Perché l’Islanda ha detto no all’Ue – 1/9/2026
In Islanda vince il No al referendum sull’Ue; un collasso glaciale causa centinaia di morti e dispersi tra Nepal e Tibet; James Hansen conferma l’arrivo di un El Niño da record; a Reggio Emilia prosegue il presidio di Bosco Ospizio.
Questo episodio é disponibile anche su Youtube
Fonti
#IslandaReferendum
Il Post – In Islanda vince il “no” al referendum sull’Unione Europea
ANSA – Referendum Islanda, il 52,8% dice no ai negoziati con l’Ue
Euronews – Iceland says ‘No’: Four takeaways from the EU accession referendum
RTÉ – Fishing dominates as Iceland casts vote on EU referendum Iceland Review – Reykjavík and Rural Iceland Split in EU Referendum
#IslandaDisinformazione
Iceland Review – Netvís Warns of Growing Disinformation Risk before August Referendum
Poynter – Iceland has mostly avoided misinformation. That may be changing.
EU Today – Iceland’s EU referendum becomes test of disinformation and Arctic security
#TibetNepal
Il Post – Sappiamo poco di quant’è grave la situazione in Tibet
Al Jazeera – Nepal-Tibet floods: What is a glacial collapse, how common is it?
RTÉ – How a glacier collapse may have caused Nepal-Tibet floods
ABC News (Australia) – Nepal flash flood buries villages after earth-shattering glacier break
SnowBrains – How a Landslide Triggered a Biblical Flash Flood in Tibet and Nepal
#GrandCanyon
CBS News – Grand Canyon flash floods leave 2 dead, about 15 missing, park officials say
CNBC – More storms possible at Grand Canyon where a flash flood killed 1 person and left 15 missing
#Hansen
CounterPunch – James Hansen Super-Duper El Niño 2027 Outlook
Climate Uncensored – Super-Duper El Niño and the Bigger Problem
#BoscoOspizio
Italia che Cambia – Salvare un bosco urbano da un supermercato
Trascrizione episodio
Rieccoci, riparte INMR dopo la pausa estiva. Come di consueto useremo queste prime puntate per recuperare anche un po’ di fatti successi ad agosto.
Iniziamo però da una notizia piuttosto recente. Sabato in Islanda si è votato in un referendum che riguardava l’adesione dell’Isola all’Ue. I sondaggi davano sì e n abbastanza appaiati, alla fine ha vinto il No. Era un voto non voincolante ma il governo si era impegnato a rispettare l’esito. Comunque ora vediamo tutto per bene.
Partiamo dal capire bene di cosa parliamo. Gli islandesi non stavano votando per entrare o no nell’Unione europea, ma per riprendere i negoziati sull’adesione con Bruxelles. Un’eventuale vittoria del Sì non avrebbe portato automaticamente l’Islanda dentro l’Ue, ma avrebbe dato al governo il mandato per sedersi al tavolo con Bruxelles e negoziare le condizioni — condizioni che poi sarebbero state sottoposte a un secondo referendum, quello vero, quello decisivo. Quindi era, diciamo, un referendum sul referendum. Un primo passo.
Considerate che l’Islanda aveva già fatto questo percorso: aveva presentato domanda di adesione nel 2009, dopo il collasso del suo sistema bancario, i negoziati erano andati avanti per un po’, ma nel 2013 un governo euroscettico li aveva congelati. Sono seguiti tredici anni di silenzio sul tema. Fino a sabato.
Ma vediamo meglio i numeri. Ha vinto il No, con il 52,8% dei voti contro il 47,2% del Sì. Un margine di circa 10mila voti su oltre 225mila votanti, con un’affluenza altissima, del 82,5%.
Come spesso abbiamo osservato anche in Islanda si è riproposto il pattern città contro periferia. Considerate che in Islanda l’unica città relativamente grande è Reykjavik. E i due collegi della capitale sono anche gli unici in cui ha vinto il Sì, mentre negli altri 4 ha vinto il No. Il risultato non cambia in modo sostanziale il rapporto dell’Islanda con Bruxelles: il Paese resta comunque dentro lo Spazio economico europeo e Schengen, quindi la vita quotidiana degli islandesi non cambia. Cambia però la prospettiva politica: il tema non tornerà sul tavolo almeno fino al 2028, fine dell’attuale legislatura.
Veniamo quindi alle motivazioni. Su diversi giornali italiani si parla di fake news e possibili interferenze straniere sul voto. Che ormai è diventato un po’ la spiegazione di default di qualsiasi voto che vada contro l’Ue.
In realtà, per quello che sappiamo, in questo caso il voto non sembrerebbe essere stato influenzato particolarmente dalle grandi questioni geopolitiche che caratterizzano l’attualità, ma da una questione molto più locale: la pesca.
La pesca vale l’8% del Pil islandese e quasi il 40% delle sue esportazioni. Inoltre per molti islandesi rappresenta un pezzo di identità nazionale, di storia. L’Islanda ha vinto nientemeno che tre “Guerre del Merluzzo” contro il Regno Unito, tra il 1958 e il 1976, per difendere le proprie acque. Quando anni fa approfondii il tema della cosiddetta rivoluzione delle pentole in islanda scoprii che in islandese ci sono oltre 100 parole per indicare le parti del merluzzo. Entrare nell’Ue avrebbe significato sottostare alla Politica Comune della Pesca, quindi condividere l’accesso alle proprie acque con le flotte europee. E il 90% delle aziende del settore ittico, era contrario all’adesione proprio per questo. A fianco a ciò c’è anche il tema – anche se questo avrebbe giocato un ruolo minore – della caccia alla balena, che l’Islanda continua a praticare ma che sarebbe vietata internazionalmente.
Però è la pesca generica, e soprattutto quella al merluzzo, ad aver giocato un ruolo. In questo caso la frattura geografica del voto quindi non si spiegherebbe solo con la classica divisione fra metropoli progressiste e periferie conservatrici, ma col fatto che nella capitale la pesca pesa poco sull’occupazione, mentre in tutto il resto del Paese la pesca è vita quotidiana.
In tutto ciò, quando i giornali parlano di fake news legate a questo referendum, la cosa in realtà è vera. Ma non nel senso dei “sospetti di interferenze straniere” con cui molti titolano. In una intervista, un politologo molto conosciuto in Islanda, Eirikur Bergmann, racconta che i timori di un’interferenza russa organizzata non hanno trovato conferma nei fatti in questo voto. E che la disinformazione circolata prima del voto è stata prodotta internamente, non dall’estero. Che ormai è fisiologica a qualsiasi voto.
Torniamo indietro di qualche giorno e ci spostiamo in Asia. Sull’Himalaya, al confine fra Nepal e Tibet, si è verificata una delle catastrofi più gravi di quest’anno, per via di un fenomeno di cui realisticamente sentiremo parlare più spesso: le alluvioni improvvise, o flash flood.
In pratica Mercoledì scorso un’enorme pezzo di ghiacciaio, una roba grossa come un grattacielo di quelli grossi, come 5-6 piramidi di Giza, si è staccata da un’altitudine di circa 5.000-5.200 metri al confine fra Nepal e Tibet. Questa massa gigantesca fatta di acqua, ghiaccio, fango e rocce è precipitata per oltre un chilometro verticale nella valle sottostante. Mentre scendeva ha inglobato rocce, sedimenti, alberi, tutto quello che trovava sul suo cammino, diventando sempre più grande e distruttiva mano a mano che avanzava verso valle.
Finché non ha incontrato dei fiumi già gonfi verso valle per via dello scioglimento dei ghiacciai estivi e delle piogge monsoniche di questi giorni e quindi questa massa di detriti che si è schiantata in un corso d’acqua già carico, ha generato l’ondata di fango che ha spazzato via case, ponti e strade. E vite.
In Nepal il bilancio è al momento di almeno 903 morti e 4.247 dispersi. Sul lato cinese, in Tibet, i media di Stato parlano di 16 morti e 546 dispersi. Ma è probabile che le stime diffuse dal governo cinese, che che governa il Tibet dal 1950 e ne controlla strettamente il flusso di informazioni, stia manipolando i dati.
Il Post ha scritto che della situazione in Tibet sappiamo pochissimo, perché quello che filtra sono quasi solo le immagini celebrative dei soccorsi diffuse dai media statali cinesi, non un quadro reale dei danni e delle vittime. Xi Jinping ha parlato di “ogni sforzo possibile” per ritrovare i dispersi, ma di fatto, fuori e dentro la Cina, si sa solo quello che Pechino decide di mostrare.
I soccorsi sono anche particolarmente problematici perché il materiale caduto ha creato degli sbarramenti accidentali lungo il corso del fiume, dietro cui si sono formati nuovi laghi temporanei, instabili, a rischio di rottura. E quindi i soccorritori hanno dovuto più volte sospendere le ricerche e ritirarsi per il rischio di una seconda ondata, generata questa volta da uno di questi sbarramenti secondari che potrebbe cedere.
Questo episodio, tragico e sfortunato, non è però frutto del caso. La regione himalayana si sta riscaldando più rapidamente rispetto alla media globale, e questo sta accelerando lo scioglimento dei ghiacciai e rendendo instabile il letto di permafrost che tiene insieme interi versanti di montagna. Considerate che eventi di questo tipo – magari su scala minore – stanno diventando sempre più frequenti proprio in quest’area, non a caso la stessa zona aveva già registrato un’esondazione simile appena un anno fa, nell’agosto del 2024, quando un lago glaciale in Tibet era straripato per le alte temperature. Non è un fulmine a ciel sereno, ecco: è il sintomo di un sistema, quello dei ghiacciai himalayani, che sta diventando strutturalmente più instabile e più pericoloso per le comunità che vivono a valle — che spesso, va detto, sono anche fra le più povere e le meno attrezzate per affrontare disastri di questa scala.
Ma a riprova che i flash flood sono sempre più comuni e non solo sull’Himalaya, nel weekend c’è stata un’altra alluvione lampo che ha colpito il Grand Canyon, negli Stati Uniti. Qui 2 cm di pioggia caduti in appena mezz’ora su un terreno roccioso con forti dislivelli, che ha fatto scorrere via l’acqua quasi istantaneamente invece di assorbirla, ha creato un’improvvisa ondata di fango. Il bilancio è enormemente più piccolo: al momento parliamo di una persona morta, una quindicina di dispersi, decine di evacuati, ma il punto è che è importante familiarizzare e iniziare a comprendere questi fenomeni, perché potrebbero capitare anche a noi in futuro ed è importante essere preparati.
A proposito di crisi climatica è uscito un report che mi sembra valga la pena raccontarvi. James Hansen — ovvero il climatologo della NASA che nel 1988 fu il primo a dire al Senato Usa che il riscaldamento globale era già iniziato — il 21 agosto ha pubblicato un’analisi dal titolo piuttosto eloquente: “Super-Duper El Niño and the Bigger Problem”.
Avevamo parlato della ipotesi di un el nino particolarmente potente. Ipotesi che ahimé è confermata. Hansen dice che l’El Niño in corso è già il più forte mai registrato nell’epoca dei dati affidabili, e considerate che i suoi effetti massimi arriveranno solo fra qualche mese, dentro il 2027. La metrica che usa Hansen per misurarlo — l’anomalia di calore nei primi 300 metri dell’Oceano Pacifico equatoriale — ha già superato i livelli dei precedenti “super El Niño” del passato.
Ma il punto che preme di più a Hansen non è tanto l’El Niño in sé, quanto cosa ci sta dietro: secondo lui, questa forza anomala del fenomeno è essa stessa probabilmente causata dal riscaldamento globale. Nel senso che non stiamo assistendo a un evento naturale che si somma al cambiamento climatico, come spesso viene raccontato e interpretato, ma a un cambiamento climatico che sta rendendo l’El Niño stesso più estremo. E le conseguenze attese, scrive, sono un aumento delle anomalie di temperatura globali, uno spostamento verso i poli delle fasce climatiche, piogge estreme più frequenti, siccità lampo e incendi che si sviluppano più rapidamente, e ondate di calore marine. Insomma, questa estate ha mostrato con una certa violenza gli effetti della crisi climatica. Non c’è più tempo per l’inazione.
A Reggio Emilia è in corso una resistenza pacifica all’abbattimento degli alberi di Bosco Ospizio, per lasciare posto a un supermercato. L’altro ieri c’è stato l’incontro fra i manifestanti e Conad e la sensazione, come abbiamo raccontato ieri in una news, è quella di un testa a testa destinato a durare ancora un bel po’.
Da una parte gli attivisti e le attiviste che chiedono di rinunciare alla cementificazione dell’area verde, dall’altra Conad, che ha promesso di valutare la controproposta ma ha anche messo subito le cose in chiaro: sulla riduzione della cementificazione, un no secco, senza margini di trattativa — “investimenti milionari già fatti, tornare indietro è impossibile”, questa la posizione dell’azienda. E in mezzo il Comune, che più che mediare sembra spingere gli attivisti ad andarsene altrove: a trovare, cioè, altre zone della città dove portare i loro progetti di verde.
Eppure, nonostante le prospettive siano — come ci ha detto Alessia, attivista di Extinction Rebellion — “abbastanza cupe”, l’assemblea considera comunque un successo essere riuscita a sedersi al tavolo. Non è un dettaglio da poco: sono più di due anni che, con qualunque meteo, anche a Ferragosto, decine di persone si ritrovano ogni settimana in presidio permanente. E nell’ultimo mese, con l’accampamento al Campo di Marte, quel numero si è moltiplicato per dieci.
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