Caldo estremo: da dove arriva, quanto durerà e cosa fare per resistere – 25/6/2026
Ondata di calore sull’Europa; il Senato approva il DDL caccia “sparatutto” tra le proteste; l’Islanda riprende la caccia alle balene; mangrovie in ripresa globale e deforestazione in Amazzonia al minimo.
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Fonti
#Caldo
Il Post – Perché fa così caldo in Europa
Il Fatto Quotidiano – Ondata di caldo in Europa: vittime e disagi
Il Fatto Quotidiano – Blackout a Torino e Milano per il caldo estremo Il Manifesto – Caldo estremo, le città ribollono
La Nuova Ecologia – Ondate di calore in Italia a giugno 2026
Fanpage – Ondata di calore sull’Italia: quanto durerà
Rinnovabili – Francia, il caldo blocca la produzione nucleare
GreenMe – Il caldo europeo è davvero colpa di El Niño?
Italia che Cambia – Caldo record: usare il condizionatore è davvero un problema?
#AdattamentoUrbano
Il Post – Come Parigi si prepara alle ondate di calore
Comune di Firenze – Rifugi climatici
#DDLCaccia
Il Fatto Quotidiano – DDL caccia approvato in Senato: proteste in piazza
#Balene
ANSA – Riprende la caccia alle balene in Islanda dopo tre anni di stop
#deforestazione
Vatican News – Brasile: la deforestazione in Amazzonia raggiunge il livello più basso dal 2019
NonSprecare – Aumento foreste di mangrovie
Trascrizione episodio
Non so se lo avete notato, ma fa discretamente caldo. Credo che delle mie ultime dieci conversazioni nove siano iniziate con “Fa caldo eh”. La decima era con il bot di una compagnia telefonica che voleva aggiornarmi sulle nuove offerte imperdibili per me. E comunque mi pare che a un certo punto abbia detto che faceva caldo.
Scherzi a parte, buona parte d’Europa è sotto la morsa di un’ondata di calore che sta mettendo in difficoltà molte aree e creando disagi forti alle persone, alle industrie, alla rete elettrica e a tante altre cose, e allora forse è il caso di vedere bene qual è la situazione, che previsioni ci sono e magari anche qualche consiglio per sopravvivere alle ondate di calore.
Partiamo con una panoramica. In Italia, come in buona parte d’Europa, siamo nel mezzo di una delle ondate di calore più lunghe degli ultimi anni. L’origine è un’anomalia tra due aree di diversa pressione: una depressione atlantica che spinge un flusso di aria calda sub-sahariana verso nord, e quest’aria quando arriva in Europa incontra un anticiclone africano, quindi una zona di alta pressione atmosferica, che la intrappola e le impedisce di disperdersi formando questa grande cupola di calore che appunto sovrasta una buona parte del Continente.
Non c’ernta invece, questa situazione, con il famoso El Nino, o super el Nino. Come racconta GreenMe, “A inizio giugno la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) statunitense ha confermato l’avvio di condizioni favorevoli a El Niño nell’Oceano Pacifico tropicale. La notizia ha immediatamente acceso l’attenzione dei media, che hanno iniziato a collegare il fenomeno all’attuale caldo record europeo, ma – secondo molti climatologi – questa interpretazione potrebbe essere fuorviante”.
Infatti, il Nino non è ancora nella sua fase acuta, non sappiamo ancora quanto sarà forte e soprattutto dovrebbe arrivare al suo picco verso settembre ottobre e qui da noi potrebbe causare un autunno caldo e molto piovoso, più che un estate torrida. Il caldo attuale quindi non c’entra con le correnti atlantiche.
Bene. Di che scala di caldo parliamo? In Italia ci sono temperature massime fino a 10°C sopra la media del periodo e il sistema atmosferico che la alimenta potrebbe rimanere bloccato fino ai primi giorni di luglio, spiega il Post.
Questo si sta traducendo in diversi tipi di disagi. Ad esempio a Torino, una delle città con le temperature più alte, che hanno toccato i 39 gradi, ma anche a Milano, da diversi giorni si susseguono i blackout, per via della domanda energetica altissima dovuta ai condizionatori sempre accesi. A Torino in alcune aree i blackout sono durati anche 15 ore e sono stati aggravati da altri problemi alla rete elettrica sempre docuti al caldo. Ad esempio in alcune zone l’asfalto e il terreno sottostante si sono surriscaldati danneggiando i cavi interrati che trasportano l’elettricità. Sempre a Torino è stata anche attivata una task force dal Comune, racconta al Stampa.
Anche se i problemi più forti al momento questa ondata di calore li sta causando in altri Paesi. Leggo sul Fatto Quotidiano, articolo a firma di Luisiana Gaita, che in Francia, dove il 23 giugno è stata la giornata più calda mai registrata da quando si misurano le temperature, una centrale nucleare è stata fermata perché l’acqua del fiume usata per raffreddarla era troppo calda. Inoltre i trasporti pubblici su rotaia sono in parte fermi perché i binari, soprattutto i tratti vecchi, non reggono a temperature superiori ai 50 gradi. Anche le scuo,e e i cantieri sono in gran parte fermi. Questi sono gli effetti del caldo su un sistema in cui tutto è stato pensato per resistere a un clima diverso.
In Gran Bretagna hanno chiuso oltre 850 scuole, i treni sono stati dimezzati o cancellati, e l’esercito ha persino sospeso il cambio della guardia a Buckingham Palace, per tutelare i soldati dal caldo. La Spagna ha toccato i 45 gradi.
Insomma, questa è la situazione. Previsioni non è facilissimo farne. Secondo il climatologo Luca Lombroso i modelli predittivi dicono, al momento, che attorno a martedì prossimo il caldo dovrebbe attenuarsi, lasciando però spazio a violenti temporali.
Il problema di fronte a ondate di calore come questo non sono solo le temperature assolute, ma un insieme di fattori che contribuiscono a causare lo stress termico nel nostro corpo. Oltre alla temperatura incide l’umidità, la presenza o assenza di vento (misurate da un indice chiamato indice di Thom) e soprattutto anche la durata nel tempo. Ad esempio un conto è un clima molto caldo di giorno ma che rinfresca di notte, perché questo consente al nostro organismo di riprendersi dallo stress durante le ore notturne. Tutt’altra storia è invece un’ondata di calore in cui anche di notte ci sono temperature vicine ai 30 gradi, che mantengono il corpo sotto stress per periodi molto più prolungati.
Quindi, quindi: che fare? Veniamo alla parte dei consigli spassionati per sopravvivere al caldo. Andiamo veloce sui consigli classici, non uscire né fare attività fisica nelle ore più calde, bere molto, ecc, quelli li diamo per assodati.
Parliamo del condizionatore. Ormai 3 anni fa pubblicammo un articolo sempre valido in cui Alessandro Rossi, di Anci Emilia Romagna, ci dava dei consigli su un’uso responsabile del condizionatore, che per anni è stato il male nella narrazione ambientalista. ma che l’avanzare della crisi climatica ha reso quasi un dispositivo medico. Le case italiane sono state costruite per un clima che non esiste più, e quindi un uso coscienzioso del condizionatore è necessario.
Al tempo stesso è importante evitare sprechi e soprattutto evitare di sovraccaricare la rete rischiando di farla collassare. Il condizionatore è una pompa di calore: sposta il calore da dentro a fuori in maniera piuttosto efficiente. Ma ovviamente più è grande la differenza di calore che vogliamo ottenere, più si utilizza energia.
Già una temperatura costante, attorno ai 28°, mantiene un clima confortevole in casa, ma limita lo sforzo per ottenerla. Se poi si abbina a questo un contratto elettrico di energia rinnovabile, molto meglio. Poi col tempo ha senso fare anche interventi più strutturali, di isolamento termico degli edifici anche se ovviamente è qualcosa che richiede più tempo e investimenti.
Quindi ecco, il primo consiglio è togliersi il senso di colpa, ma usare consapevolmente i condizionatori.
Oltre alle azioni individuali, ci sono parecchie cose che dovremmo fare collettivamente, come città o amministrazioni. Un articolo del Post di ieri racconta ad esempio come Parigi sia all’avanguardia da questo punto di vista.
Tra il 2014 e il 2025 sono stati piantati oltre 213mila alberi per aumentare le aree ombreggiate ed evitare il cosiddetto effetto isola di calore urbano, e sono state installate nuove fontanelle pubbliche.
Il comune ha attivato un progetto che ha coinvolto 203 cortili scolastici: in alcuni punti è stato rimosso l’asfalto e sostituito con piante e alberi. Alcune scuole aprono i cortili ai cittadini durante le ondate di calore, trasformandoli in rifugi climatici di quartiere.
La città è stata costellata poi dalle cosiddette “isole di freschezza”, spazi urbani molto verdi, ombreggiati o climatizzati dove trovare sollievo, e il piano climatico 2024-2030 prevede che nessun abitante debba percorrere più di sette minuti a piedi per raggiungere una di queste isole.
Nel 2025 la Senna è stata resa nuovamente balneabile dopo più di 100 anni, grazie a oltre 1,4 miliardi di euro investiti. L’ultima volta che i parigini avevano potuto farci il bagno era il 1923. Quindi, anche se non sempre, ci si può fare il bagno in alcune aree limitare, anche se sono previsti altri cinque punti balneabili sulla Senna che apriranno il 4 luglio.
Dal 17 giugno è stato possibile anche fare il bagno nel Canal Saint-Martin tutti i giorni tra le 16 e le 20. Il comune ha pubblicato una mappa con tutti i luoghi dove rinfrescarsi e i punti di distribuzione dell’acqua.
Ma non solo: il Comune ha sviluppato il registro «Reflex», al quale possono iscriversi le persone con almeno sessant’anni. Durante le ondate di calore gli operatori comunali le contattano per ricordare le precauzioni da adottare e, nei casi di maggiore necessità, intervengono direttamente presso le loro abitazioni.
E in alcuni cinema del decimo arrondissement gli over 65 e gli under 25 possono assistere gratuitamente alle proiezioni pomeridiane, per trascorrere le ore più calde al fresco. Alcune piscine delle banlieue resteranno gratuite fino alla fine dell’ondata. È stato anche ridotto il prezzo dell’abbonamento giornaliero ai trasporti pubblici per scoraggiare l’uso dell’auto.
Ecco, questo è un piano climatico fatto bene. È frutto anche di quella grande esercitazione che qualche anno fa coinvolse ampie zone della città e di cui abbiamo palrato qualche settimana fa su INMR.
Anche in Italia comunque diverse città si stanno attrezzando: a Firenze e Bologna ad Esempio, due delle città più calde, mesi fa hanno pubblicato le mappa dei rifugi climatici, tra Biblioteche, parchi e sedi dei quartieri, dotati di aree ombreggiate o climatizzate, acqua corrente, dove ripararsi dal caldo.
Sempre Firenze e Bologna, assieme a Genova e Milano hanno approvato dei piani di depavimentazione, ovvero piani per togliere cemento o coperture e restituire aree al verde.
Insomma, qualcosa si muove. Quindi ora è il momento di pensare a resistere al caldo, ma prima della prossima ondata potrebbe essere una buona idea chiedere al proprio comune di attrezzarsi.
Ovviamente tutto questo serve se in parallelo acceleriamo con le politiche di decarbonizzazione eh! Se smettiamo di buttare CO2 in atmosfera e di bruciare qualsiasi cosa. Altrimenti, per quante isole di freschezza possiamo fare, a un certo punto non basteranno.
Ieri il Senato ha infine approvato il disegno di legge sulla caccia con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti. La cosiddetta legge “sparatutto”, che riscrive la legge del 1992 sulla tutela della fauna selvatica in una direzione molto più permissiva e dereolamentata. Mentre si votava, fuori dal Senato, Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e WWF hanno tenuto un presidio, con la partecipazione di centinaia di persone eanche di esponenti politici dell’opposizione.
Contro il DDL si sono schierati la comunità scientifica, il Club Alpino Italiano, il Consiglio d’Europa, e un sondaggio Ipsos dà l’85% degli italiani contrario alla caccia; le firme raccolte dal WWF hanno superato le 400mila. Insomma una legge che nessuno vuole, che adesso passa alla Camera, dove il confronto si preannuncia ancora più acceso: la deputata Michela Vittoria Brambilla ha già annunciato di voler arrivare a indire un referendum abrigativo se la legge dovesse passare. Mentre va ricordato che la Commissione europea aveva già richiamato l’Italia, segnalando il rischio di procedure d’infrazione per violazione della Direttiva Uccelli e della Direttiva Habitat.
Sempre sul fronte caccia devo segnalare anche che in Islanda ha ripreso la caccia commerciale alle balene dopo due anni di stop: nel 2024 e nel 2025 la stagione era stata annullata perché il settore non era considerato sufficientemente redditizio. Il paradosso è che la carne delle balene catturate viene destinata principalmente ai ristoranti e ai turisti — non agli islandesi, che la mangiano sempre meno. Nel 2023, già il 51% degli islandesi si dichiarava contrario alla caccia, con un aumento di nove punti in quattro anni. L’Islanda rimane, insieme a Norvegia e Giappone, uno dei tre soli paesi al mondo a praticare ancora apertamente la caccia commerciale ai cetacei, in deroga alla moratoria internazionale in vigore dal 1986. Per cui se andate in Islanda – andateci, è bellissima – ma non mangiate la carne di balena.
E invece ci sono due belle notizie sul fronte del ripristino della natura e della conservazione. Uno studio della Tulane University pubblicato su Science adesso a giugno, e basato su 40 anni di immagini satellitari, ha rivelato che dopo un periodo di forte deforestazione durato fino al 2010, le foreste di mangrovie in tutto il mondo hanno cominciato a riprendersi. Il tasso di crescita ha superato quello delle perdite, portando a un declino globale cumulativo di appena l’1% rispetto agli anni Ottanta. Le mangrovie sono tra gli ecosistemi più preziosi del pianeta: proteggono le coste, sono vivai per i pesci, e assorbono carbonio a un ritmo molto più elevato delle foreste terrestri. Il fatto che stiano recuperando — grazie a una combinazione di politiche di conservazione, riforestazione attiva e, in parte, alla resilienza della natura stessa — è un’ottima notizia da tutti i punti di vista.
Infine a maggio 2026, il ministero dell’Ambiente brasiliano ha comunicato che la deforestazione in Amazzonia è crollata del 61% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, raggiungendo il minimo storico della serie. Considerando il periodo agosto 2025–maggio 2026, il calo complessivo è del 37,5%. Secondo MapBiomas, nel 2025 la deforestazione totale in Brasile è scesa per la prima volta sotto il milione di ettari, con una riduzione del 21% rispetto all’anno prima. Tra le cause: normative ambientali più rigide, migliore monitoraggio satellitare e una domanda crescente di produzioni sostenibili. Non è ancora la fine del problema, nel senso che ancora stiamo parlando di deforestazione, ma il trend è significativo.
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