L’analisi completa della vittoria dell’AfD, a mente fredda – 11/9/2026
Storia e radicalizzazione del partito, il paradosso di Alice Weidel, la lettura economica di Alessandro Volpi e la tesi di Naomi Klein e Astra Taylor sul “fascismo dei tempi finali”.
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Fonti
#AfD
Facebook – Il post di Alessandro Volpi sulla Sassonia-Anhalt
Financial Times – Rerun or sequel? Naomi Klein and Astra Taylor on end times fascism
La Fionda – L’AfD tra protesta popolare e oligarchie tecnologiche
Trascrizione episodio
Sono state dette tante cose in questi giorni sul trionfo dell’AfD nelle elezioni locali in Sassonia-Anhalt, dove ha preso il 45%, fra l’altro con un’affluenza altissima. Ne abbiamo parlato in una puntata molto a caldo, all’indomani del voto, in cui facevo un’analisi per sommi capi del voto, ma senza approfondire. Una puntata che è stata molto ascoltata, ma in cui devo dire la verità non dicevo molto.
Un po’ perché era tutto molto fresco, unpo’, credo, perché ero sopraffatto dalla preoccupazione, che mi ha portato a fare affermazioni un po’ inutili. Tipo dire che la vittoria di un partito che si ispira al nazismo in Germania è inquietante. E grazie al ca… Però ecco, credo di aver assunto una posizione che non mi piace, che è quella di mettere un freno al pensiero critico ed esprimere un giudizio. Che una roba che in fin dei conti non serve a niente, se non a impedirci di capire la realtà.
Se l’AfD ha stravinto in una regione tedesca il mio ruolo, credo, non è quello di dirvi che sono tutti coglioni, o che sono turbato da questa cosa. O perlomeno posso anche dirvelo, come condivisione e momento di vicinanza, ma quello resta un problema mio. Il mio ruolo è provare a capire innanzitutti, e poi a spiegare, perché questa cosa è avvenuta, e cosa può comportare.
Quindi, ci provo, anche se con qualche giorno di distanza, e abbeverandomi a una serie di riflessioni interessanti che ho trovato.
Innanzitutto dobbiamo capire meglio che tipo di roba è AfD, perchè è un animale abbastanza strano. Innanzitutto per come nasce.
AfD nasce nel 2013 non come partito estremista di destra, ma come partito di accademici. Il suo fondatore, Bernd Lucke, era un economista dalle idee euroscettica: contro l’euro, contro i salvataggi della Grecia, un partito quasi tecnico, di stampo liberista. Alle prime elezioni prendono il 4,7%, restano fuori dal Bundestag per un pelo.
Nel giro di pochi anni però il partito cambia pelle completamente. Uno dopo l’altro, i fondatori “moderati” vengono espulsi o se ne vanno e ogni volta che qualcuno prova a tenere il partito su posizioni più centriste, perde. Il tema si sposta dall’euro all’immigrazione, e dentro il partito prende sempre più spazio un’ala estremista, che i servizi segreti tedeschi iniziano a monitorare.
Quindi AfD ha un percorso per alcuni versi opposto rispetto a tanti movimenti estremisti che crescendo si istituzionalizzano. No: nasce come partito borghese-istoituzionale e si estremizza: considerate che oggi l’Ufficio federale per la tutela della Costituzione classifica l’intero partito, non solo le sue frange, come “gesichert rechtsextremistisch”, cioè “comprovatamente di estrema destra”. Una sentenza di un tribunale amministrativo ha sospeso questa classificazione in attesa del giudizio definitivo, ma è comunque un’etichetta frutto di tre anni di indagine.
A oliare questo slittamento verso destra dell’AfD è la crisi dei migranti del 2015-2016. Quando Angela Merkel, allora cancelliera, apre le frontiere, entra oltre un milione di richiedenti asilo, e all’improvviso si crea per la prima volta dal dopoguerra uno spazio politico alla destra della CDU. L’AfD, che appunto fino a quel momento era un partitino di professori contro l’euro, si getta su quello spazio spinto da correnti interne che conquistano sempre più spazio congresso dopo congresso. E in parallelo nasce Pegida, il movimento di piazza anti-islam, che fa da cassa di risonanza nelle strade mentre l’AfD lo fa nei parlamenti.
Dell’impianto originale è rimasto solo l’euroscetticismo, che si è trasformato in vero e proprio odio verso l’Ue e tutto quello che rappresenta, a cui si sono aggiunti appunto l’odio verso i migranti, l’islamofobia, una vicinanza alla Russia di Putin, a cui si aggiungono delle posizioni più ambigue – poi magari le vediamo meglio – in campo economico e tecnologico.
Ora, perché il partito viene associato a una matrice nazista? È un eccesso della stampa? Uno spauracchio per non farli governare? O è effettivamente così? Ovviamente non troverete riferimenti letterali al nazismo, slogan nazisti o simboli nei programmi e nei documenti ufficiali. Anche perché in Germania è reato usare simboli o slogan di organizzazioni naziste e porterebbe dritti allo scioglimento del partito. Quindi quel livello lì, il partito lo evita con cura.
Ci sono però alcuni episodi e alcuni temi di fondo. Ad esempio Björn Höcke, che è il capo dell’AfD in Turingia e probabilmente il politico più influente del partito, è stato condannato per ben due volte per aver usato in pubblico lo slogan “Alles für Deutschland”, “tutto per la Germania”, che era il motto delle SA, le squadre paramilitari naziste. È un reato in Germania, punibile fino a tre anni di carcere.
E poi c’è la storia della “Remigrazione”: in pratica nel novembre 2023 un giornale investigativo, Correctiv, ha scoperto un incontro segreto vicino Potsdam dove un attivista di estrema destra austriaco ha presentato a esponenti dell’AfD e della CDU un piano per deportare su larga scala richiedenti asilo, stranieri con permesso di soggiorno e persino cittadini tedeschi considerati “non assimilati”.
Un’altra caratteristica peculiare dell’AfD è la sua leader, Alice Weidel. Considerate che AfD vuole abolire il matrimonio egualitario, tornare a una definizione di famiglia come “unione di padre, madre e figlio”, si oppone all’adozione per le coppie omosessuali e vuole togliere quella che chiamano “ideologia gender” dalle scuole. Ecco, la sua leader, Weidel, è dichiaratamente lesbica, vive con la sua compagna Sarah Bossard — una produttrice cinematografica originaria dello in Sri Lanka — e insieme hanno due figli adottivi.
Quando le è stato chiesto come fa a essere leader di un partito che nega i diritti di cui lei stessa gode, ha risposto che l’AfD è “l’unica vera forza protettrice per gay e lesbiche in Germania” — perché, secondo lei, il vero pericolo per i diritti LGBT non viene dalla destra, ma dall’immigrazione islamica. Resta il fatto che evidentemente vuole negare agli altri dei diritti di cui lei gode.
Questa cosa fra l’altro ha mandato un po’ in cortocircuito la sinistra. Come scrive Naomi Klein: “Mi sento dire che l’AfD non può essere fascista perché è guidata da una donna bianca sposata con una donna di colore. Sciocchezze. Come scriviamo io e Astra nel nostro saggio di sabato sul FT, il fascismo oggi non è un remake, è un sequel: lo stesso odio di sempre ma con nuove tattiche, nuove tecnologie, posta in gioco più alta per il pianeta.
Dopo ci torniamo, quando diamo un po’ d’aria al ragionamento.
Intanto proseguiamo con l’elezione tedesca. Vi voglio provare a sintetizzare una analisi particolare e interessante, quella che Fa Alessandro Volpi, che è uno storico, che abbiamo anche intervistato lo scorso anno per INMR+.
Secondo Volpi, che fa una analisi per sua stessa ammissione un po’ diciamo di determinismo economico, il trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt va letto innanzitutto come effetto economico strutturale della guerra in Ucraina e non come un fenomeno principalmente ideologico o culturale.
Cioè, la catena causale sarebbe la seguente: la Sassonia-Anhalt aveva un’economia costruita per decenni su energia russa a basso costo — in particolare il “Triangolo della Chimica”, rifornito di gas e petrolio via oleodotto Druzhba. Le sanzioni e lo stop alle forniture russe però hanno trasformato quel vantaggio competitivo in una vulnerabilità: le raffinerie devono riorganizzare la logistica, l’industria chimica e dei fertilizzanti rischia il collasso per i costi del gas, e le PMI meccaniche della zona perdono di colpo un mercato di sbocco — quello russo — su cui contavano da anni.
A questo si somma un’inflazione che pesa più che altrove, perché in Sassonia-Anhalt gli stipendi sono più bassi e la quota di reddito assorbita da riscaldamento ed elettricità è più alta. Il risultato è un effetto domino su consumi, commercio e crescita regionale, mentre la transizione verso l’idrogeno verde e rinnovabili promessa da Berlino – ma pianificata male – ha un costo sociale enorme e tempi lunghi.
Si forma così un “blocco sociale del lavoro” che si sente abbandonato e invisibile e rifiuta — attraverso il voto — quello che l’autore chiama “il modello militarizzato e pedagogizzante della Germania europea”, cioè la linea di riarmo e allineamento atlantista scelta da Berlino. E chiude dicendo: la sinistra europea deve tornare a parlare a quel blocco sociale, non lasciarlo all’AfD.
È una lettura che a grandi linee mi torna e mi sembra interessante. Se queste sono le cause del successo, tocca capire quali saranno plausibilmente le conseguenze. Prima dicevo che la linea su economia e tecnologia è abbastanza ambigua, e lo è perché è il frutto della tensione fra due correnti interne.
Leggo da un articolo di Giuseppe Gagliano su La Fionda, rivista che trovo spesso molto faziosa e ideologica ma che in questo caso mi sembra riporti correttamente i fatti. Leggo: “All’interno del partito convivono almeno due concezioni della Germania. La prima, rappresentata soprattutto da Tino Chrupalla, è nazionalista, conservatrice e orientata verso un riequilibrio eurasiatico. Vorrebbe sottrarre Berlino alla dipendenza strategica dagli Stati Uniti, ricostruire i rapporti con la Russia e favorire un sistema internazionale multipolare.
La seconda, riconducibile ad Alice Weidel, guarda invece agli ambienti del capitalismo tecnologico statunitense. È una destra favorevole alla deregolamentazione, alla riduzione del ruolo pubblico nell’economia e alla libertà quasi assoluta dei capitali e delle grandi imprese digitali. Questa componente sembra progressivamente prevalere, anche perché dispone di interlocutori internazionali, mezzi finanziari e capacità di comunicazione incomparabilmente superiori.
L’Alternativa per la Germania rischia così di trasformarsi nel punto d’incontro fra il malcontento popolare tedesco e gli interessi di una nuova oligarchia tecnologica transnazionale. Gli elettori protestano contro le classi dirigenti, ma potrebbero consegnare il proprio consenso a poteri economici ancora meno controllabili attraverso gli strumenti democratici.
Non è un caso che Elon Musk sia un supporter esplicito dell’AfD e che punti sui partiti di rottura di estrema destra all’interno del piano accelerazionista, che vuole il collasso delle società civili per come le conosciamo e degli stati nazione per lasciare spazio al dominio incontrastato del tecnocapitalismo.
Ora non sto dicendo che questo sarà il futuro, né che l’AfD sia un fantoccio nelle mani di Musk. La realtà come al solito è complessa e imprevedibile e ci sono troppi fattori per poter immaginare come andrà a finire, anche se sei un tizio che ha più soldi di una nazione.
Però questa improbabile convergenza fra tecnocapitalismo di destra e nazionalismi esiste e mi sembra interessante esplorarla. E lo facciamo con l’ultimo contributi che vi propongo oggi che è proprio il pezzo di Naomi Klein e Astra Taylor sul Financial Times a cui facevo riferimento poco fa.
La tesi centrale delle due autrici è che non stiamo assistendo a un “rerun”, un remake, ma a un “sequel” dei fascimi del Novecento. Il nuovo fascismo presenta lo stesso odio di sempre, ma nato dentro condizioni che Hitler e Mussolini non potevano nemmeno immaginare: armi nucleari, crisi climatica planetaria, un singolo privato cittadino (Musk) più ricco e potente di intere nazioni, intelligenza artificiale. E chiamano questo fenomeno (lo avevamo già visto) “end times fascism”, il fascismo dei tempi finali.
La differenza fondamentale rispetto al fascismo storico è che quello prometteva comunque un futuro — per quanto costruito su violenza e furto — a un popolo “puro” e stabile. Il fascismo di oggi invece, dicono le autrici, non promette più nemmeno quello. I suoi leader tecnologici ed economici scommettono apertamente su un futuro di crisi permanente, in cui piccoli gruppi privilegiati si proteggono in enclave (bunker, isole private, viaggi su Marte) mentre il resto del mondo brucia.
E individuano tre anime che convivono, spesso in tensione tra loro, dentro questo blocco: i fondamentalisti religiosi che aspettano l’Apocalisse biblica (citano Vance e il suo entourage, con riferimenti a Peter Thiel), gli accelerazionisti tecnologici della Silicon Valley che inseguono l’intelligenza artificiale come nuova divinità, e infine i nazionalisti etnici militanti — l’AfD, la Vox spagnola, il Rassemblement National di Le Pen, ci vogliamo aggiungere noi il buon Vannacci? Aggiungiamocelo.
Poi il pezzo aggiunge un tassello, una tesi interessante, che prova a spiegare la motivazione profonda, quasi psicologica, per cui di fronte a disastri climatici sempre più innegabili (ondate di calore con 16mila morti in eccesso in Europa in una settimana, incendi, alluvioni), la destra sta reindirizzando sistematicamente la rabbia verso i migranti. E – dice – questo avviene perché questo nuovo fascismo funziona come una forma distorta di adattamento climatico: non potendo più negare il riscaldamento globale, si nega l’umanità di chi ne subisce le conseguenze. Insomma, per giustificare la nostra inazione di fronte alla catastrofe, dobbiamo convincerci che coloro che per ora ne subiscono le conseguenze principali non siano umani, o perlomeno siano diversi da noi.
Anche qui, non credo che questa spiegazione basti da sola a giustificare il successo dell’Afd, così come non basta la spiegazione di determinismo economico di Volpi. Però credo che ci sia del vero in entrambe e che possiamo inserirle fra le lenti con cui osserviamo la complessità del mondo.
L’articolo di Klein e Taylor chiude con un parallelo storico: negli anni Trenta gli Stati Uniti evitarono la deriva fascista non con la repressione ma con il New Deal di Roosevelt, affrontando le cause materiali del malcontento. La stessa logica, dicono, va applicata oggi — ma includendo anche le nuove crisi esistenziali: clima, nucleare, IA e concentrazione di ricchezza.
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