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15 Settembre 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Davvero l’Ia potrebbe “prendersi” Internet in 6 mesi? – 15/9/2026

I leader dell’IA lanciano l’allarme su un possibile controllo dell’IA su Internet entro sei mesi; in Svezia testa a testa serrato tra centrosinistra e centrodestra, l’ultradestra non sfonda; a Londra la ULEZ migliora la funzione polmonare nei bambini.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Gli allarmi sull’IA sono abbastanza ciclici e ricorrenti, e seguono un pattern abbastanza preciso: Qualcuno fa una dichiarazione roboante, i giornali riprendono questa dichiarazione facendoci titoli sensazionalistici, i pezzi grossi del settore dicono che sì, quella cosa è possibile, e che anche loro sono preoccupati e che il settore andrebbe regolamentato. Poi nessuno fa niente e la corsa senza regole continua.

Il fatto che il pattern si ripeta uguale a se stesso non significa però che gli allarmi lanciati siano insensati. Anzi, proprio il pattern stesso, e l’inazione di fondo su cui si basa, fa sì che aumentino via via le possibilità che uno di quegli allarmi prima o poi si avveri. Ma andiamo con ordine e vediamo quest’ultima vicenda.

L’8 settembre Jacob Coxon, un ricercatore ventisettenne che ha lavorato sia per OpenAI che per Anthropic, si dimette e denuncia apertamente le principali aziende AI su X: sostiene che chi costruisce questi sistemi crede che l’IA potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. 

Il giorno dopo, Evan Hubinger, ovvero colui che dentro Anthropic guida proprio la ricerca sulla sicurezza, dice che in effetti sì, il ragazzo ha ragione e ha rivelato via social di ritenere che ci sia un 10% di possibilità che le IA eliminino l’umanità intera nell’arco di dieci anni. Poi, il 12 settembre, arriva il pezzo grosso: Dario Amodei, il capo di Anthropic, pubblica un lungo saggio intitolato “We Must Pace the Frontier” in cui dice che bisogna rallentare il ritmo con cui si potenziano le capacità dei modelli, perché dall’estate scorsa l’IA avrebbe iniziato a migliorare sé stessa a una velocità superiore a ogni previsione. 

È il cosiddetto recursive self-improvement, il fenomeno per cui un sistema di intelligenza artificiale viene usato per contribuire allo sviluppo e al miglioramento della generazione successiva di sistemi di IA, in pratica, l’IA che aiuta a costruire un’IA più potente di sé stessa. 

Secondo Amodei se non facciamo niente entro 6-12 mesi le IA potrebbero di fatto prendere il controllo completo di Internet. Ha anche lanciato una sua proposta in 3 punti, ritenuta però dagli analisti molto fumosa e poco concreta. Ciononostate nel giro di poche ore arrivano gli endorsement di Elon Musk e Sam Altman, rispettivamente il capo di XAI, che sviluppa Grok, e il Ceo di OpenAI, che sviluppa ChatGPT. Musk scrive “Dario ha ragione”, e Sam Altman conferma che condivide la necessità di rallentare, aggiungendo che OpenAI rinvia la sua maxi quotazione in Borsa al 2027. E per qualche giorno tutto il mondo parla di queste cose.

Ora, innanzitutto, che vuol dire che l’IA potrebbe prendere il controllo di Internet? Amodei parla di sciami di agenti autonomi, programmi capaci di scrivere codice, cercare falle nei sistemi e coordinarsi tra loro, che sono sempre più in grado di infiltrarsi in server e infrastrutture digitali fino a formare quella che Amodei chiama una botnet gigante, difficile da fermare. Ovvero in pratica trasformare Internet in un unico grande sistema malevolo.

Ora, in effetti casi di questo genere stanno già accadendo, più in piccolo. Se ricordate, ne abbiamo anche parlato, tra maggio e luglio di quest’anno: durante un test interno, oltre 1.200 agenti di OpenAI sono riusciti a creare da soli una bacheca di messaggistica segreta per comunicarsi tra loro, scambiandosi 70.000 messaggi, e circa 700 di questi agenti hanno poi coordinato un attacco reale contro Hugging Face, compromettendo 41 server e ottenendo privilegi da amministratore, senza che nessun umano avesse mai dato quell’ordine. OpenAI ci ha messo quasi due settimane ad accorgersene. 

Episodi simili hanno riguardato anche Anthropic. E via via che le sperimentazioni vanno avanti e che le IA diventano più potenti – cosa che avviene a un ritmo che non riusciamo nemmeno a concepire, proprio perché sono le IA stesse che sviluppano le nuove generazioni, a una velocità improbabile – questi attacchi possono coinvolgere porzioni sempre più ampie del web. 

La cosa interessante, e se volete un po’ inquietante, è che non c’è bisogno di immagina un’IA che prende coscienza di sé e decide di ribellarsi. L’idea di coscienza che attribuiamo alle macchine è frutto della nostra esperienza del termine. Il punto è che le IA potrebbero prendere il controllo di Internet, e poi a catena di un sacco di cose, senza bisogno di prendere coscienza per come lo immaginiamo nei libri di fantascienza.

Ora, tutto questo è possibile. Difficile stimare quanto probabile. Il problema è che nel frattempo le stesse aziende che lanciano gli allarmi continuano a correre. Ci sono due spiegazioni, credo entrambe vere in qualche musra, a questo apparente controsenso. La prima richiama la cosiddetta teoria della  tragedia dei beni comuni. Nel senso che ogni laboratorio — Anthropic, OpenAI, Google, la Cina — ha convenienza individuale a correre il più veloce possibile, perché chi arriva primo si prende mercato, investimenti e vantaggio geopolitico. 

Se solo uno si ferma, non fa altro ce avvantaggiare gli altri, quindi non ha senso che qualcuno si fermi per primo. Ma se corrono tutti senza freni, il rischio aumenta per l’intera umanità, a prescindere da chi vince. Per fermarsi servirebbe o un regolatore esterno (ma anche qui a livello mondiale, sennò una nazione si avvantaggerebbe sull’altra) o un accordo fra tutti gli attori del mercato (ma chi garantirebbe che a quel punto non entrerebbero nuovi attori, più spregiudicati?).

Però c’è anche una dinamica più sottile da cogliere. Ovvero che anche la narrazione catastrofista che facciamo sull’IA, per quanto strano, rientra all’interno di uno schema molto funzionale alle grandi aziende IA. Innanzitutto, come ci insegna Harari, costruisce un’immaginazione verso cui ci muoviamo di quel tipo lì.

E poi Chamath Palihapitiya, un noto investitore di venture capital ha notato una cosa interessante: ovvero che a chiedere di rallentare sono i leader del settore, i giganti. E che chiedere di rallentare, in un settore dove i costi di sicurezza e conformità sono altissimi, rischia di fatto di schiacciare i modelli open source più piccoli e di concentrare ancora più potere, tecnologico ed economico, proprio nelle mani di chi lancia l’allarme, cioè Anthropic, OpenAI, XAi. 

Fra l’altro Altman, Amodei e Demis Hassabis di DeepMind avevano già firmato un appello molto simile, in cui dicevano che se non si regolamentava l’Ia avrebbe condotto all’estinzione umana, nel maggio 2023. Musk una volta sì e l’altra pure nei podcast dice di essere terrorizzato dall’IA. E poi, continuano tutti a sviluppare a più non posso e a fare profitti. Il filosofo Luciano Floridi ha calcolato che il 79% delle previsioni fatte finora sull’IA non è nemmeno falsificabile, non supera il criterio di falsificabilità di Popper, perché si tratta di allarmi vaghi, che non sono nemmeno a posteriori verificabili o confutabili. 

Come scrive lo storico Alessandro Volpi, “Le ragioni di questi allarmi sono tante e molte decisamente serie. Ma nel caso di Anthropic – si riferisce a quest’ultimo caso – la motivazione pare assai più mirata.

La società, che ha un valore stimato di quasi 1000 miliardi di dollari, ha intenzione di quotarsi in Borsa entro la fine del 2026 con l’obiettivo di raggiungere una capitalizzazione di circa 2000 miliardi di dollari: un obiettivo tutt’altro che semplice in una fase dove il mercato azionario e quello obbligazionario hanno grande bisogno di trovare risorse finanziarie.

Allora, gridare al pericolo dell’Intelligenza artificiale può alimentare l’idea che siano necessari meccanismi di controllo e, se proprio Amodei si dichiara fautore di questa necessità, una simile presa di posizione può essere letta come un maggiore segno di responsabilità e quindi come un buon motivo proprio per dare fiducia ad Anthropic e alla sua quotazione rispetto ad altre società”.

In tutto ciò, la forza che i Ceo stessi invocano come regolatrice, ovvero quella degli stati – Amodei nel suo piani si augura che gli stati democratici abbiano la forza di approvare dei regolamenti vincolanti – sembra che non abbiano la minima intenzione di tirare il freno. Come scrive L’Indipendente, “La classe politica dell’Unione Europea guarda all’intelligenza artificiale come una necessità propedeutica a rimanere finanziariamente competitivi nei confronti di un mercato dominato dalle Big Tech statunitensi, mentre gli USA ritengono di dover procedere senza remore allo sviluppo delle IA per tener testa agli avanzamenti tecnici delle nazioni avversarie, Cina in primis: l’idea di un accordo condiviso sui macrosistemi si presta dunque più a depistare l’attenzione dai problemi reali che a offrire una soluzione concreta”.

Insomma, ci troviamo nella strana situazione in cui l’ipotesi di un’apocalisse AI diventa uno strumento per aumentare i profitti delle aziende sviluppatrici, che quindi puntano su quello storytelling, e così facendo aumentano le probabilità che quella cosa prima o poi succeda davvero, in una profezia che si autoavvera. 

Ora la domanda più difficile. Come si cambia questa inerzia? Se avete ascoltato la puntata di INMR+ avrete già capito che il problema è sempre lo stesso: non si riescono a gestire questioni che riguardano i beni comuni e gli interessi collettivi all’interno di questo sistema democratico competitivo basato sul voto. Proviamo a immaginare: cosa succederebbe se affidassimo le decisioni sull’IA a dei tavoli che lavorano seguendo meccanismi completamente diversi? Ad esempio che lavorano in S3? 

Domenica si è votato in Svezia per rinnovare il parlamento e creare il nuovo governo. Erano elezioni molto attese, in cui l’opposizione di centrosinistra era data molto in vantaggio sul centrodestra fino a qualche settimana prima del voto, poi il centrodestra, attualmente al governo, aveva recuperato molti punti nei sondaggi e i due schieramenti arrivavano piuttosto appaiati al voto. E poi c’era molta attesa per il risultato della destra radicale, dopo il voto in Germania, per vedere se la cosiddetta marea nera avrebbe investito e quanto la Svezia.

Quindi come è andata? Eh, bella domanda. Diciamo che è stato confermato il testa a testa, talmente serrato che ancora non si sa chi ha vinto e bisognerà aspettare l’arrivo dei voti dall’estero e la fine del conteggio nelle città più popolose per dare il verdetto definitivo. Al momento la coalizione di csx sembra leggermente in vantaggio, e potrebbe avere una maggioranza di un seggio in parlamento.

Mentre i Democratici Svedesi di Jimmie Akesson, il partito di ultradestra anti-migranti che negli ultimi anni ha spinto sempre più a destra anche l’agenda del governo Kristersson, nonnha sfondato come in molti ipotizzavano e anzi ha perso consensi rispetto a 4 anni fa, ottenendo il 17% contro il 20 del 2022.

Se anche sarà confermata la vittoria del centrosinistra, per la candidata premier Magdalena Andersson non sarà facile Mettere insieme una maggioranza di governo che tenga insieme il Centro e la Sinistra. Secondo gli analisti la formazione del governo potrebbe richiedere settimane, se non mesi.

Da Londa arrivano i dati di uno studio molto incoraggiante sugli effetti delle politiche anti inquinamento. Nel 2019 Londra ha introdotto la ULEZ, la Ultra Low Emission Zone: in pratica, chi guida un’auto o un furgone troppo inquinante per entrare in certe zone della città deve pagare un pedaggio, altrimenti resta fuori. Una misura che piuttosto contestata negli anni, ma che sembra aver dato dei risultati interessanti.

Un gruppo di università infatti ha seguito dal 2018 al 2022 oltre 3.400 bambini tra i 6 e i 9 anni, in 84 scuole primarie: metà a Londra, dentro la ULEZ, e metà a Luton, una città a circa 50 chilometri a nord che invece la zona a basse emissioni non ce l’ha. Ogni anno, gli stessi bambini facevano un test respiratorio — la spirometria — che misura quanta aria riescono a espellere con forza in un secondo: è il parametro standard per valutare quanto bene si stanno sviluppando i polmoni.

All’inizio dello studio i bambini londinesi partivano svantaggiati, con una funzione polmonare più bassa dei coetanei di Luton. Ma con l’introduzione della ULEZ, l’esposizione al biossido di azoto — il principale inquinante da gas di scarico — è calata a Londra più del doppio rispetto a Luton. Il campione restava lo stesso nel tempo, nel senso che i bambini erano sempre gli stessi, ma la quota di questi con una funzione polmonare clinicamente compromessa è scesa a Londra dal 14% al 9%, mentre a Luton, è calata molto meno, dal 9% al 7%.

Così per la prima volta abbiamo una prova concreta che i deficit respiratori causati dallo smog, nei bambini, si possono recuperare — non sono un danno permanente e irreversibile, a patto di intervenire mentre i polmoni sono ancora in fase di sviluppo. 

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