Uno dei ghiacciai più importanti al mondo sta collassando? – 9/7/2021
Una barriera di ghiaccio in Antartide rischia il collasso; la riforma della caccia italiana non aiuta gli agricoltori; in Colombia gli ambientalisti si riorganizzano; Trump non capisce i sistemi complessi.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#Ghiacciai
Just Have A Think – New research: Doomsday Glacier ice shelf could ‘give way any day now’
#Caccia
La Zampa (La Stampa) – La riforma della caccia promette di aiutare l’agricoltura, ma i dati raccontano un’altra storia
#Colombia
The Guardian – “We won’t give up, we’ll keep fighting”: activists in Colombia vow to resist far-right push for fossil fuels
#Entangled
Entangled (Substack, Andrea Degl’Innocenti) – Trump non sa come funzionano i sistemi complessi
Trascrizione episodio
C’è una questione piuttosto preoccupante che riguarda l’Antartide, di cui non sta parlando quasi nessuno. Ne ha recentemente parlato il divulgatore Dave Borlace sul suo canale YT Just Have A Think. Il video a sua volta raccoglie diversi studi scientifici recenti su questo tema, quindi provo a mettervi insieme i pezzi. Se volete la versione più approfondita vi lascio il video fra le fonti.
Il protagonista della storia è il ghiacciaio Thwaites, in Antartide occidentale, che i più conoscono con il rassicurante nome di Doomsday Glacier, “ghiacciaio dell’Apocalisse”. Il soprannome è dovuto al fatto che è un ghiacciaio imponente, e uno dei più rischiosi se dovesse colassare. Ha una massa di ghiaccio spessa circa 2 chilometri, ed estesa all’incirca come la Gran Bretagna. Contiene da solo abbastanza ghiaccio da alzare il livello del mare di circa 65 centimetri, ma soprattutto funziona come una “chiave di volta” per l’intera calotta antartica occidentale. Nel senso che la tiene in piedi, e se collassa, può destabilizzare i ghiacciai vicini e trascinare con sé una massa molto più grande, con un potenziale di innalzamento del mare fino a 3 metri, abbastanza da mettere a rischio centinaia di milioni di persone nelle città costiere.
Davanti a questo ghiacciaio c’è una barriera di ghiaccio galleggiante, spessa 350 metri, che funziona un po’ come il tappo di una bottiglia, tenendo a bada tutta la massa che sta dietro. E questo tappo è ancorato al fondale solo in un punto. Ecco, secondo i ricercatori che la stanno monitorando sul posto, questa barriera, questo tapo, potrebbe staccarsi dalla sua base e cedere da un momento all’altro, letteralmente nel giro di un anno o poco più: le osservazioni satellitari mostrano infatti che è già parecchio fratturato, con crepe che si allargano, e si sta staccando dal ghiacciaio principale.
Ok, che succede se si stacca questa barriera? Moriremo tutti male? No, perlomeno non domani. Nel senso che il paragone del tappo può essere un po’ fuorviante, non è che se la barriera cede il livello del mare si alza istantaneamente. Innanzitutto, il ghiaccio della barriera non genererà un aumento del livello del mare perché quel ghiaccio è già in acqua e se anche si scioglie il livello dei mari resta lo stesso.
Il problema è cosa succede dopo a tutto il ghiaccio retrostante, quello che viene bloccato dal tappo, e che invece, trovandoci in Antartide, si trova sulla terraferma. Il rischio è che senza più il tappo, il ghiacciaio dietro può iniziare a scivolare verso l’oceano molto più velocemente.
Anche qui, molto più velocemente è relativo. Secondo gli scienziati il collasso completo si svilupperebbe nell’arco di decenni, forse secoli. Il problema però di questi processi non è tanto la loro velocità quanto la loro probabile irreversibilità.
Perché se il tappo salta, il Thwaites potrebbe sgretolarsi molto più velocemente. Il Thwaites a sua volta, funzionando come una specie di “chiave di volta”, se arretra abbastanza, può destabilizzare i ghiacciai vicini e aprire la strada a volumi molto più grandi di ghiaccio che iniziano a muoversi verso il mare. E se il collasso trascina con sé l’instabilità di tutta la calotta antartica occidentale, si parla di un potenziale innalzamento dei mari di 3 metri, ed è una cifra che, secondo i ricercatori che si occupano di impatti costieri, costringerebbe a spostarsi da mezzo miliardo a un miliardo di persone dalle città costiere, comprese realtà enormi come New York, Miami, Londra, Shanghai e Tokyo, oltre a paesi già molto vulnerabili come il Bangladesh.
Capite che sono scenari che comportano rivedere drasticamente il nostro modo di abitare questo pianeta come specie. Se ci fosse una classe politica seria, questo sarebbe uno dei tanti campanelli d’allarme per agire tempestivamente sull’uscita dai combustibili fossili. Ora, questa cosa sta già avvenendo, intendiamoci. E non è una roba da poco. Però dobbiamo accelerare. E se non possiamo agire direttamente sull’offerta, nel senso che i produttori di petrolio al mondo, quelli grossi, sono relativamente pochi e l’Italia non fa parte di essi, possiamo offrire sulla domanda. Facendola crollare, rendendo la produzione di petrolio inutile. Servono leggi, cultura, informazione, un sacco di fattori che agiscono contemporaneamente. Ma si può fare.
Su La Stampa un articolo molto lungo e approfondito di Chiara Grasso, etologa che ha scritto più volte anche su ICC, prova ad affrontare la questione della riforma della caccia da un’angolatura particolare.
Abbiamo raccontato più volte di questa contestatissima riforma, da poco capprovata in Senato e ora in discussione alla camera, che sta cercando di riscrivere da cima a fondo la legge sulla caccia in Italia, la legge 157 del 1992 ridefinendo i cacciatori come – pensate un po’ – “bioregolatori”.
La legge modificherebbe parecchi aspetti. Il parere dell’Ispra, che oggi è vincolante su molte decisioni che riguardano la fauna, diventa solo consultivo: le Regioni potranno ignorarlo con una semplice motivazione. Aumentano le specie cacciabili, si può cacciare anche nei boschi demaniali prima esclusi, si introducono visori notturni e termici per la caccia agli ungulati. Il lupo perde la protezione rafforzata. E poi i richiami vivi, cioè gli uccelli usati per attirarne altri durante la caccia, passano da 7 a 47 specie autorizzate, aprendo le porte al contrabbando e al bracconaggio.
Avevamo parlato si questa legge soprattutto dal punto di vista etico e da quello della biodiversità. Stavolta però Chiara Grasso prova ad assumere una prospettiva diversa e si concentra su un unico aspetto. Ovvero: la riforma dice di voler aiutare soprattutto agricoltori e allevatori, perché la caccia abbasserebbe la pressione di specie come i cinghiali, i caprioli, i cervi, magari i lupi, come conseguenza indiretta. Ma sarà vero?
La risposta che fornisce l’etologa, guardando la letteratura scientifica, è no. Anzi, spesso è l’esatto contrario.
Partiamo dal cinghiale. I cinghiali causano effettivamente alcuni problemi agli esseri umani. So che è una prospettiva antropocentrica, ovvero che mette l’essere umano al centro, se si osserva la questione dal punto di vista dei cinghiali vale certamente il contrario, ma qui ha senso adottare la prospettiva antropocentrica perché è quella da cui parte la legge, quindi se vogliamo analizzarne le conseguenze reali rispetto a quelle previste, dobbiamo adottare quella prospettiva lì.
Comunque, dicevamo, i cinghiali sono un problema per alcune persone: sono oltre 2,3 milioni in Italia, causano danni per più di 200 milioni di euro l’anno, incidenti stradali anche mortali. La riforma propone di aumentare le battute di caccia, le braccate, ovvero quelle con i cani da seguito, estendendola pure ai terreni innevati. Solo che l’Ispra stessa ha più volte spiegato che la braccata è controproducente: disgrega i branchi, spinge gli animali a riprodursi prima e di più, e li fa disperdere su territori nuovi.
Lo stesso vale per i corvidi e gli storni, quelli abbattuti perché “dannosi” per le colture, uno studio recente su sette anni di dati francesi ha calcolato che il costo degli abbattimenti è di oltre 100 milioni di euro l’anno, contro danni dichiarati per appena 8 milioni. E gli abbattimenti non riducono nemmeno la popolazione l’anno successivo.
C’è anche un effetto collaterale che nessuno racconta mai: il piombo delle munizioni che resta nei campi, nei visceri degli animali non recuperati, finisce per contaminare il suolo, viene assorbito dalle piante, e la letteratura documenta una relazione diretta tra piombo nel terreno e riduzione della resa delle colture. Quindi anche qui, l’esatto opposto di quello che si vorrebbe ottenere.
Insomma, quello che emerge da questo articolo è che le soluzioni che funzionano davvero, quelle che la scienza indica con chiarezza, sono altre: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, corretta gestione dei rifiuti agricoli, indennizzi rapidi. E invece la riforma dedica molto più spazio all’ampliamento della caccia che al finanziamento di queste misure. E tutto questo avviene proprio mentre si riduce il peso della scienza nelle decisioni, declassando l’Ispra da ente vincolante a semplice consulente facoltativo. Insomma non giriamoci intorno, questa riforma è un regalo ai cacciatori, non ha niente a che vedere con la biodiversità, l’agricoltura, i piccoli allevatori.
Allora, restiamo in tema ambientale ma spostiamoci in Colombia. Abbiamo già parlato di come il 21 giugno scorso, con il margine più stretto nella storia del paese, meno dell’1%, è stato eletto presidente l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella, che in campagna elettorale ha promesso di sfruttare le riserve fossili “fino in fondo”.
Un cambio di rotta nettissimo rispetto al suo predecessore Gustavo Petro, che aveva puntato tutta la sua presidenza sulla transizione energetica, arrivando a ospitare la conferenza Onu sulla biodiversità, la Cop16, a Cali nel 2024, e un summit sulla transizione via dai fossili a Santa Marta agli inizi di quest’anno.
Da agosto, quando de la Espriella si insedierà ufficialmente, ci si aspetta una raffica di decreti per smontare le politiche ambientali della coalizione di sinistra che ha governato finora. Durante la campagna elettorale De La Espriella aveva persino parlato eliminare l’authority nazionale che sovrintende ai progetti a maggior impatto. Insomma, ci si aspetta che il prossimo o la prossima ministro/a dell’Ambiente conceda permessi facili per l’estrazione e allenti drasticamente le regole.
C’è chi vive tutto questo sulla propria pelle ed è pronto a lottare. E il Guardian, in un bell’articolo di Sinar Alvarado, corrispondente da Bogotà, racconta alcune di queste storie. C’è Yuvelis Morales Blanco, che ha 25 anni, è figlia di pescatori sul fiume Magdalena, il più importante della Colombia, e ad aprile ha vinto il Goldman Environmental Prize per aver fermato l’estrazione petrolifera e il fracking a Puerto Wilches. Nella sua zona, il dipartimento di Santander, de la Espriella ha vinto in quasi tutti i comuni tranne uno: proprio Puerto Wilches, dove il candidato di sinistra ha preso quasi il 60% dei voti. Insomma, le persone che hanno subito di più le conseguenze dell’estrazione sono le stesse che hanno votato contro.
Morales lo dice chiaramente: nella sua regione l’acqua è abbondante, ma a Puerto Wilches non si può bere dal rubinetto, perché il fiume è inquinato da anni di estrazione petrolifera.
Un altro fronte da tenere d’occhio è la Cordillera Occidental, il corridoio naturale che collega le Ande al Pacifico e all’Amazzonia: una zona senza tradizione mineraria ma con un grande potenziale per l’estrazione di rame su larga scala. Qui la questione estrattiva si intreccia un problema molto sentito in Colombia, quello della violenza: in molte aree remote, ai confini con Perù, Ecuador, Brasile e Venezuela, convivono attività minerarie legali e illegali sotto il controllo di gruppi armati, e riportarle sotto il controllo statale rischierebbe di mettere ancora più a rischio le comunità rurali più vulnerabili.
Nonostante tutto questo, Morales resta ottimista, e verso la fine dell’intervista lancia un messaggio alla comunità internazionale. Dice: “I paesi dovranno assicurarsi che la Colombia rispetti i suoi trattati sui combustibili fossili,” dice. “Dovranno tutelare il benessere delle comunità locali e vigilare affinché il paese resti su una traiettoria verso una transizione energetica autentica.”
Insomma, è importante non far sentire abbandonate queste persone. Lo saranno dai loro governi, sicuramente, ma a livello internazionale possiamo tenere vivo il fuoco della speranza e della passione.
Ieri al vertice Nato di Ankara Trump è tornato a sparare a zero contro un po’ tutti: la Spagna è “un caso senza speranza”, il Regno Unito non gli avrebbe permesso di usare una base per due settimane, e l’Italia è “pessima per quanto riguarda le sue basi” militari. Salvo poi, a fine summit, dire di essersi sentito “molto colpito” dalle dichiarazioni dei colleghi e di aver “sentito molto amore in questa stanza”. Di episodi così negli ultimi mesi ne abbiamo visti parecchi, e c’è un pattern che si ripete con una costanza quasi sorprendente: Trump rompe le regole, o semplicemente insulta chi ha intorno, pensando di favorire i suoi interessi, o quelli degli Stati Uniti, e poi si ritrova a raccogliere i cocci. Ha fatto lo stesso in Iran, con i dazi, in un sacco di altre occasioni. Solo che le cose non sembrano andare mai come si aspetta, in definitiva.
Un esempio limpido, anche se apparentemente più frivolo, è la storia con Gianni Infantino prima di Usa-Belgio ai Mondiali, con Trump che di fato ha chiesto di riammettere un giocatore squalificato e la partita che è finita 4-1 per il Belgio.
Ne ho parlato nell’ultimo numero della mia newsletter su Substack, Entangled, uscito ieri. La mia teoria è che Trump ignori completamente come funzionino i sistemi complessi.
Il problema principale di Trump è che tratta sistemi complessi come se fossero complicati (o nel suo caso addirittura semplici). Pensa che se riuscirà a far giocare un giocatore importante in una partita decisiva il risultato sarà certamente migliore, così come ci si può aspettare che aggiungendo una trave portante in una costruzione questa sarà più sicura.
Ma i sistemi complessi, sono controintuitivi, le conseguenze non sono mai quelle che ci aspettiamo. Funzionano in modi molto diversi rispetto a quelli complicati, e richiedono un pattern di azione altrettanto diverso. Provo a raccontare tutto questo nella nuova puntata di #entangled, la trovi fra le fonti, se vuoi leggerla. O sennò puoi cercare newsletter substack andrea degl’innocenti su Google.
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