Le ultime novità sul caso Fakir e che quartiere è il Pilastro – 23/7/2026
A Bologna nuovi sviluppi sul caso Fakir e un ritratto del quartiere Pilastro; incendi devastanti in Francia e Sicilia con bilanci pesanti sull’ondata di caldo; il terremoto in Venezuela riavvicina Caracas e Israele.
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Fonti
#Fakir
Il Post – Il posto dove è morto Abderrahim Fakir non è una periferia come le altre
Il Post – Che storia aveva Abderrahim Fakir
BolognaToday – Fakir, cosa emerge dal nuovo video della body-cam
#IncendiECaldo
ANSA – Francia, oltre 20 mila evacuati tra residenti e turisti per il maxi-incendio in Gironda
Il Post – Durante l’ondata di calore di fine giugno in Francia ci sono state quasi 6mila morti in eccesso: il dato più alto dal 2003
La Sicilia – Modica e l’incendio, il presunto piromane evade dai domiciliari
#Venezuela
Unimondo – Israele, Venezuela e la diplomazia del terremoto
#Giornalismo
L’Indipendente – Fabio Butera: il giornalista che dovrà pagare 42.000 euro dopo aver scritto la verità
Trascrizione episodio
A qualche giorno dalla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta domenica a Bologna, durante un fermo della polizia, la questione continua a far parlare e sono emersi molti nuovi dettagli.
Sono saltati fuori nuovi video, fra cui uno, di cui il Tg1 ha trasmesso i primi fotogrammi da cui in tutta onestà non si capisce molto, e che attualmente è al vaglio degli inquirenti, proveniente dalla bodycam privata di uno dei due agenti, non quella in dotazione, ma – secondo la polizia – un dispositivo personale che uno dei due agenti intervenuti portava con sé e ha attivato volontariamente. Oggi, invece, è prevista l’autopsia, affidata a un pool di esperti.
Nel frattempo è emerso anche molto su chi fosse Fakir e sulla sua storia che ricorda molto quella di tanti immigrati. L’avvocata che lo stava seguendo per il rinnovo del permesso di soggiorno dice al Post che «La storia di Fakir sembra il gioco dell’oca di tanti stranieri che arrivano in Italia da piccoli, studiano, finiscono per avere brutte frequentazioni, poi capiscono di aver fatto degli errori e lavorano duro per costruirsi una strada diversa». Era in Italia dai sette anni, aveva avuto guai con la giustizia legati alla droga più di dieci anni fa, aveva scontato la pena solo nel 2019 quando — dice chi lo seguiva — “era ormai un’altra persona”. Aveva quindi chiuso con quel passato ed era persino riuscito ad aprire una piccola ditta di carpenteria.
Ma negli ultimi mesi era in forte sofferenza psichica: il 20 giugno si era procurato un taglio al polso ed era andato al pronto soccorso chiedendo di parlare con uno psichiatra. Ad angosciarlo era – pare – il fatto che aspettava il rinnovo del permesso di soggiorno, e con il nuovo regolamento UE sui rimpatri che si avvicinava, viveva nel terrore di essere “deportato”. Un terrore che, secondo chi lo conosceva, non aveva basi concrete, ma che lo aveva comunque travolto.
A Bologna ci sono state grandi manifestazioni n suo sostegno, ne avevamo parlato martedì ma un po’ velocemente, lo abbiamo fatto meglio sempre nella giornata di martedì con una nostra news su ICC. C’è stato un presidio più istituzionale convocato dal sindaco Lepore in piazza Nettuno, a cui hanno partecipato pacificamente migliaia di persone. Poi una parte del corteo si è spostata verso la Prefettura, e lì sono scoppiati scontri veri e propri, con bombe carta, bottiglie, idranti, lacrimogeni, auto del Comune incendiate. In parallelo, il sindacato Si Cobas ha organizzato ore di sciopero e blocco all’Interporto di Bologna, il grande snodo logistico dove Fakir stesso lavorava con la sua ditta, sciopero che ha bloccato centinaia di camion per una notte intera.
La protesta ha anche travalicato i confini nazionali. Il ministero degli Esteri marocchino ha chiesto ufficialmente alle autorità italiane di fare piena luce sul caso, e diversi media internazionali, tra cui il New York Times, hanno paragonato quanto successo al caso George Floyd. Ci sono stati anche cortei di solidarietà a Milano, mentre a Casablanca la vedova dell’uomo ha organizzato un presidio davanti all’ambasciata italiana in Marocco.
In tutto ciò, al momento, i due poliziotti e i quattro sanitari del 118 coinvolti non sono ancora formalmente indagati, in virtù di quello che viene chiamato scudo penale, anche se non è uno scudo vero e proprio, introdotto dal decreto sicurezza.
Le 6 persone sono finite in questo registro parallelo, creato dal decreto, per omicidio colposo, ma — appunto — non sono indagati in senso tecnico. Se entro trenta giorni non emergono elementi significativi a loro carico, il pm sarà costretto a chiederne l’archiviazione. Se invece emergono elementi, possono essere iscritti nel registro vero e proprio in qualsiasi momento. Comunque è probabile che già con l’esito dell’autopsia di oggi si sappia qualcosa in più.
In tutto ciò, ho trovato molto interessante l’operazione fatta dal Post nel raccontare il quartiere del Pilastro a Bologna. Alice Facchini racconta di un quartiere che è cambiato molto negli ultimi anni, molto vivo e in cui il disagio è stato compensato da una forte presenza sociale, di attivismo, associazionismo.
Leggo: “Il Pilastro si trova nella periferia nord est della città, ha una grande concentrazione di case popolari e da anni è raccontato dai media come un’area marginalizzata e pericolosa. È in effetti un quartiere con molti problemi, ma anche con una vita sociale molto attiva, molte iniziative di solidarietà e una comunità che negli anni l’ha reso per certi aspetti un posto anche molto vivibile”.
“Negli anni Ottanta finiva spesso sui giornali per lo spaccio e il consumo di eroina, episodi di microcriminalità e problemi di vario genere, quelli che spesso confluiscono nella definizione un po’ vaga di “degrado”. Nel 1991 ci fu la cosiddetta “strage del Pilastro”, quando tre carabinieri in servizio furono uccisi dalla “banda della Uno bianca”, gruppo criminale diventato famoso tra gli anni Ottanta e Novanta e attivo tra Emilia-Romagna e Marche”.
Nel 1994 il cantante Jovanotti scelse il quartiere come ambientazione per il videoclip della famosissima canzone “Serenata Rap”: in quegli anni il Pilastro, perlomeno nella percezione comune, era il corrispettivo italiano delle banlieue parigine o dei quartieri popolari nelle città statunitensi. Nel 2020 il quartiere tornò sui giornali per un video in cui Matteo Salvini citofonava a casa di un uomo tunisino chiedendo se fosse uno spacciatore.
Come spesso accade in questi casi, questa narrazione non tiene conto di molte altre cose che succedono al Pilastro, che oggi è una zona periferica meno isolata e problematica rispetto ai quartieri periferici di altre grandi città (per esempio lo Zen a Palermo). E questo è successo soprattutto perché a partire dagli anni Sessanta al Pilastro gli abitanti si coordinarono e portarono avanti lotte politiche e sociali per migliorarlo.
Poi l’articolo racconta la genesi di questo attivismo, tipico di alcuni quartieri poveri. “Questo attivismo – leggo più avanti – è anche oggi alla base della grande mobilitazione che c’è stata immediatamente nel quartiere dopo la morte di Fakir, con molte persone che si sono radunate per ricordarlo.
Oggi al Pilastro ci sono le scuole dell’infanzia, la scuola primaria e le medie, una biblioteca, un centro che ospita i servizi sanitari territoriali, due case di quartiere, un centro commerciale con l’ufficio postale, la banca, il supermercato e l’edicola. L’anno scorso ha aperto anche una caserma dei carabinieri”.
E ancora: “Al Pilastro ci sono anche gli orti urbani più grandi d’Italia, più di 16mila metri quadrati divisi in 427 appezzamenti. «Qui vengono persone da ogni angolo del mondo: italiani, bengalesi, kosovari, peruviani», racconta Maria Cristina Gnudi, presidente dell’associazione della Zona ortiva di via Salgari. «Ognuno coltiva il suo orto, e nel frattempo conosce altre persone»”.
“L’anno scorso ha aperto anche uno spazio gestito dal movimento bolognese Plat, che si occupa soprattutto di diritto alla casa, e dal sindacato di base Si Cobas, che hanno messo a disposizione servizi come un patronato, uno sportello per l’abitare e uno sportello per le migrazioni. In otto mesi sono state seguite 230 pratiche”.
Insomma come al solito la narrazione che facciamo dei luoghi, che i media in particolare fanno dei luoghi, non sempre corrisponde alla realtà, ma alla rappresentazione mentale che abbiamo di quei luoghi, che a volte perdura anche quando i luoghi cambiano. Quindi bravo Post.
Un po’ di aggiornamenti fronte caldo e incendi. Ieri in Francia è stato diramato l’ordine di evacuazione per circa 9mila persone, che fa salire il numero totale a oltre 20mila persone fra residenti e turisti a causa del grande incendio che sta colpendo il nord del Bassin d’Arcachon, tra le zone più belle e turistiche di Francia, nel sud-ovest del Paese.
Sempre ieri l’agenzia nazionale francese per la sanità pubblica, ha detto che durante l’ondata di calore di fine giugno nel Paese ci sono state 5.764 morti in eccesso rispetto alla media del periodo. È un livello che non si registrava dall’ondata di calore del 2003, che fu più lunga di quella di quest’anno e causò circa 15mila morti in eccesso. Ma forse in parte il numero sensibilmente più basso è anche merito delle strategie di adattamento di alcune città, Parigi in primis.
In Sicilia invece continuano ad esserci incendi molto grossi. Oggi ho chiesto a Selena Meli, vicepresidente della nostra cooperativa, nonché siciliana che vive vicino a Modica, uno dei luoghi interessati da un grosso incendio, di mandarci qualche aggiornamento:
Contributo disponibile nel podcast
Su Unimondo Giacomo Cioni racconta la diplomazia del terremoto, ovvero come il post terremoto in Venezuela stia diventando un motivo di riavvicinamento fra Venezuela e Israele. In pratica dopo il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, il cui bilancio ufficiale delle vittime è salito a oltre 5mila, è arrivata a Caracas una delegazione ufficiale israeliana, con specialisti di protezione civile, medici, ingegneri, tecnici della ricostruzione, inviata in coordinamento con le autorità venezuelane.
L’articolo però sottolinea che non si tratta di una semplice missione umanitaria: è il primo segnale concreto di riavvicinamento tra due paesi che non avevano rapporti diplomatici diretti da quasi vent’anni, da quando Hugo Chávez ruppe i legami con Israele.
Il pezzo inquadra questa missione dentro la cosiddetta “disaster diplomacy” — la diplomazia dei disastri — una strategia che Israele ha già usato in passato (Haiti 2010, Nepal 2015, Turchia 2023, e altri contesti) per aprire canali diplomatici altrimenti impraticabili attraverso l’aiuto umanitario. Ciò che rende il caso venezuelano particolare, secondo l’autore, è che la collaborazione non si è fermata al soccorso immediato ma è proseguita nella fase di ricostruzione vera e propria, ad esempio sulla valutazione della sicurezza degli edifici, la progettazione e il supporto tecnico alle infrastrutture.
L’articolo colloca poi la vicenda in un quadro più ampio: il Venezuela, negli ultimi anni, ha cercato di ridurre il proprio isolamento internazionale, riaprendo dialoghi anche con gli Stati Uniti pur mantenendo i rapporti con Russia, Cina e Iran. La presenza contemporanea di Washington e Israele nella gestione dell’emergenza viene letta come il simbolo di questo cambiamento — pur specificando esplicitamente che non ci sono prove pubbliche di un coordinamento politico tra i due governi su questo fronte.
Infine, il pezzo lega la missione anche al contesto della guerra a Gaza: per Israele, mostrare questa “altra dimensione” della propria presenza internazionale ha anche una funzione di soft power, in un momento di crescente isolamento diplomatico legato al conflitto. L’autore chiude restando cauto sul fatto che questo riavvicinamento porti davvero a una normalizzazione diplomatica stabile tra Caracas e Gerusalemme, ma lo definisce comunque un cambiamento storico negli equilibri geopolitici latinoamericani.
Domani esce la nuova puntata di INMR+ in cui parliamo di Medio Oriente. Perché siamo circondati da notizie su quanto accade in medio Oriente ma spesso ci mancano degli elementi interpretativi per capirle.
E allora ho intervistato Laura Silvia Battaglia, reporter in aree di crisi da vent’anni, voce di Radio 3, corrispondente in Yemen, testimone dell’Iraq e delle primavere arabe, tra le ultime giornaliste straniere ad essere entrata nella Striscia di Gaza e scrittrice prolifica, oltre che donna incredibilmente appassionata del suo mestiere.
Vi faccio ascoltare una breve anticipazione.
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