare la polizia a riaprire le strade. La misura può durare fino a 90 giorni, ma potrebbe essere revocata prima se le proteste finiscono. Il governo di Paz è sostenuto dagli Stati Uniti: la scorsa settimana il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha chiamato il presidente boliviano per annunciare un aumento degli aiuti”.
Ieri sono iniziate le operazioni militari per rimuovere i blocchi. Vedremo come andrà a finire questa storia.
Intanto la politica spagnola è scossa da uno scandalo legato a Jose Luis Zapatero, figura storica del Psoe, il partito socialista spagnolo. Zapatero è una figura molto amata e lo scandalo rischia di travolgerlo, e questa cosa potrebbe avere degli effetti a cascata su tutto il partito e in particolare su Pedro Sanchez, che governa il Paese dal 2018.
Lo scandalo comprende una serie di accuse pesanti: corruzione, contrabbando, frode fiscale. Ma la storia, come spesso accade in politica, è più complicata di quello che sembra. Ci sono possibili interferenze esterne, intercettazioni vecchie di anni nelle mani degli Usa riemerse improvvisamente, fra l’altro proprio in un momento in cui Sanchez è stato uno dei pochi leader a opporsi apertamente e condannare le politiche israeliane e statunitensi. E questo alimenta sospetti e accuse.
Al tempo stesso il sistema politico spagnolo è già logorato da anni di scandali — a sinistra come a destra, e questo crea sfiducia nell’elettorato e facilita l’avanzata dell’estrema destra di Vox. Insomma, è una vicenda abbastanza complessa da essere interessante, perciò sabato è uscita la nuova puntata di INMR+ dedicata proprio a questa storia.
L’ospite è stata Valentina Saini, giornalista corrispondente dall’Italia per La Voz de Galicia e per 22 Med, specializzata in mondo ispanofono e Mediterraneo. Ve ne faccio ascoltare un estratto:
Contributo disponibile nel podcast
A proposito di leader politici che si oppongono a Trump, immagino abbiate assistito anche voi all’assurdo teatro fra Trump e Meloni andato in scena nel fine settimana. assurdo nel senso letterale, perché sembrava una serie di scambi uscito da una telenovela anni Ottanta.
Non ve lo sto a riassumere tutto, è più divertente che interessante, l’unica cosa che mi ha colpito è il fatto che Trump abbia rilasciato un’intervista a caso a un giornalista di La7. E pare che tante persone abbiano il telefono di Trump e che basta provare a chiamarlo, e se si ha la fortuna che risponde, sostanzialmente chiunque ci può parlare, senza uffici stampa. Vabbé, niente, questa cosa mi ha colpito, rientra nell’assurdità del personaggio.
Comunque, più che di Trump mi interessava aggiornarvi sul fatto che ieri sono partiti i negoziati fra Iran e Usa, in un hotel blindatissimo nelle Alpi Svizzere. Per gli Usa ci sono il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance (assieme agli inviati speciali Witkoff e Khusner), mentre per l’Iran c’è il capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf. Media il Pakistan con il premeir Sharif e il maresciallo Syed Asim Munir, e partecipano anche l’emiro del Qatar Al Thani e il capo dell’Aiea Raphael Grossi.
Sul tavolo delle trattative ci sono già i punti più caldi: i 12 miliardi di dollari iraniani da scongelare, il programma sul nucleare e la riapertura dello Stretto di Hormuz, forse. nel senso che Teheran ha detto di aver richiuso lo stretto sabato a causa del perdurare degli attacchi israeliani in Libano. Mentre l’esercito statunitense ha detto che non è così e che le navi commerciali navigano regolarmente.
Ognuno tira acqua al suo mulino, ma se c’erano dei dubbi sul fatto che l’Iran abbia capito di poter usare la chiusura di Hormuz come leva negoziale da qui in poi, ora non ce ne sono.
In parallelo, domani inizieranno i negoziati anche fra Libano e Israele, a Washington. Anche i due Paesi avevano trovato un accordo venerdì, che però era saltato quasi subito per il proseguimento degli attacchi israeliani.
Intanto oggi è anche la giornata in cui potrebbe dimettersi, secondo diversi giornali Uk, il premier keir Starmer, impopolarissimo e in piena crisi di fiducia, con alcune figure chiave del suo governo o personaggi a lui vicini travolte da scandali vari, in particolare quello di Peter Mandelson ambasciatore a Washington scelto da Starmer e coinvolto pesantemente nel caso Epstein.
Considerate che nel Regno Unito il premier è il leader del partito che prende più voti. Quindi quello che si fa quando un premier si dimette è che si dimette da leader del partito, il partito sceglie un nuovo leader e automaticamente diventa nuovo premier. Il premier però deve essere anche eletto in Parlamento, quindi la scelta è fra i parlamentari eletti.
E qui c’è una mossa recente che ci dice con una certa chiarezza chi potrebbe essere il nuovo premier, se effettivamente Starmer deciderà di presentare le dimissioni.
Qualche settimana fa infatti, un deputato laburista si è dimesso, lasciando vacante il seggio legato al collegio di Makerfield, nel nord-ovest dell’Inghilterra. Una mossa studiata a tavolino, che serviva a creare lo spazio per far rientrare in Parlamento Andy Burnham, sindaco di Manchester e personaggio più in vista e apprezzato, secondo i sondaggi, fra le fila dei laburisti.
Così, il 14 maggio, Burnham annuncia la sua candidatura per quel collegio rimasto vacante, e il Comitato Esecutivo Nazionale del partito gli dà il via libera. Il 18 giugno si vota, e il risultato è netto: Burnham stravince con il 54,8% dei voti, doppiando il candidato di Reform UK, il partito di destra populista di Nigel Farage. Il voto rafforza ancora di più la sua candidatura e da quel momento Burnham ha tutto formalmente per sfidare formalmente Starmer per la leadership del partito e diventare nuovo premier.
Prendo da vari giornali per dirvi brevemente chi è: Burnham ha 56 anni, è dentro il Labour da quando ne aveva 14, ed è un politico di lunghissimo corso: deputato dal 2001 al 2017, ministro della Sanità sotto Gordon Brown tra il 2009 e il 2010. Ha già provato due volte a diventare leader del partito — nel 2010 e nel 2015 — e ha perso entrambe le volte, l’ultima contro Jeremy Corbyn.
Nel 2017 si reinventa sindaco di Manchester, e da lì costruisce un consenso fortissimo, soprattutto per aver riportato sotto controllo pubblico la rete di autobus della città. Guadagna così il soprannome con cui lo conoscono tutti in Inghilterra: il “King of the North”, il Re del Nord, con evidenti riferimenti a Games of Thrones, il Nord nel Regno Unito è anche la zona più povera e industriale.
A livello politico non ha molte differenze con Starmer, a quanto pare. Anche se dal punto di vista ambientale gode di maggiore fiducia. Le organizzazioni ambientaliste vedono in un’eventuale ascesa di Burnham a Downing Street un’occasione per spingere più seriamente sulla transizione, che Starmer sosteneva a parole, ma poi aveva stemperato anche per resistere agli attacchi da destra e delle lobby industriali.
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