Un filmato che può cambiare la storia della caccia alle balene in Islanda – 2/7/2026
In Islanda la caccia alle balene diventa un caso identitario dopo un video controverso; approvato in via definitiva il piano casa; la Corte Suprema Usa respinge il tentativo di Trump di abolire lo ius soli.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#CacciaBalene
Un italiano in Islanda – Pagina Facebook di Roberto Luigi Pagani
Il Fatto Quotidiano – L’Islanda riprende a cacciare le balene dopo due anni di stop: la carne finisce nei piatti dei turisti
#Elefanti #Plastica
Entangled (Andrea Degl’Innocenti) – Salvare gli elefanti, uccidere gli elefanti, salvare gli elefanti…
#CorteSuprema #IusSoli
Il Fatto Quotidiano – La Corte Suprema blinda lo ius soli e il voto per posta, ma concede a Trump poteri d’azione senza precedenti: ecco quali
#PianoCasa
Il Post – Il decreto sul cosiddetto “piano casa” è stato convertito in legge dal parlamento
Italia che Cambia – L’Ue, il Colle, il Papa: tutti contro il ddl caccia
Trascrizione episodio
Lunedì un giornale islandese, che si chiama Vísir, ha pubblicato un video che in breve tempo ha sollevato una grossa polemica nel Paese. Nel video si vede una balenottera comune trascinata sulla banchina da una delle navi della compagnia baleniera islandese Hvalur hf.
Mentre l’animale viene issato a terra, dagli altoparlanti parte, trionfale, l’inno nazionale islandese.
Qualcuno tra i presenti grida “Áfram Ísland”, “Avanti, Islanda”, e un dipendente dell’azienda, davanti alla telecamera di un’agenzia di stampa, agita il pene gigantesco della balena verso l’obiettivo, ridendo, quasi a voler provocare chi sta filmando.
È un filmato che fa orrore, o perlomeno può fare orrore a chiunque abbia un minimo di sensibilità verso le altre specie animali. Ma proprio perché fa orrore, credo sia utile capirlo. Perché la storia di questo filmato ci può insegnare alcune cose.
L’Islanda è uno dei soli tre Paesi al mondo, insieme a Norvegia e Giappone, che ancora oggi autorizzano la caccia alle balene per scopi puramente commerciali. Considerando che la Commissione baleniera internazionale ha messo al bando la caccia commerciale già nel 1986, sono quarant’anni che l’Islanda va avanti in deroga a quella che dovrebbe essere la norma globale.
Considerate anche che questa caccia, negli ultimi anni, si era di fatto fermata. Tra il 2024 e il 2025 l’Islanda aveva sospeso la caccia, in parte per le difficoltà economiche che avevano fatto crollare la domanda, in parte perché il settore non era più considerato abbastanza redditizio. In parte proprio per il diffondersi di una sensibilità animalista e ambientalista. Già nel 2023 il governo islandese aveva bloccato tutto per due mesi dopo un’inchiesta che aveva verificato come gli arpioni esplosivi usati dai cacciatori facessero morire le balene dopo ore di agonia.
Fra l’altro la caccia alle balene è una cosa considerata anacronistica anche dalla maggior parte degli islandesi. Sempre nel 2023, per la prima volta un sondaggio aveva mostrato che la maggior parte degli islandesi era contrario alla caccia alle balene, il 51%. Fra l’altro c’era una netta maggioranza di giovani fra i contrari e una netta maggioranza di anziani fra i favorevoli. Quindi il trend è chiaro.
Inoltre quasi nessuno mangia più carne di balena in Islanda. La stragrande maggioranza della carne di balena consumata in Islanda viene mangiata da turisti stranieri, a cui viene venduta come una “specialità islandese”. Il problema è che l’Islanda ha meno di 400.000 abitanti, ogni anno ospita oltre 2 milioni di turisti stranieri, quindi capite che le scelte dei turisti impattano più di quelle degli islandesi.
Ciononostante, va detto che i turisti non passano tutto questo tempo sull’isola, vuoi che non tutti mangiano carne di balena, anzi parliamo di una minoranza anche fra di loro, e al massimo la provano una volta come esperienza esotica. E infatti la grande maggioranza della carne di balena è diretta verso il Giappone, che sarebbe il mercato di riferimento. Solo che anche lì la domanda è in calo, ed esportare sta diventando più complicato perché in giro per il mondo sempre più porti si rifiutano di far transitare le navi cariche di carne di balena.
Insomma, il valore commerciale della pesca alla balena è sempre più basso. Ci troviamo davanti a un’industria che va avanti quasi per inerzia: un pugno di persone, un’unica azienda rimasta attiva sulle balenottere comuni, la Hvalur.
Ma allora perché va avanti? Non farebbero prima a interromperla e basta, viste anche le polemiche? Il fatto è che tutta la questione èp diventata una questione identitaria.
Mi sembra che spieghi molto bene la cosa un italiano che vive in Islanda, che ha una pagina Facebook che si chiama per l’appunto un italiano in Islanda. Si chiama Roberto Luigi Pagani, è un medievista, scrittore e docente universitario e sulla sua pagina racconta la sua vita e soprattutto la vita islandese. Vi leggo alcuni estratti da un suo post sull’argomento della caccia alle balene, precedente al video.
Dopo aver fatto una serie di premesse, più o meno le stesse che vi ho fatto anche io, si chiede: “E allora perché continuare? È una domanda che i giornali islandesi si pongono da anni. Da un lato c’è chi parla di attaccamento personale e familiare. Kristján Loftsson, proprietario della Hvalur hf., è figlio del fondatore dell’azienda e rappresenta l’ultima incarnazione di una tradizione industriale che risale al dopoguerra. Dall’altro lato, molti osservatori ritengono che la questione abbia ormai assunto una dimensione soprattutto simbolica e politica.
In questa interpretazione, la caccia alle balene non servirebbe tanto a produrre profitti quanto a dimostrare che nessuno può imporre all’Islanda cosa fare nelle proprie acque. Se davvero l’attività non conviene economicamente né all’imprenditore né al Paese, la spiegazione va probabilmente cercata altrove. Basta uno sguardo ai commenti Facebook sotto le notizie, per vedere che tantissime persone vedono la caccia alla balena come un’asserzione della propria indipendenza. È un simbolo del “siamo padroni a casa nostra, nessuno può dirci quello che dobbiamo fare”. Con simili discorsi non è possibile ragionare perché non sono basati su fatti, ma su emozioni.
Qualcuno ha persino suggerito che il ritorno delle baleniere proprio quest’anno possa avere anche una valenza politica indiretta, in vista del referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione Europea. Come prevedibile, nelle prossime settimane assisteremo all’ennesimo backlash internazionale.
Migliaia di persone che fino a ieri non sapevano indicare l’Islanda su una cartina geografica si riverseranno sui social per denunciare in modo ipocrita i “barbari islandesi”, con un tono moralistico e paternalista che qui viene percepito molto male. Ho già fatto un giretto nella sezione commenti della notizia riportata da diversi media italiani, ed è strapieno di italiane ai quali non sembra vero di poter avere la giustificazione morale per dare dei barbari ad altri popoli, non sapendo che la pratica è estremamente controversa e criticata dagli islandesi stessi.
Purtroppo è ormai diventata qualcosa di più di una semplice attività economica. È un simbolo con un peso politico enorme per una fetta della popolazione sensibile alla retorica sull’indipendenza e sull’autodeterminazione, che in Islanda è molto forte per ragioni storiche: hanno perso la loro indipendenza nel 1380 e l’hanno riacquistata pienamente solo nel 1944. Non sono mai stati invasi in modo ostile, eccettuata la razzia di pirati saraceni del 1627, e furono occupati amichevolmente dagli alleati durante la guerra”.
Vi salto una parte, comunque interessante, di ricostruzione storica, per arrivare alla fine del post:
“Se per tutta l’estate una parte dell’opinione pubblica islandese si sentirà attaccata da stranieri percepiti come ignoranti, ipocriti e pieni di santimonia, non è difficile immaginare che questo possa rafforzare sentimenti identitari e il desiderio di ribadire che “siamo padroni a casa nostra”. Non so quanto questo influirà sul dibattito europeo, ma mi sembra ingenuo pensare che non abbia alcun effetto”.
In un altro post scrive: “Il problema è che una parte consistente della popolazione, nonostante oggi la carne di balena venga consumata da pochissimi, ha ormai trasformato la caccia ai cetacei in un simbolo dell’autodeterminazione. Per queste persone vietarla non significherebbe semplicemente introdurre una norma ambientale, ma cedere alle pressioni di poteri esterni che vogliono dire agli islandesi come vivere nel proprio Paese. L’indipendenza è un elemento centrale dell’identità nazionale, e la caccia è finita per rappresentarla, anche se il suo peso economico e culturale reale è ormai nullo”.
Ecco, ho trovato questi post interessanti, perché – se osservo la situazione con i miei occhi di italiano indignato – mostrano come a volte le nostre azioni – questo è tipico dei sistemi complessi come le società umane – producono effetti controintuitivi. Noi magari ci mobilitiamo per fare pressione sull’Islanda, e poi scopriamo che quella pressione, superata una certa soglia, sortisce l’effetto opposto. E un po’ come è avvenuto per il movimento woke, che ha giovato un ruolo nel favorire il successo di Trump.
Oppure, per altri versi e con le dovute differenze, la storia mi ricorda la questione delle rinnovabili in Sardegna, per cui, anche per via della storia dell’isola, dell’orgoglio dei suoi abitanti e della sindrome da colonizzazione, ogni spinta esterna alla transizione energetica sembra sortire l’effetto contrario.
In questo caso, le pressioni esterne dell’opinione pubblica hanno finito per rafforzare il collegamento fra caccia e identità nazionale, e a tenere in vita un’attività che sennò, probabilmente, sarebbe già naturalmente svanita, visto che non p economicamente sostenibile.
Intendiamoci: il punto qui non è se cacciare le balene è giusto o sbagliato. Fra l’altro sappiamo che, oltre che per le balene stesse, l’uccisione delle balene è una pessima notizia anche per noi esseri umani e migliaia di altre specie, perché le balene svolgono un ruolo importantissimo dal punti di vista ecosistemico nel trasportare, semplicemente con il loro fare su e giù fra i fondali e la superficie per respirare, un sacco di nutrienti dai fondali verso la superficie, nutrienti di cui si ciba il fitoplancton, che attraverso la fotosintesi assorbe più CO2 e emette più ossigeno di tutte le foreste del mondo messe assieme. Quindi sono leggermente utili.
Il punto però è capire che a volte le nostre azioni producono effetti contrari a quelli che immaginiamo.
Ovviamente questa cosa funziona anche al contrario. L’azione sconsiderata dell’azienda che ha messo l’inno islandese e il dipendente che ha brandito il pene della balena morta, fatte con l’intenzione di dimostrare patriottismo e sovranità, sortiranno con ogni probabilità l’effetto contrario. Anzi, lo stanno già sortendo.
La ministra dell’industria e del lavoro, Hanna Katrín Friðriksson, che era dasempre contraria alla caccia alle balene, ha colto la palla al balzo per criticare molto duramente il filmato. Ha detto che oltre a essere eticamente sbagliato arreca un danno d’immagine gigantesco all’isola rafforzando l’idea, all’estero, di un’Islanda che difende una pratica economicamente marginale e moralmente sempre più indifendibile.
Poche ore dopo la diffusione del filmato, una legale ha chiesto l’annullamento della licenza a hvalur, per via di un presunto conflitto di interesse fra il vecchio premier che la concesse che aveva una parente stretta che è azionista (devo dire che in islanda è difficile trovare qualcuno che non sia parente di qualcun’altro). Però il fatto che sia avvenuto lo stesso giorno non è un caso.
Torno a leggere un altro post di un Italiano in islanda, che commenta il video: “La mia impressione è che il video di oggi mostri un atto di sfida pensato per dire agli ambientalisti, ai giornalisti, agli stranieri e al “mondo esterno” che qui intendono fare quello che vogliono. Il problema è che questa posa da ribelli contro i poteri internazionali produce solo un effetto: fa apparire i suoi protagonisti piccoli, volgari e disperatamente bisognosi di sentirsi importanti.
Se l’obiettivo era difendere la caccia alle balene, il risultato è stato esattamente opposto: offrire al mondo uno spettacolo indegno, capace di disgustare anche molti islandesi che magari non erano mai stati particolarmente attivi contro la caccia”.
Interessante. vedete quanto è utile e importante conoscere il pensiero sistemico se si vogliono cambiare i sistemi? Sennò si rischia di ottenere l’effetto contrario!
A proposito di pensiero sistemico, ieri è uscita la nuova puntata di entangled, tutto è connesso, la mia newsletter su substack. Parlo di elefanti, elefanti veri, ma anche di un elefante nella stanza, gigantesco.
In realtà, non parlo così tanto di elefanti. parlo soprattutto di una delle invenzioni più incredibili fatte dal genere umano, usata nella maniera più stupida possibile. Che sta distruggendo un sacco di cose, ma (forse) ci sta anche spingendo a cambiare. Se volete iscrivetevi alla newsletter.
Ieri è stato approvato ufficialmente il piano casa dal parlamento, adesso manca solo la pubblicazione in gazzetta ufficiale e poi sarà legge. Si attendono i decreti attuativi.
Martedì la Corte Suprema americana ha bocciato il tentativo di Trump di abolire lo ius soli: l’ordine esecutivo, firmato il primo giorno del suo secondo mandato, voleva negare la cittadinanza automatica ai figli di immigrati irregolari o presenti solo temporaneamente nel Paese. I giudici hanno confermato quello che il Quattordicesimo Emendamento dice da oltre un secolo che riconosce la cittadinanza “a ogni persona nata libera in questa terra”.
Lo stesso giorno la Corte ha invece confermato altre due leggi, di oltre metà degli Stati, che vietano alle atlete transgender di competere negli sport femminili scolastici e universitari, e ha eliminato i limiti alle spese coordinate dei partiti nelle campagne elettorali federali,in questo caso due decisioni diciamo a favore di Trump.
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