Come collassa una montagna. Il legame spiegato fra crisi climatica e disastro in Nepal-Tibet – 18/9/2026
Un nuovo studio di attribuzione collega il crollo del ghiacciaio in Nepal e Tibet al riscaldamento globale; una miniera d’oro crolla in Sudan, con al centro il ruolo del prezioso metallo nel finanziamento del conflitto; a Roma la comunità di Spin Time torna in corteo per il diritto all’abitare; nasce il Partito Capibara.
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Fonti
#Nepal
The Guardian – Climate crisis likely behind deadly Nepal-Tibet floods
Sky TG24 – Alluvione Nepal, il bilancio dei dispersi sale a 6.150
#Sudan
Entangled – La de-dollarizzazione dell’economia e la peggior crisi umanitaria del Pianeta
#SpinTime
HUBitare oltre le mura – Il confine tra legalità e valore sociale: Spin Time oltre l’occupazione
Corriere della Sera – Spin Time, sabato il corteo a Roma: la parola d’ordine è diritto di abitare
#Capibara
Italia che Cambia – La rivoluzione del Partito Capibara, dal gratuitismo alla settimana lavorativa da 24 ore
Trascrizione episodio
Il 26 agosto un enorme pezzo di ghiacciaio si è staccato dal Langtang Lirung, in Himalaya, precipitando per 1.400, la massa si è schiantata sul ghiacciaio sottostante e ha iniziato a scivolarci sopra sciogliendosi per via dell’attrito e tutta quella gigantesca massa d’acqua ha formato dei laghi secondari lungo il crinale, e arrivata a valle si è unita al fiume, già in piena, provocando un’esondazione improvvisa (flash flood) che ha travolto case, strade e persone.
Attualmente sono stati recuperati i corpi di oltre 1400 persone e ci sono oltre 6000 dispersi. Che considerando che è passato quasi un mese, ecco, le probabilità che anche una piccola percentuale sia viva da qualche parte sono molto basse. Quindi parliamo di una tragedia di queste proporzioni.
Oggi però torniamo sull’argomento più che altro perché è uscito il primo studio scientifico di attribuzione, che certifica quello che in realtà si era sospettato e immaginato fin da subito, ma che adesso è in qualche modo viene certificato. Ovvero che quel disastro sia stato causato anche dalla crisi climatica.
Lo studio è stato realizzato dal World Weather Attribution, il gruppo di scienziati coordinato da Friederike Otto che ha messoa punto la branca della scienza dell’attribuzione all’Imperial College di Londra, e che dopo ogni grande evento studiano statisticamente quanto la crisi climatica generata dall’uomo abbia reso quell’evento più probabile.
Stavolta il meccanismo è un po’ diverso da quello a cui siamo abituati. Di solito loro analizzano un evento meteo preciso — un’ondata di caldo, un uragano — e appunto stimano quanto il riscaldamento globale l’abbia reso più probabile o più intenso. Qui invece più che il singolo evento hanno ricostruito il processo lento che ha portato la montagna, nel corso di decenni, a diventare più e più fragile, fino al crollo di agosto. I ricercatori chiamano processi come questo “compound crisis”, ovvero crisi composta: tanti fattori diversi che si sono sommati fino a portare al collasso.
E individuano almeno 4 fattori. Primo fattore: il permafrost. Il permafrost è il terreno che ad alta quota, o in Antartide, resta ghiacciato tutto l’anno. Nelle montagne il permafrost è particolarmente importante perché, essendo ghiacciato, letteralmente tiene insieme i versanti delle montagne, come una specie di collante naturale tra le rocce. Ecco, con il riscaldamento globale la soglia oltre la quale il terreno resta perennemente ghiacciato si sta spostando sempre più in alto, di circa 100 metri per decennio, secondo lo studio. Questo vuol dire che rocce che prima restavano ghiacciate tutto l’anno adesso passano periodi sempre più lunghi sopra lo zero, il permafrost si scioglie, e la montagna perde questa sua “colla”.
Secondo fattore: i ghiacciai della zona si stanno assottigliando di circa mezzo metro all’anno. E quando un ghiacciaio si assottiglia, le fratture nella roccia sottostante — che prima erano tenute chiuse dal peso e dalla pressione del ghiaccio — si allargano, e la struttura diventa più instabile.
Ora forse non è semplicicssimi da capire perché per molti di noi, me compreso, che non vive vicino a un ghiacciaio, molte di queste cose non sono intuitive. Però, per capirci, ci sono questi due strutture, permafrost e ghiacciaio, che si stanno entrambe indebolendo. Che però non sono la stessa cosa. Il ghiacciaio la massa di ghiaccio visibile, formata da neve accumulata e compattata negli anni, che poggia sulla superficie della montagna. Il permafrost invece è il terreno perennemente ghiacciato, che in questo caso si trova sia sotto che attorno al ghiacciaio. Il riscaldamento globale ha assottigliato il ghiacciaio e sciolto il permafrost, indebolendo tutta la struttura della montagna.
Quest’annp in particolare, perché, e questo è il terzo fattore, nei mesi precedenti al crollo la regione ha vissuto temperature record — circa 1,5 gradi più alte del normale, sempre per per via del riscaldamento globale — dopo un inverno con nevicate insolitamente abbondanti in un periodo che di solito è secchissimo. Tutta quell’acqua di fusione in più, dicono i ricercatori, è probabilmente un altro tassello del puzzle. Quindi fin qui abbiamo 3 fattori che hanno contribuito al crollo, tutti e 3 dipendenti direttamente dalla crisi climatica.
Poi ce n’è un quarto, indipendente, che si è sommato agli altri: ovvero il terremoto del 2015 in Nepal, che secondo gli scienziati potrebbe aver già indebolito la roccia anni prima.
Quindi, mettete insieme tutti questi pezzi ed ecco che avete una montagna “precondizionata” al collasso, come dicono loro. A quel punto anche il minimo stimolo può bastare a generare un evento del genere, o banalmente è stato superato un tipping point che ha fatto collassare il sistema.
Il problema è che non c’è modo di sapere se una montagna sta raggiungendo il punto critico. Possiamo immaginare che altre montagne siano in condizioni simili, ma non possiamo sapere quali, né quando accadrà. E considerando che molte comunità vivono sulle pendici o a valle di grandi montagne sovrastate da ghiacciai perenni, la crisi climatica espone queste comunità costantemente a possibili disastri.
Friederike Otto lo dice chiaramente: le comunità del Nepal stanno pagando con la vita una crisi provocata da emissioni di combustibili fossili prodotte a migliaia di chilometri di distanza. E se non si accelera drasticamente la transizione dai combustibili fossili, disastri di questa scala non saranno un’eccezione, ma diventeranno sempre più frequenti.
A proposito di crolli, domenica è crollata una miniera d’oro in Sudan e sono morte almeno 80 persone, ma il bilancio sta continuando a salire. È successo nella miniera di al-Zara, vicino alla città di Nuhud, nella provincia del West Kordofan, una zona controllata dalle truppe delle Rapid Support Forces, le famigerate milizie paramilitari che da 3 anni si stanno scontrando con l’esercito regolare dando vita a una guerra terribile, a un genocidio e alla crisi umanitaria peggiore e meno raccontata al mondo.
Il crollo in questione è iniziato domenica in uno dei pozzi della miniera e si è propagato agli altri cunicoli, che erano collegati tra loro. Oltre agli ottante morti ci sono ancora decine di persone disperse sotto le macerie e i soccorsi procedono a fatica, perché sul posto c’è un solo mezzo — un carrello elevatore di proprietà privata — per rimuovere terra e detriti a più di trenta metri di profondità.
Come spesso accade quando parliamo di estrazione di risorse in un Paese africano, la vicenda ci riguarda abbastanza da vicino, anche se stavolta in maniera meno intuitiva di come potremmo pensare. Perché i minatori che estraggono l’oro in condizioni di sicurezza molto precaria e per pochi soldi, sono l’ultimo ingranaggio di una catena che parte da lontano, e che ho provato a ricostruire nell’ultimo episodio di Entangled, tutto è connesso, la mia newsletter su Substack.
L’oro estratto in Sudan infatti è la principale fonte di finanziamento sia per e RSF che per l’esercito regolare, quindi di fatto finanzia quote crescenti del conflitto, quindi del genocidio e della crisi umanitaria. È un paradosso. L’oro è un minerale che ha un’estrazione e una lavorazione molto impattante dal punto di vista ambientale, in Sudan viene ripulisto bruciando il mercurio, cosa che inquina le falde acquifere e poi serve un sacco di energianei processi successivi. Ma la cosa ancora più paradossale è che insomma, se almeno fosse usata per far vivere bene le persone del Paese da cui viene estratto. E invece viene usato di fatto per frsi la guerra l’un l’altro, e affamare la popolazione.
Ma forse è inevitabile che sia così, è la maledizione delle risorse, la maledizione dell’estrattivismo. Vabbé, comunque, dietro a tutta questa roba ci sono dinamiche globali. Perché l’oro è sempre più caro e quindi la sua estrazione sempre più vantaggiosa. E questo avviene per via di una serie di meccanismi finanziari, per la perdita di fiducia negli Usa, per la de-dellarizzazione dell’economia globale e per alcuni meccanismi psicologici che riguardano tutti.
Nella nuova puntata provo a ricostruire e mettere in fila tutte queste cose, e a esplorare anche chi propone delle soluzioni diverse per questo conflitto, e per l’oro.
“Il palazzo resta chiuso, gli ex abitanti sono ancora nelle sistemazioni provvisorie e la partita sul futuro di Spin Time riparte dalla strada. Sabato 19 settembre la comunità dell’ex Inpdap di via Santa Croce in Gerusalemme tornerà in corteo a Roma per chiedere che il percorso intrapreso dopo lo sgombero non si fermi. Si parte alle 14 da piazza della Repubblica, con arrivo a piazza Vittorio Emanuele II e una parola d’ordine: «diritto di abitare»”.
Siamo sul Corriere, che racconta della situazione di Spin Time e della manifestazione prevista per sabato a Roma. Spin Time è questo palazzo occupato dal 2013 in una zona centrale di Roma, vicino a San Giovanni, in cui vivevano circa 400 persone, 127 nuclei familiari, molti minori, che è stato evacuato la notte del 29 luglio dopo un incendio, e da allora è rimasto chiuso e inagibile. Di mezzo c’è una diatriba con la proprietà dell’immobile che rende tutto più complicato.
Fatot sta che nelle settimane successive il Comune ha lavorato per trovare sistemazioni alternative e il 23 agosto gli attivisti/e hanno annunciato che tutte le famiglie avevano trovato “una soluzione temporanea”. Si tratta però di sistemazioni provvisorie, non di case popolari vere e proprie.
Tutta la vicenda, intanto, ha sollevato e sta sollevando un grande dibattito sul diritto all’abitare, e anche sul tema dell’abitare come questione sociale, aggregativa, perché Spin Time non era solo un luogo in cui vivevano delle persone, era un laboratorio di cultura e democrazia, di integrazione.
E quindi sabato a Roma è previsto proprio questo corteo per il “diritto di abitare”, a cui aderiscono Cgil, Social Forum per l’abitare, associazioni dell’Esquilino e sigle studentesche. Domenica 20 invece ci sarà un’assemblea pubblica. L’obiettivo dichiarato, dicono gli organizzatori, non è fare “un corteo funebre” ma rilanciare la mobilitazione sul diritto alla casa e riportare al centro la trattativa per il rientro della comunità nel palazzo.
Dei tanti articoli che sono usciti in questo mese, devo dire che ho trovato particolarmente interessante, sarò di parte ma è così, quello della collega Elisa Cutuli nella newsletter Hubitare Oltre le mura, che cura per meWe Abitare Collaborativo. Le ho chiesto di raccontarcelo in un contributo audio che vi faccio ascoltare:
Contributo disponibile nel podcast
Chiudo segnalandovi che ieri è uscito un articolo sul Partito Capibara. di cui ho intervistato due esponenti. È una roba molto radicale e interessante. È un partito, o meglio un aspirante partito, che sta raccogliendo le firme per presentarsi alle elezioni politiche del prossimo anno, anche se proprio in questi giorni il Parlamento sta vitando una riforma che quadruplica le firme necessarie a presentare una lista, che passano da circa 70mila a 300mila.
Al netto di questo è un partito che nasce da un circolo accelerazionista di sinistra e dal più ampio movimento gratuitista, che propone idee radicali di trasformazione della società, che alcuni prendono come dei meme, delle esagerazioni, altri come proposte concrete.Tipo i bisogni di base come cibo, casa, sanità, educazione gratuiti per tutti, reddito di base universale, 24 ore lavorative a settimana con stipendio minimo di 1500 euro.
Il movimento gioca su questo equilibrio fra provocazione e proposta concreta, fra meme e rivoluzione. Eppure quando gli ho chiesto se sono seri, che intenzioni hanno insomma, alle due persone che ho intervistato, mi hanno risposto che forse, ad essere assurde e illogiche non sono le loro proposte, ma la società in cui viviamo.
E in effetti, al di là di come la si pensi sul partito Capibara (se volete approfondire vi lascio l’articolo in descrizione) viviamo in un sistema strapieno di contraddizioni, che non cogliamo solo perché ci siamo immersi costantemente. Diamo per scontato che milioni di persone lavorino tutta la vita senza riuscire a mettere via abbastanza per una casa, mentre poche migliaia di persone possiedono ricchezze che superano il PIL di interi Paesi. Troviamo naturale che un algoritmo decida chi ottiene un mutuo, o chi viene ucciso in una guerra, e bizzarro che una comunità decida insieme come usare le proprie risorse.
Gli psicologi chiamano questo meccanismo “bias dello status quo”: tendiamo a percepire come giusto, o quantomeno inevitabile, ciò che è già in vigore, indipendentemente dal suo effettivo valore. Più un’idea è diffusa e ripetuta, più il nostro cervello la processa con parte del contesto e quindi scontata e immutabile. Poi, a un certo punto, arriva qualcuno e la cambia. Non so se sarà il caso del Partito Capibara. Ma è comunque una riflessione che mi sembra interessante.
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