RWM, il TAR congela tutto – Rassegna stampa sarda settimanale
RWM, il TAR congela tutto, carceri al collasso, nove realtà sarde contro la metanizzazione dell’Isola, “Il Mostro” nella cinquina finalista ai Nastri d’Argento 2026.
Trascrizione episodio
La costituzione in giudizio delle associazioni che si sono rivolte al TAR per chiedere la sospensione del decreto governativo che dà il via al raddoppio degli impianti della cosiddetta fabbrica di bombe, è valida e il ricorso può andare avanti. Lo ha stabilito in settimana il tribunale amministrativo rinviando la decisione su chi abbia ragione in merito alla questione dell’ampliamento del sito Rwm – la cosiddetta fabbrica di bombe che si trova tra Iglesias, Domusnovas e Musei – al 13 gennaio 2027. Fino a quella data, la situazione dal punto di vista legale rimarrà congelata come scrive il giornalista Costantino Cossu sul Manifesto parlando di un braccio di ferro che vede la questione RWM al centro di una storia infinita.
Ormai da anni realtà antimilitariste e ambientaliste sarde si schierano contro e documentano (più che altro) come l’ampliamento delle linee produttive Rwm causerebbe un danno rilevante all’ambiente. Una contestazione che si muove su più piani: ecologista, pacifista, economico (perché come da tempo sottolineano puntare sulla produzione bellica non è la strada giusta per risollevare le sorti del Sulcis) e ovviamente anche etico – si tratta dell’ennesimo giro di corda che stringe la Sardegna attorno al ruolo di terra di guerra. Al centro però di questa questione ce n’è anche un’altra, ovvero la recente decisione da parte della Regione Sardegna – e qua mi sposto su Indip – di presentare una sorta di contro-ricorso con cui chiede al TAR di rigettare le rimostranze dei comitati e delle associazioni.
Non è un atto dovuto come scrive il giornalista Pablo Sole su Indip, ed è anche per questo una scelta definita incomprensibile, soprattutto alla luce del fatto che la presidente Todde ha sempre strizzato l’occhio diciamo agli ambienti pacifisti e ambientalisti, facendo più volte intendere anche la contrarietà all’ampliamento dello stabilimento di Rwm. Una notizia quindi che possiamo definire come abbastanza articolata e complessa e anche per questo abbiamo chiesto a più voci di spiegarci meglio cosa sta accadendo, partiamo con Graziano Bullegas di Italia Nostra Sardegna – tra le realtà schierate contro l’ampliamento – che entra nel merito del ricorso presentato e soprattutto dei motivi di una lotta che ormai da anni, non si ferma e non vuole neanche farlo. Quello che è successo in settimana è che come anticipato i giudici hanno rinviato la decisione su chi ha ragione in merito alla questione dell’ampliamento del sito Rwm di Domusnovas al 13 gennaio 2027. Fino a quella data, scrive sempre Cossu sul Manifesto, la situazione dal punto di vista legale rimarrà congelata.
Ne abbiamo parlato con Paolo Pubusa, avvocato che insieme ad Andrea Pubusa sta portando avanti i ricorsi contro la RWM. Ciò che le sei realtà che si sono schierate di nuovo contro la cosiddetta fabbrica di bombe ribadiscono, è che la presa di posizione della regione sia un “grave atto politico e istituzionale”. Le sei realtà sono Italia Nostra Sardegna, Associazione A Foras, USB Sardegna, Assotziu Consumadoris Sardigna, Movimento Nonviolento Sardegna, il Comitato Riconversione RWM ma al sit-in organizzato in settimana fuori dal TAR era presente anche Mariella Setzu della Campagna Stop RWM. A lei abbiamo chiesto perché ritengano grave la scelta della Regione, decisione finora contestata da due partiti di maggioranza, Sinistra italiana e Sinistra futura, che chiedono alla presidente Alessandra Todde di fare marcia indietro rispetto alla decisione di costituirsi in giudizio contro il ricorso di associazioni e comitati. Ringrazio Mariella Setzu, Paolo Pubusa e Graziano Bullegas per i loro contributi, aggiungo però anche che ieri c’eravamo anche noi nel sit-in che è stato organizzato fuori dal tribunale e una delle questioni che ha trovato spazio nei dibattiti è anche quella Palestinese, da più punti di vista. Uno ha riguardato il fatto che è recente l’arrivo in sardegna di studenti e studentesse palestinesi grazie ai corridoi universitari, in quell’occasione Todde ha ribadito che la sardegna è terra di accoglienza, e che nessun giovane dovrebbe vedere il proprio futuro fermato dalla guerra.
Quello che però sembra accadere ora è un voler ribadire che la guerra può partire da qua, ricordiamo l’accordo che RWM ha con la società israeliana Uvision per la produzione di droni da combattimento. Un tema sul quale è intervenuto Carlo Bellisai del Movimento Nonviolento Sardegna.
Un sistema penitenziario “al limite”, dove il sovraffollamento non è più un’emergenza circoscritta ma un fenomeno diffuso, accompagnato da un quadro sanitario definito “allarmante”: leggo da ANSA che riporta come sia questa la fotografia scattata dalla Garante regionale delle persone private della libertà personale, Irene Testa, nella relazione annuale presentata in settimana in Consiglio regionale. Nel corso del 2025, il numero di istituti con un tasso di occupazione superiore al 100% è triplicato. Il dato più grave riguarda la salute delle persone detenute. Nel carcere di Uta ad esempio, su 729 detenuti, ben il 92% è sottoposto a terapie continuative, il 48,56% dei reclusi assume regolarmente farmaci psichiatrici e il 34,29% vive con patologie intellettive conclamate, mentre l’8,64% della popolazione carceraria è in terapia metadonica. Di recente Testa è intervenuta anche sul tema dei suicidi in carcere, un fenomeno sempre più diffuso che per la garante rappresenta l’ennesimo fallimento di uno Stato che ha smesso di proteggere i propri cittadini e cittadine, anche quando questi sono sotto la sua custodia. I pilastri di questa crisi, secondo la Garante, sono il sovraffollamento che annulla lo spazio vitale, la mancata prospettiva di recupero, e il vuoto sanitario, con una totale assenza di supporto per la salute mentale. “Lo Stato – ha precisato Testa – ha il dovere di tutelare la vita e la dignità di chi è detenuto. Continuare a ignorare questa emergenza significa esserne complici”. Una fotografia che restituisce non soltanto la crisi del sistema penitenziario, ma anche quella di un’idea di detenzione sempre più distante da qualunque prospettiva di cura e reinserimento.
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