9 Lug 2024

I missili russi su Kiev e la strana estate di Orban – #964

Scritto da: Andrea Degl'Innocenti
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La giornata di ieri è stata caratterizzata da un massiccio attacco missilistico russo sulla capitale ucraina Kiev, uno dei più violenti dell’anno e forse dell’intero conflitto, che ha colpito persino un ospedale pediatrico. Sullo sfondo di questo fatto tremendo, si fanno strane mosse e negoziati particolari. Soprattutto quelli di cui si sta rendendo protagonista il leader ungherese Orban, autoproclamatosi missionario di pace dell’Ue, che dopo Zelensky ha incontrato Putin e ora Xi, senza però alcun tipo di mandato. Parliamo anche di nuovo del voto in Francia, della svendita di Air Ita a Lufthansa, della folle soluzione turca contro i cani randagi (che ancora fortunatamente è solo una proposta) e infine di abitare collaborativo. 

La notizia di ieri è il tremendo attacco russo su Kiev, uno dei più massicci e pianificati dall’inizio del conflitto, che ha colpito fra le altre cose – non si sa quanto volontariamente o meno – un ospedale pediatrico e altri luoghi di cura. 

Leggo dal pezzo di Davide Maria de Luca su Domani: “All’inizio era sembrato un’allarme aereo come tanti altri, uno di quelli a cui gli abitanti di Kiev non fanno nemmeno più caso. Nella capitale ucraina la vita è proseguita come in qualsiasi altro inizio di settimana, con le strade trafficate e le stazioni della metro affollate di persone che tornano al lavoro. Anche all’ospedale pediatrico Okhmatdyt, il più grande dell’Ucraina, le infermiere hanno continuato a fare il loro giri nelle corsie, i chirurghi a operare i loro pazienti.

Ma due ore dopo, quindici minuti prima delle dieci di mattina, le esplosioni hanno interrotto il frenetico tran tran del lunedì mattina. Prima sono arrivati i rimbombi lontani dei missili intercettati dall’antiaerea ad alta quota. Poi, questione di secondi, è stato il turno degli scoppi secchi e assordanti di quelli arrivati sul bersaglio. Uno di questi ultimi ha colpito in pieno il reparto di tossicologia dell’ospedale Okhmadtdyt, mentre i tecnici di laboratorio conducevano i loro esami e le famiglie con i loro figli attendevano i risultati.

Almeno 31 persone sono morte in quello che è uno dei più massicci e meglio pianificati attacchi aerei lanciati dalla Russia nel corso del 2024. Gli ucraini hanno contato almeno 38 missili, tra cui i velocissimi Kinzhal e Zircon, quasi impossibili da intercettare. Oltre alla capitale, dove sono morte almeno 17 persone, sono state colpite anche Dnipro, Kryvyi Rih e Pokrovsk, in Donbass. 

L’articolo poi racconta alcune drammatiche testimonianze personali di, ad esempio, un’infermiera che ha vissuto l’attacco in prima persona. E successivamente passa a raccontare un po’ di retroscena e ricostruzioni. Il tema è sempre il solito, lo stesso esatto copione dell’attaccoucraino sulla spiaggia di Sebastopoli ma a parti invertite. Il missile russo è caduto direttamente sull’ospedale? Oppure è stato intercettato dalla contraerei ucraina e deviato sull’ospedale. 

Il servizio di sicurezza ucraino Sbu dice che a colpire l’ospedale sarebbe stato un missile da crociera russo Kh-101 e ha pubblicato le foto di alcuni frammenti della testata sarebbero stati rivenuti sul luogo dell’attacco. In un filmato pubblicato da un canale Telegram ucraino, si vede chiaramente un missile, molto simile al Kh-101, colpire a grande velocità un’area che corrisponde a quella dell’ospedale Okhmadtdyt.

Il ministero della Difesa russo, dal canto suo, ha rivendicato gli attacchi sostenendo di aver colpito una serie di obiettivi industriali e basi aeree per rappresaglia contro gli attacchi che gli ucraini hanno lanciato contro industrie, raffinerie e depositi di carburante in territorio russo. Senza menzionare esplicitamente il missile che ha colpito l’ospedale, il ministero ha definito la distruzione di infrastrutture civili come «chiaramente» causata dall’antiaerea ucraina.

Oltre all’ospedale Okhmadtdyt, missili o frammenti di missili hanno danneggiato una clinica privata e una dozzina di appartamenti nella capitale. Ma sembra siano stati colpiti anche bersagli più importanti. Ad esempio, probabilmente, la Artem, una delle principali fabbriche di armamenti in Ucraina e uno dei bersagli prediletti dagli attacchi aerei russi. Poco a sud dell’ospedale si trova invece il ministero della Difesa.

Comunque, questo attacco avviene con una tempistica ben precisa. Avviene mentre Orban sta facendo il giro delle 7 chiese, dopo ne parliamo, ma avviene soprattutto in un momento in cui in Ucraina si iniziano timidamente a mandare segnali di apertura non tanto al dialogo, ma all’idea di un compromesso di pace. Perché così vanno lette due recenti dichiarazioni una del Presidente Zelensky, che in una recente intervista, mettendo un po’ le mani avanti, ha detto che sarebbe da considerarsi una vittoria «impedire a Putin di distruggere tutto ciò che è ucraino». Mentre in un’altra intervista, l’influente scienziato politico ucraino Volodymyr Fesenko, ha detto che «mantenere la capitale, la maggior parte del territorio e l’accesso al mare» non può essere considerata una sconfitta per una nazione in guerra.

In questo contesto la prova di forza, di violenza, di Putin può essere letta come un modo per ribadire che sarà lui a scegliere se e quando il conflitto finirà. Anche se rischia di generare l’effetto opposto e compattare il fronte Nato nell’aumentare ulteriormente aiuti militari e concessioni all’Ucraina. proprio ieri, e forse non a caso – anche se la cosa era nell’aria da tempo – Zelensky e il leader polacco Donald Tusk hanno siglato un accordo per cui la Polonia potrà abbattere missili e droni russi nello spazio aereo ucraino. 

In questo periodo dell’anno una delle domande più classiche che ci si rivolgono reciprocamente è “che fai questa estate?”. Se il vostro interlocutore vi ha risposto “vado in Ucraina, Russia, Cina” è probabile che quello che avevate di fronte fosse il premier ungherese Viktor Orban. Se poi ha fatto riferimento a un “piano di pace 3.0” allora le probabilità che si trattasse di lui sono davvero molto alte.

Scherzi a parte, sta tenendo banco in mezzo mondo la strana estate di Orban, il leader sovranista di destra dell’Ungheria che sta girellando per il mondo, approfittando del suo ruolo fresco fresco di Presidente del Consiglio dell’Ue di questo semestre.

Prima è stato a Kiev a trovare Zelensky, poi subito dopo da Putin e ieri è arrivato in Cina dove ha incontrato Xi Jinping. Orban ogni volta si presenta dicendo di essere in missione come presidente del semestre europeo e di presentare un Piano di pace 3.0, ma la cosa un po’ paradossale è che, al di là che questa cosa possa essere condivisibile o meno, Orbàn non ha alcun tipo di mandato europeo per fare questi incontri, anzi praticamente tutti gli altri paesi sono contrari e questa cosa sta creando non pochi malumori e arrabbiature negli altri governi dei Paesi membri. 

Dopo Zelensky e Putin, l’ultimo incontro in ordine cronologico è stato quello con Xi Jinping. Prima di incontrare Xi però in una intervista al magazine tedesco Bild Orban aveva puntato il dito contro la “politica di guerra” dell’Europa, e affermato che “Putin non può perdere quando si guarda ai soldati, alle attrezzature e alla tecnologia. Sconfiggere la Russia è un pensiero difficile da immaginare. La probabilità che la Russia possa effettivamente essere sconfitta è del tutto incalcolabile”. Aggiungendo che Putin e Zelensky  dovrebbe incontrarsi per andare verso “un rapido cessate il fuoco” perché “tutti sanno che sarebbe meglio se domani mattina non morissero né russi né ucraini”. 

Ha aggiunto: “Ho avuto la possibilità di parlare sia con il presidente ucraino che con quello russo. E credetemi: nei prossimi due, tre mesi la situazione diventerà molto più brutale sul fronte“. 

Nella stessa intervista Orban definisce Donald Trump un “uomo di pace“. Come presidente degli Stati Uniti, non ha scatenato una sola guerra e “ha fatto molto per riportare la pace in vecchi conflitti in regioni molto complicate del mondo. Ecco perché ho molta fiducia in lui“, ha sottolineato.

Poi appunto è volato a Pechino dove ha incontrato Xi. Lì ha detto che “la Cina è una potenza chiave per creare le condizioni di pace tra Russia e Ucraina”. Al che Xi ha risposto, con il classico stile fatto di immagini e metafore con cui comunica la leadership cinese, che “Solo quando le grandi potenze mostreranno energia positiva invece di energia negativa, un barlume di speranza per un cessate il fuoco potrà apparire al più presto in questo conflitto”.

Ora, non riesco del tutto a capire il senso dell’impresa di Orban. Perché – vi dirò, tappatevi le orecchie se non siete pronti – ma a parole ha detto persino alcune cose condivisibili dal mio punto di vista, niente di particolarmente originale eh, ma l’idea di provare a instaurare un dialogo, la tensione verso la pace e tutto il resto, saranno banalità ma sono banalità importanti. Il fatto è che Orban non ha alcun ruolo credibile per fare da mediatore, soprattutto verso Russia e Cina, e il suo viaggio mi pare sia più inquadrabile come un fatto di ego o di tornaconto personale che di ricerca della pace. Se crede a quel che dice, se crede che l’Europa sia in torto, dovrebbe lavorare in Europa, con l’Europa. Sennò rischia di fare tipo il leggendario Antonio Razzi, quando partì in pullman per la Corea del Nord convinto che solo lui avrebbe potuto fermare l’escalation nucleare. 

Torniamo brevemente a parlare di elezioni francesi. Ieri mattina il primo ministro francese Gabriel Attal ha presentato le sue dimissioni al presidente Emmanuel Macron dopo le elezioni legislative, che hanno visto la coalizione di sinistra Nuovo Fronte Popolare vincere senza però ottenere una maggioranza chiara. 

Ci si aspettava che Macron accettasse le dimissioni del suo compagno di partito, e invece le ha rifiutate, chiedendogli di rimanere in carica temporaneamente in attesa di una nuova maggioranza. Solo che trovare questa maggioranza sarà complicato: la coalizione di Macron è arrivata seconda, e il Rassemblement National, partito di estrema destra, terzo.

Attal al momento manterrà le sue funzioni complete, ma la sua posizione è incerta senza una maggioranza di sostegno. La nuova Assemblea Nazionale, che si riunirà per la prima volta il 18 luglio, potrebbe vedere mozioni di sfiducia contro Attal, che avrebbero i numeri per essere approvate. Macron non ha una scadenza per nominare un nuovo primo ministro e aspetterà l’insediamento della nuova Assemblea per decidere. 

Ovviamente Macron si trova molto più a suo agio nella classica posizione in cui il Premier è della sua stessa fazione politica. Perche il sistema francese è un sistema semipresidenziale, in cui sebbene la figura del Presidente sia quella più influente e con più potere, è difficile esercitare quel potere quando il primo ministro appartiene a una fazione diversa. Una situazione piuttosto rara, che prende il nome di coabitazione, che può portare anche alla paralisi politica se Presidente e primo ministro sono molto distanti politicamente. 

Torniamo in Italia, Italia che da ieri non ha più una sua compagnia aerea di bandiera. Infatti è stato infine raggiunto e siglato l’accordo di vendita di Ita Airways a Lufthansa. Un articolo del manfesto racconta come tale accordo sia stato celebrato dal ministro dell’economia, il leghista Giancarlo Giorgetti come una vittoria per aver terminato gli aiuti statali alla compagnia, ma ha in realtà portato a una significativa perdita finanziaria per l’Italia. 

Il governo italiano ha investito 1,35 miliardi di euro per creare Ita Airways, oltre a prestiti ponte per un altro miliardo, ma l’accordo con Lufthansa ha valutato la compagnia solo 792 milioni di euro, causando una perdita di 558 milioni di euro in tre anni. Lufthansa pagherà 325 milioni di euro per il 41% di Ita, che diventerà una compagnia regionale per supportare i voli intercontinentali tedeschi.

Un accordo che fra l’altro, come sottolinea Massimo Franchi, autore del pezzo, contrasta con il sovranismo proclamato da Giorgia Meloni e altri membri di Fratelli d’Italia, e che infatti non lo hanno commentato, visto che segna la fine di una compagnia aerea di bandiera italiana dopo 77 anni. Al momento lo stato rimane dentro, ma Giorgetti ha sottolineato che la partecipazione dello Stato sarà solo temporanea e la privatizzazione proseguirà. Fra l’altro Air Ita è solo una tappa di un percorso di privatizzazioni più ampio che prevede la vendita anche di Montepaschi, come prossima tappa.

Comunque, la storia di Air Ita è nata storta, penalizzata sicuramente dalla pandemia, con nessun governo che ha voluto investirci seriamente e Ita che è nata e vissuta fin qui come una piccola compagnia con soli 50 aerei. 

Il percorso per la vendita comunque è ancora abbastanza lungo, ma il dato sembra essere tratto definitivamente. 

Ecco, questa è la storia. Devo dirvi che il fatto che l’Italia sia senza una sua compagnia aerea non mi lascerà senza sonno di notte, più che altro considerando che il settore dei voli aerei è un settore che inevitabilmente andrà incontro a un crollo, se vogliamo continuare ad abitare in maniera relativamente serena questo pianeta quindi è un settore senza alcun futuro, a meno di enormi innovazioni tecnologiche che però al momento non sembrano all’orizzonte. Io sono sicuro che nessuno di questi ragionamenti abbia sfiorato le menti di qualche membro del governo, ma a volte anche a fare le cose a caso ci si azzecca.

C’è una notizia che mi ha lasciato abbastanza sgomento che arriva dalla Turchia. Sono sttao a Istanbul anni fa ed è abbastanza comune incontrare, come in mlte parti del mondo, cani randagi. A Istanbul i cani randagi cono considerati persino parte della storia della città. Ci sono un sacco di racconti, storie, a volte al confine con la leggenda, sui cani randagi.

Tuttavia, le autorità hanno cercato di gestire la loro presenza in vari modi, a volte anche brutali. L’ultimo, racconta il Post, arriva dal partito del presidente Erdoğan, l’AKP, che sta lavorando su una legge controversa per ridurre drasticamente il numero di cani randagi, obbligando le amministrazioni locali a uccidere i cani non adottati entro un periodo di tempo definito.

Erdoğan ha dichiarato che i cani randagi rappresentano un problema di sicurezza e salute, citando la diffusione della rabbia e incidenti stradali. La legge proposta richiederebbe la cattura, sterilizzazione e adozione dei cani, con quelli non adottati uccisi dopo 30 giorni. 

In realtà in Turchia esisterebbero già leggi per controllare i cani randagi, ma queste non vengono applicate adeguatamente, come ha dichiarato il presidente dell’Associazione dei medici veterinari turchi, Murat Arslan.

Il fatto che per i turchi i cani randagi siano un problema lo mostra anche un sondaggio secondo cui l’80% dei turchi è favorevole alla rimozione dei cani randagi dalle strade, ma meno del 3% sostiene la loro uccisione. Tant’è che la proposta ha sollevato molte critiche anche da parte dei politici dell’opposizione, che hanno indetto manifestazioni pubbliche in difesa dei diritti dei cani randagi.

Come ha scritto sul Guardian Alexander Christie-Miller, autore di un libro sulla storia della città e della Turchia, «Questa cultura in cui gli animali di strada sono accettati e integrati nella vita urbana ha affascinato, incantato e a volte disgustato i visitatori di Istanbul per secoli». Il fatto secondo lo scrittore è che il tema dei cani randagi è finito dentro le «guerre di cultura» turche ed è un paradosso che un leader come Erdoğan, che ammicca spesso a una retorica nazionalista, proponga una soluzione in contrasto con il passato ottomano, in cui prevaleva un modello di convivenza con gli animali.

A molti la proposta di Erdoğan ricorda anche un precedente del 1910, quando le autorità ottomane catturarono e abbandonarono circa 80.000 cani randagi su un’isola, lasciandoli morire. Fu l’unico caso ricordato di guerra ai cani randagi interna alla cultura ottomana. E non portò molto bene, a occhio e croce.

Cambiamo nettamente registro. Sapete cos’è un cohousing? Si tratta di un’esperienza di abitare condiviso, in cui sostanzialmente varie famiglie ciascuna col proprio appartamento decidono però di avere una serie di spazi in comune. 

Ve lo dico perché oggi su OCC raccontiamo la storia di MeWe, un’organizzazione che di lavoro progettano cohounsign, e progettando cohousing non progettano solo le case ma anche in qualche modo le relazioni.

È  un argomento molto stimolante, vi leggo un passaggio dell’intervista realizzata da Daniel Tarozzi:

“è davvero così sensato avere – ognuno nella propria abitazione – una lavanderia, una camera per gli ospiti, uno spazio per far giocare i bambini o una sala per fare una cena in compagnia? E se la soluzione fosse avere abitazioni più piccole, con tutto l’essenziale, e spazi condivisi da utilizzare al bisogno?

L’articolo e il video spiegano che MeWe affronta molti aspetti dell’abitare condiviso. Da quello economico, con i costi delle abitazioni che sono molto contenuti, alla dimensione sociale e relazionale, nutrita attraverso una grandissima attenzione alla costruzione dei “gruppi”, alla dimensione ambientale che viene soddisfatta non solo grazie all’attenzione agli aspetti di efficienza e risparmio energetico, ma anche grazie a tutta una serie di meccanismi indiretti di “economia circolare” che si instaurano naturalmente da chi abita “collaborativo”. Tipo una economia informale di scambio beni e servizi, che è molto ecologico.

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