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5 Giugno 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Unconventional, ma non troppo: se i soldi vegan finiscono agli allevamenti intensivi – 5/6/2026

L’acquisto di un marchio di carne plant-based da parte di Amadori e il via libera alla legge delega sul nucleare alla Camera.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Questo episodio é disponibile anche su Youtube

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Trascrizione episodio

La notizia è del mese scorso, ma era passata sottotraccia finché non si è scatenato il dibattito nel mondo vegano-animalista e il dibattito è in parte tracimato in tutto l’ambiente limitrofo. La notizia in questione è che – lego da un articolo di Rossella Neri su Dissapore – “Lo scorso 8 maggio il gruppo Amadori ha comunicato l’acquisizione del 100% di Unconventional S.r.l., l’azienda fondata nel 2020 dal gruppo Granarolo, che oggi preferisce tornare a dedicarsi solo a latte e derivati”.

È una notizia interessante: Unconventional è uno dei principali brand di cosiddetta “carna plant based” o carne vegetale, insomma tutta quella serie di prodotti come ha,burger, wurstel, cotolette, salumi che simulano consistenza e sapore della carne ma sono fatti con ingredienti vegetali. E la sua vendita ci consente di fare tutta una serie di ragionamenti sul senso delle proprie scelte alimentari, sull’industria alimentare, e su tante altre cose.

Comunque, al solito, prima la notizia. Nel comunicato diramato dalle due aziende si legge: «L’operazione comprende l’acquisto del sito produttivo di Coriano (RN) e del brand “Unconventional 100% Vegetale”, di cui il Gruppo Amadori rileverà integralmente la gestione e lo sviluppo». Dunque diventano di Amadori lo stabilimento di produzione e tutto il know-how tecnico, oltre alle linee già presenti di burger, nuggets, cotolette, salsicce vegetali, straccetti e tofu.

“Ora – leggo ancora su Dissapore – il gruppo Amadori è il terzo player di marca nel mercato degli elaborati plant based in italia (dietro a Valsoia e Kellanova, proprietaria di Garden Gourmet), diventando, come da desiderata aziendali, «The Italian Protein Company», cioè un’azienda che non produce più solo carne avicola (di pollo), come da tempo siamo abituati a pensare, ma proteine animali e vegetali. Il marketing di Amadori da tempo punta tutto sulla mania iperproteica di questi anni, spostando l’attenzione dalla produzione dei polli intensiva, alla sedicente salubrità del suo prodotto in quanto fonte di proteine”.

Il fulcro dell’operazione è ovviamente l’aumento di valore del gruppo che ha registrato un fatturato di 1,72 miliardi di euro nel 2024 e detiene circa il 30% del mercato avicolo italiano. Negli ultimi anni ha ampliato la propria attività oltre il settore avicolo, anche attraverso l’acquisizione del 70% di Forno d’Oro, azienda specializzata in prodotti pronti al consumo, avvenuta nel 2023; inoltre era già presente sul mercato delle proteine vegetali con la linea Veggy / Ama Vivi e Gusta, lanciata nel 2022”.

Su Finance Community: “Dal lato di Granarolo, l’operazione si inserisce in una strategia di semplificazione del modello di business con focalizzazione sul mercato del latte e dei suoi derivati. Il Gruppo Granarolo ha registrato nel 2025 un fatturato consolidato di 1,813 milioni di euro”.

Torniamo su Dissapori: “L’articolo passa poi ad analizzare la situazione del mercato plant-based italaino: “Il mercato del plant based è tuttora parecchio interessante: solo nel 2025, in Italia, vale 208 milioni di euro. Tuttavia non lo è più come un tempo. Basti pensare che quella della carne alternativa a base, soprattutto, di proteine di pisello è stata una vera e propria bolla speculativa nel mercato azionario tra il 2019 e il 2021. Nei primi anni, l’azienda statunitense Beyond, la prima a quotarsi sul mercato, aveva visto triplicare il valore delle proprie azioni nei primi cinque mesi in Borsa. Nel 2025, invece, le azioni sono scese, gli investitori si sono diluiti e l’azienda ha rischiato di essere estromessa dal mercato azionario”.

“Il motivo principale – qui attenzione perché c’è una parte interessante – è che i consumatori ritengono la carne vegetale molto costosa, oltre al fatto che le sue tecniche di lavorazione la fanno appartenere alla categoria dei cibi ultra-processati. Inoltre, operazioni di acquisizione da parte di grandi multinazionali nei confronti di prodotti plant based hanno fatto arretrare una parte dei consumatori che li sceglievano per la loro intrinseca eticità”.

Nel caso di Unconventional il problema è relativo, essendo un marchio creato da un’azienda lattiero-casearia su larga scala, e ormai è noto che la grande produzione di latte è, per il benessere animale, anche più nociva della produzione industriale di carne (vabbé, questa affermazione andrebbe spiegata un po’ meglio, eh). Tuttavia esiste quella fetta di mercato che acquistava i prodotti Unconventional per evitare l’uccisione di animali e che ora si trova sostanzialmente di fronte a un dilemma irrisolvibile”.

Ok, vi salto le ultime frasi perché quello che mi interessa commentare ce l’abbiamo. Faccio qualche considerazione, prendendo spunto anche dall’ottimo video di Alice Pomiato, in arte Aliceful, su IG (ve lo lascio, se riesco, fra le fonti).

Punto primo. Partiamo dalle strategie delle due aziende, perché ci dicono qualcosa. Granarolo vende il marchio Unconventional per concentrarsi esclusivamente sul mercato del latte e dei suoi derivati. Può essere sintomo di un’azienda in leggera crisi, anche se non per forza. Può essere che considera la plant based meet un mercato in contrazione o una scommessa eccessiva. Non lo sappiamo. Sappiamo però che questa cessione comporta un corollario spiacevole per molti. Ovvero che tutti i soldi della cessione, quindi il valore dell’azienda, che è cresciuto anche grazie agli acquisti di centinaia di milioni di persone che non mangiano carne, andranno reinvestiti nella filiera del latte e dei formaggi, quindi nello sfruttamento animale. 

Lato Amadori invece, l’azienda non punta, né dice di voler puntare nemmeno a livello di marketing, sulle piante per motivi etici. La cornice narrativa dell’acquisizione è quella di amadori che diventa Il riposizionamento come “The Italian Protein Company”, un’azienda che non produce più solo carne ma “proteine” tout court, animali e vegetali. In questo non si va a inserire nel solco etico del veganesimo e vegetarianesimo, ma nella moda dell’alimentazione a base di proteine. Una moda che viene dagli Usa, e che alcuni chiamano addirittura protein ossession, che vede il proliferare di cibi ultraproteici, barrette, integratori, che va a braccetto con l’ossessione per l’attività fisica, la palestra. 

I dati dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy mostrano che i volumi di vendita di prodotti high protein nel 2023 sono aumentati del 5% e il giro d’affari è cresciuto del 20%, per un fatturato di circa 2 miliardi di euro in Italia. 

In questo mercato diciamo salutista (fra molte virgolette, o forse più che salutista attento alla linea), si predilige la carne di pollo alla carne di bovino, e si alternano le proteine. Quindi non c’è un tema etico di fondo ma un tema di alternanza di proteine, e conto delle calorie. 

La vicenda comunque solleva un tema fondamentale, che è l’inadeguatezza del mercato a rispondere a bisogni etici. Qui abbiamo una fetta del mondo vegano che per anni ha dato i suoi soldi a un marchio, e quei soldi oggi finiscono ad alimentare il ciclo dello sfruttamento animale. Il punto è che il mercato è indifferente all’etica, per cui, se la osserviamo dal lato delle persone che hanno questa sensibilità, l’unico modo per spendere in modo etico è avere andare a vedere l’etica di chi produce. Scegliere – per quanto possibile – produttori che credono nelle loro scelte non per questioni di puro mercato ma per questioni altrettanto etiche, perché è la miglior garanzia verso scenari futuri indesiderati.

Al tempo stesso, se la guardiamo dal punto di vista del mercato e della necessità globale di abbandonare gli allevamenti intensivi, che sono fonte di sofferenze atroci e anche una delle principali cause della crisi climatica e di tante altre cose sgradevoli, be’ allora lì serve che anche i grossi player si muovano, che cambi qualcosa a livello sistemico. Quindi in quel senso è utile se una fetta di mercato premia anche i grossi player che fanno scelte oltrecarniste (chiamiamole così). Questo però se e solo se, mi vien da dire, quelle scelte vanno a sostituire anche solo una fetta della propria offerta di carne, e non solo ad ampliare l’offerta. E se sono accompagnate in parallelo da un cambiamento politico e culturale più complessivo.

Ieri mattina la Camera ha approvato il ddl delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”. 155 voti favorevoli, 86 contrari, 8 astenuti. Ora la palla passa al Senato.

Se anche il Senato dovesse approvare la legge, come sembra probabile, il govenro sarà tenuto a elaborarla nei dettagli. Si tratta infatti di una legge delega, nel senso che il Parlamento dà al governo il mandato di costruire nei prossimi mesi il quadro normativo necessario. 

Però è un passaggio politico epocale. Il nucleare in Italia è stato bocciato da ben due referendum, uno nel 1987 e uno nel 2011. E ancora oggi l’opinione pubblica sembra abbastanza titubante: secondo una ricerca di Youtrend, il 46% degli italiani apprezza la spinta all’indipendenza energetica che verrebbe dal nucleare e il 36% il contenimento dei costi, ma il 47% teme le scorie radioattive e il 42% il rischio di incidenti. 

Ma vediamo meglio cosa prevede questa legge: questa volta, spiega il Sole 24 Ore, non si parla delle centrali mastodontiche che avevamo in mente negli anni Ottanta. Il testo punta su tecnologie completamente diverse: gli SMR, i piccoli reattori modulari, e gli AMR, reattori di quarta generazione, che secondo il governo offrono livelli di sicurezza molto più alti, tempi di costruzione ridotti e maggiore flessibilità. 

L’obiettivo dichiarato dal ministro Pichetto Fratin è avviare le prime produzioni nella prima metà degli anni Trenta — quindi stiamo parlando di almeno un decennio. Nel frattempo una delle novità del testo è che i Comuni potranno autocandidarsi per ospitare i nuovi impianti sul proprio territorio — vedremo quanti si faranno avanti. 

Di questa notizia avevamo già parlato anche per il fatto che durante la discussione in commissione alla Camera, la maggioranza ha respinto l’emendamento di Alleanza Verdi e Sinistra, firmato da Angelo Bonelli e Francesca Ghirra, che chiedeva di limitare l’uso del nucleare ai soli scopi civili nella ricerca e nella produzione di energia. Il governo ha ribadito che il nucleare sarà esclusivamente per scopi civili, certo che a quel punto potevano anche votarlo l’emendamento, per non lasciarci col dubbio.

Un tema che però mi sembra nessun giornale tocchi è quello proprio nel merito del tipo di nucleare scelto. Gli smr, onestamente, non hanno al momento grosso senso di esistere. È una tecnologia rincorsa da anni ma che ancora oggi non è matura se non su scala di progettazione. Nessuno sembra crederci veramente, e si continua a ripetere che sono il futuro, ma è un futuro che sembra non arrivare mai. In un’intervista di qualche tempo fa a Giovanni Montagnani, che è un ingegnere espertissimo di energia e diciamo moderatamente favorevole al nucleare, Giovanni mi diceva che puntare sugli smr non ha senso. 

E che il nucleare, se lo si vuol fare (cosa per niente scontata eh, io personalmente ci vedo molti più rischi che benefici) è meglio farlo grosso.

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